La Alsop e Krylov danno il via a MiTo 2018

SCHUMANN / BORISOVA-OLLAS Träumerei da Kinderszenen CIAIKOVSKI Concerto in re maggiore per violino e orchestra op. 35 STRAVINSKI L’oiseau de feu violino Sergej Krylov Royal Philharmonic Orchestra, direttore Marin Alsop

Milano, Teatro alla Scala, 4 settembre 2018

 

Come da tradizione, il Festival MiTo — il cui tema quest’anno, più o meno labile, è la danza — parte con un grande concerto di una importante orchestra europea: questa volta è il turno della Royal Philharmonic Orchestra, il celebre complesso fondato dopo il secondo conflitto mondiale da Sir Thomas Beecham, per l’occasione diretta da Marin Alsop. Scontata non senza delusione l’assenza di Julia Fischer, annunciata protagonista del Concerto di Ciaikovski, ma fermata da una bronchite, c’era anzitutto da capire cosa legasse i brani in programma: se per L’uccello di fuoco, eseguito nella versione integrale del 1910, era ovvia la destinazione coreografica, più forzato appariva l’inserimento di un caposaldo (anzi, forse “del” caposaldo) del repertorio per violino e orchestra come il Concerto di Ciaikovski, e del tutto improbabile, già sulla carta, l’orchestrazione di una pagina a enorme rischio di fraintendimento estetico come Träumerei di Schumann (noto in tante antologie italiane come il “Sogno”). Ma molto peggio si rivelava all’ascolto: un delirio kitsch di improbabili sonorità traslucide, con l’enorme orchestra impegnata in 3-4 minuti di “effetti senza causa” che lasciavano sgomento l’ascoltatore.

Al posto della Fischer è arrivato Sergej Krylov, violinista dalle indubbie capacità tecniche ma musicalmente all’opposto della collega tedesca: fin dalle prime battute, Krylov sembrava cercare un suono smussato, rifinito, estetizzante, in cui l’ammirevole dominio delle difficoltà esecutive schermava anche l’intensità dell’espressione. E se Marin Alsop voleva puntare ad una lettura tradizionalmente retorica e romantica, quindi in conflitto con quanto perseguito dal solista, il meglio di Krylov veniva da una Canzonetta sobria e intensa e, soprattutto, da un terzo movimento esattissimo e implacabile, tutto in punta d’arco: peccato, però, che complessivamente l’esecuzione vivesse di momenti singoli e fosse carente il senso ampio della forma e, quindi, poco avvertibile la direzionalità del fraseggio.

Dell’Uccello di fuoco tante letture sono possibili: si può puntare sul virtuosismo timbrico-orchestrale, su un carattere fauve, su un ondeggiare ritmico che ne accentui (appunto) la natura di musica da balletto. Nulla di tutto ciò emergeva dall’esecuzione della Alsop e della RPO: una classica performance da tournée, ben suonata ma senza particolari virtuosismi esecutivi, controllatissima in ogni dettaglio e sempre leggera, elegante. Cinquanta minuti di alta professionalità, ma un minuto dopo l’ultimo accordo ogni ricordo era svanito: per fortuna che — a interrompere il maleducato fuggi fuggi del pubblico — è intervenuto il bellissimo bis, l’Ouverture del Candide di Bernstein, che della Alsop fu mentore e ammiratore. E finalmente, con questa esecuzione effervescente e ben suonata, se ne sono capiti i motivi.

Nicola Cattò

(Foto: Valeria Fioranti)

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