La solitudine della Traviata bagnata dalla pioggia

VERDI La Traviata M. Mudryak, V. Costanzo, V. Stoyanov G. Bridelli, M. Petrino, R.Accurso; Orchestra, Coro e Corpo di Ballo del Teatro di San Carlo, direttore Daniel Oren regia Lorenzo Amato scene Ezio Frigerio costumi Franca Squarciapino 

Napoli, Teatro San Carlo, 27 febbraio 2018

 

La maggiore difficoltà dei registi teatrali che devono mettere in scena La Traviata è come mostrare il dramma profondo che sta nel cuore dei personaggi, liberando l’opera da interpretazioni convenzionali che indulgono alla romanticheria. Seguendo questa linea, questa nuova produzione del regista Lorenzo Amato è stata semplice e suggestiva, poiché ha posto l’accento sulla profonda solitudine dei personaggi.

La cifra stilistica della messinscena era rappresentata da un telo trasparente posto davanti al fondale, lungo il quale scendevano senza posa gocce d’acqua, una pioggia lenta e incessante che sembrava rappresentare il tempo che inesorabilmente corre verso il destino segnato della protagonista.

Gran parte del lavoro di Amato si è incentrata sullo scavo dell’ego blindato di Violetta (la sua aria “Sempre libera” è un inno al solipsismo), per esplorare quanto lei sia disposta ad accettare le regole del mondo “esterno” e a fare i conti con la morte che incombe. Amato ha portato sul palco l’idea chiara e convincente di confrontare il sogno dell’eterna giovinezza e bellezza che è nel cuore di Violetta, con la dura realtà, descritta da Verdi, di una giovane predestinata che lotta per la sua vita in una società ipocrita.

Le scene di Ezio Frigerio evocavano (sebbene in modo piuttosto stilizzato) un’atmosfera di fine Ottocento, senza tuttavia definire l’ambiente in modo dettagliato, dando così alla produzione una impalpabile venatura senza tempo che sottolineava l’universalità della tragedia umana rappresentata.
I bei costumi di Franca Squarciapino si richiamavano più apertamente al periodo in cui storia si svolge, quindi ancorando il dramma a un tempo e a un luogo reale e liberando la messinscena da tutte le possibili trappole di un moderno Regietheater. Il risultato è stato di fare emergere la tragedia nascosta nel cuore di Traviata, evitando ogni possibile rischio di rozzo sentimentalismo.

Il soprano kazako Maria Mudryak ha reso un ritratto credibile di Violetta, sebbene non così intenso e drammaticamente soddisfacente come ci si aspetterebbe. Possiede una voce piuttosto duttile, anche se di volume non sufficiente per il ruolo, che lei ha utilizzato per fare luce sul turbamento interiore di Violetta. Nell’atto finale ha alternato in modo efficace speranza e disperazione. Dalla lettera di Germont all’arrivo di Alfredo, la Mudryak è passata da uno stato emotivo all’altro con facilità, usando le sue buone capacità vocali e recitative per darci un’interpretazione persuasiva, attingendo in alcuni passaggi a un vero lirismo.

Al contrario, il ritratto di Alfredo fatto da Vincenzo Costanzo non ci ha colpito molto. Nel complesso, la sua prestazione ha mancato di omogeneità; il tenore ha un registro medio naturalmente caldo, con cui produce un suono sincero ed empatico, tuttavia il suo fraseggio non è così raffinato. Nel registro superiore, si sforzava più di quanto dovesse per mantenere una qualità accettabile nell’emissione, che a volte risultava poco gradevole e angusta; ma anche così, è stato un Alfredo accettabilmente ardente.

Vladimir Stoyanov ha fornito una performance notevole come Germont, con una linea di canto di eccellente livello. Ha una voce baritonale calda, con una buona gamma di sfumature dinamiche. Tuttavia, la sua recitazione non è stata dello stesso livello della voce, e il suo personaggio era compassionevole nel canto ma troppo controllato nella recitazione. Ha avuto insomma il necessario pathos nel dialogo-scontro con Violetta, ma ha dato l’impressione di essere un po’ fermo nei movimenti di scena.

I ruoli minori sono stati resi in modo corretto. Il barone Douphol di Roberto Accurso è stato impeccabile nel modo di confrontarsi, sia musicalmente che scenicamente, con Violetta e Alfredo. Il dottor Grenvil, interpretato da Francesco Musinu, ha fatto la sua parte con una voce di basso sufficientemente plausibile. Giuseppina Bridelli è stata una brava Flora, e il mezzo Michela Petrino una Annina empatica. Nella buca, il direttore Daniel Oren e l’Orchestra del Teatro di San Carlo, forse per favorire le voci dei cantanti, di non ampio volume, hanno eseguito la partitura senza troppe arditezze, anche nelle scene in cui un po’ più di passione e forza sarebbero state apprezzate.

Lorenzo Fiorito

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