Gli incanti del cinema muto con Francesco Libetta

Proiezione dei film Rapsodia satanica e Cenere, con accompagnamento musicale dal vivo. Pianoforte Francesco Libetta

Milano, Sala Verdi del Conservatorio, 5 febbraio 2018

 

L’epoca d’oro del cinema muto italiano appare oggi lontana, immersa nelle nebbie di un passato le cui testimonianze affiorano come relitti secolari dal grande mare del tempo. A questa stagione perduta il cartellone delle Serate Musicali ha dedicato a Milano un appuntamento piuttosto insolito per un cartellone di musica sinfonica e cameristica, con la proiezione di due rari film del primo Novecento: Rapsodia satanica (1915) di Nino Oxilia, interpretato da Lyda Borelli, la prima vera diva del cinema italiano, una pellicola «resuscitata» una ventina d’anni fa dopo un faticoso restauro, e Cenere (1916) di Febo Mari, in cui abbiamo l’unica apparizione cinematografica della «divina» Eleonora Duse, all’epoca cinquantasettenne. La presenza di Paolo Mereghetti, al quale era affidata una breve introduzione alle pellicole, faceva sembrare la serata un cineforum d’essai riservato a un manipolo di appassionati. In sala le sedie vuote superavano di gran lunga quelle occupate (quando si esce dai binari del repertorio più battuto e del divismo il grande pubblico finisce quasi sempre per dileguarsi…), anche se ad accompagnare dal vivo le proiezioni c’era un pianista d’eccezione, Francesco Libetta. Virtuoso come pochi al mondo – per averne una conferma basta ascoltare la sgranatura perfetta del suo fraseggio e la chiarezza di ogni dettaglio anche alle velocità più folli, Libetta è anche un interprete curioso e raffinato, capace di riflettere a fondo sul fenomeno musicale e le sue connotazioni culturali e più in generali sociali. Indicativo era il programma proposto, da una parte un prezioso collage di rarità italiane tra Otto e primo Novecento per Cenere, tra pagine di Alberto Franchetti, Antonio Scontrino, Vittorio Gnecchi, Ildebrando Pizzetti, Pietro Mascagni e Francesco Paolo Tosti con l’aggiunta della Élégie di Claude Debussy, dall’altra la Rapsodia satanica composta da Pietro Mascagni proprio per il film di Nino Oxilia, nella riduzione pianistica, opera dello stesso compositore, della versione originale per orchestra.

Libetta suona da gran virtuoso ma paradossalmente non suona come un divo, dal momento che il suo virtuosismo non viene dato in pasto al pubblico. Penso in particolare al modo in cui ha affrontato le pagine proposte tra le due proiezioni come in una sorta di intermezzo, tutte scelte per la loro relazioni indirette con il cinema. La Polacca in LA bemolle op. 53 di Chopin, brano in cui i virtuosi di solito sfoderano sonorità gigantesche ed ottave roboanti, era sorprendentemente immersa in una suggestiva penombra timbrica, così come la trascrizione lisztiana del recitativo e romanza dal Tannhäuser di Wagner. Piuttosto anodina, invece, è apparsa la Sonata in do diesis op. 27 n. 1 «Chiaro di luna» di Beethoven, nella quale la volontà di evitare i sentimentalismi ha condotto ad un’interpretazione troppo guardinga, in cui si avvertiva ben poco del pathos comunemente associato a questa sonata. In ogni caso Libetta è un virtuoso attento ai piani dinamici e timbrici, alla scorrevolezza del fraseggio e ai chiaroscuri, come ha dimostrato proprio nelle pagine e paginette (canzoni, valzer, trascrizioni e così via) del repertorio italiano, eseguite con garbo, eleganza e perfino con leggerezza.

Quando però si trova ad affrontare il «suo» repertorio, come la Fantasia da camera sulla Carmen di Bizet di Ferruccio Busoni o il primo movimento della sonata Le quattro età di Charles-Valentin Alkan, Francesco Libetta diventa un mago. Sulla tastiera, come i maghi, riesce a fare veri e propri giochi di prestigio. E come i maghi li fa sorridendo, senza apparente sforzo. In Alkan in particolare ha bombardato l’uditorio con un’inarrestabile girandola di note in un delirio virtuosistico della velocità e della potenza a cui oggi pochissimi pianisti – si contano probabilmente sulle dita di una mano – saprebbero tenere testa.

A dispetto del nome, la Rapsodia satanica di Mascagni si colloca sul versante di una raffinata costruzione narrativa e timbrica più che su quello del virtuosismo demoniaco post lisztiano. Satanica è la storia della protagonista del film, la contessa Alba D’Oltrevita, che giunta alla vecchiaia stringe un patto con il diavolo in persona per recuperare la bellezza e la giovinezza perdute, a costo della rinuncia all’amore vero. E satanica è la recitazione di Lyda Borelli, tutta nel segno di un isterismo di matrice scapigliata-dannunziana. Non è satanica, invece, la partitura di Mascagni, costruita con una millimetrica accuratezza intorno a ogni singola scena del film, un esempio di maestria tecnica che purtroppo non avrebbe avuto seguito, perché questa rimane l’unica partitura per film realizzata dal compositore. La musica di Mascagni, lungi dall’invadere la scena con gesti virtuosistici è finalizzata a far risaltare la forza delle immagini, traboccati di citazioni dotte tra letteratura, architettura e pittura, e la forza persuasiva della recitazione scomposta di Lyda Borelli. E sulle immagini Francesco Libetta non ha cercato di prendere il soppravvento, accompagnando sempre con discrezione e misura.

Luca Segalla

(crediti: Sergio De Riccardis)

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