Mayr, Stabat e bufale

MAYR Stabat Mater in fa minore; Eja Mater; Ave Maris Stella A.L. Brown, J. Yun, R. Sellier, M. Schäfer, J. Hamann, V. Mischok; Concerto de Bassus, Simon Mayr Chorus e I Virtuosi Italiani, direttore Franz Hauk

NAXOS 8.573781

DDD 59:55

Giudizio: ****/*****

 

 

Or son più di tre lustri, una coppia di guastamestieri imbastì intorno a Johann Simon Mayr un romanzaccio tipo Codice da Vinci: a loro avviso il musicista di Mensdorf, auspice il diabolico barone Thomas Franz de Bassus, si sarebbe infiltrato nella cappella bergamasca di Santa Maria Maggiore per attuare da “entrista” (vecchio gergo del Komintern) il programma massimo degl’Illuminati di Baviera: abbattere la religione, la famiglia e la proprietà privata. In che modo poi? Scrivendo Messe, mottetti, salmi e affini per un totale di oltre 500 titoli… In sede musicologica la bufala è già stata ridicolizzata da studiosi come Francesco Bellotto e Paolo Fabbri, i quali – sia detto di passaggio – siedono negli organi direttivi della Internationale Simon-Mayr-Gesellschaft di Ingolstadt accanto all’ottantenne baronessa Margarete de Bassus, ultima discendente di quella nobile famiglia e principale finanziatrice di una fondazione impegnata a riscattare dall’oblio la produzione mayriana tanto sacra che operistica.

Braccio operativo della Mayr Renaissance è dal 2003 il maestro Franz Hauk, che con quest’ultima produzione discografica ci presenta in prima mondiale la versione restaurata di uno Stabat Mater in cui il protobiografo Girolamo Calvi (1848) additava momenti di “celestiale bellezza”, “forza” e “maestria”. Nelle due successive versioni manoscritte qui collazionate, includendo a mo’ di edizione critica una breve intonazione alternativa in Fa maggiore del versetto “Eja mater”, di tali pregi si scorge ampia traccia; senza dire di certi significativi omaggi alle ultime Messe di Haydn: Nelsonmesse e Heiligmesse.

In accordo alle usanze del primo Ottocento, la polpa musicale più gustosa consta ovviamente di arie  o concertati solistici prefati e intervallati da ampi squarci orchestrali. Al coro si riservano interventi marginali perlopiù in forma di “pertichino” (tracce 1 e 5), ma un solo brano di un certo sviluppo autonomo: il versetto “Quando corpus morietur” (traccia 8), di tessitura prevalentemente omofonica e insaporito da qualche accenno di contrappunto fugato unicamente sull’Amen finale. Era questo il famigerato “stile teatrale” su cui si appunteranno gli strali dei riformatori ceciliani e dello stesso San Pio X? Certamente, com’era lecito aspettarsi per un pezzo databile grosso modo intorno al 1820. Eppure anche quando indulge all’esibizionistica bravura dei suoi usignoli, Mayr si mantiene entro i limiti del decoro liturgico (o paraliturgico, come nel caso dell’antico testo attribuito a Jacopone da Todi, dove di spunti “teatrabili”, ora tragici, ora patetici, non v’è certo carestia). Prevale la forma bipartita Andante-Allegro, dove la devozione e il dramma, sottolineati da inflessioni armoniche più severe, si concentrano nella prima parte, mentre nella seconda decolla il belcanto e il ritmo si fa più stringente. Franz Hauk si adegua scegliendo i suoi solisti fra voci agili e leggere capaci d’interloquire in rigore di battuta con le impegnative affermazioni di legni e corni ma soprattutto dei due estroversi primi violini: Theone Gubba-Chkheidze per il Concerto de Bassus e Alberto Martini per i Virtuosi Italiani. In qualità di filler, l’inno “Ave maris stella” (traccia 10) alleggerisce il clima col passaggio ad una più gioiosa tonalità di Sol maggiore e ad un cantabile strofico di fresca semplicità popolareggiante.

Concertazione perfettamente oliata, ricca di contrasti e di sorprese che non lasciano mai languire l’interesse. Naxos poteva forse prodigarsi un po’ di più nel corredo documentario, ma quello è il sobrio stile della casa, sicché il rapporto qualità/prezzo resta comunque in attivo abbondante.

Carlo Vitali

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