Eternapoli, l’Armageddon raccontato da Toni Servillo

VACCHI Eternapoli (testo di G. Montesano) voci recitanti T. Servillo, I. Villa Orchestra e Coro del Teatro di San Carlo, direttore Donato Renzetti maestro del coro Marco Faelli

Napoli, Teatro San Carlo, 17 febbraio 2018

  

A Napoli è andata in scena per due sere la prima esecuzione assoluta di Eternapoli, un melologo di Fabio Vacchi scritto su commissione dello stesso teatro. È in verità un genere abbastanza insolito per i frequentatori abituali del teatro San Carlo, e la presenza di un personaggio iconico come Toni Servillo ha sicuramente contribuito a fare il pienone in sala.

Lo scrittore Giuseppe Montesano ha tratto il libretto per due voci recitanti, coro e orchestra dal suo romanzo “Di questa vita menzognera”.

Tornato al San Carlo due anni dopo l’Oedipus Rex di Stravinski e Cocteau, in Eternapoli Servillo recita l’apologo-comizio di Calebano, un singolare imprenditore che espone il suo apocalittico progetto per Napoli: trasformare la città, la sua storia, i suoi abitanti in un grande parco a tema in cui ogni cosa (i fatti storici ma anche le vite private, le emozioni, i sentimenti, i rapporti umani) viene trasformato in merce da vendere ai turisti.

Un’arringa dai toni allucinati, in cui egli illustra il suo delirante programma para-keynesiano (“distruggere per ricostruire, costruire per distruggere”), che punta ad innescare una spirale perversa con l’obiettivo dichiarato non solo del profitto, ma dell’annientamento delle basi morali e culturali della nostra civiltà. Ovviamente, anche le leve del potere politico sono in mano a Calebano e alla sua famiglia, il cui infernale modello di “sviluppo” è pensato per essere attuato non solo a Napoli, ma in tutto il mondo: tutto distruggere per tutto ricostruire in ogni angolo del pianeta, come un Armageddon da videogioco, sull’onda di una perversa idea di globalizzazione.

Montesano utilizza per il suo personaggio una scrittura aspra e beffarda, straniante anche, zeppa com’è di citazioni sconclusionate che il personaggio vorrebbe dotte, e di slogan parapolitici che aspirano ad avere una loro rozza efficacia.

Servillo spinge da par suo sul pedale del grottesco, anche gigioneggiando nevroticamente quando serve, per svelare tutto l’assurdo dell’oratoria da piazzista del personaggio. Il coro misto accompagna e rafforza i concetti espressi da Calebano, riecheggiando spezzoni delle canzonacce dei sanfedisti (i controrivoluzionari che abbatterono la Repubblica napoletana del 1799) o di ciniche filastrocche popolari partenopee.

Ma se nella caligine alzata dall’ottusa visione distopica del personaggio (il cui nome non a caso richiama Calibano, il mostruoso servitore preumano del Prospero scespiriano) ogni cosa, bene e male, giusto e sbagliato, è sordidamente indiscernibile, una luce si intravede nel personaggio femminile, affidato alla bravissima Imma Villa, che chiude l’opera lasciandoci un richiamo all’amore, sola speranza di salvezza, accompagnata in un postludio di dolente lirismo dal coro delle sole voci femminili.  Le donne (forse) salveranno il mondo, sembra dirci Montesano, con un colpo d’ala di vera poesia tragica.

La partitura di Vacchi si mostra efficace nella capacità di esprimere l’alienazione isterica del personaggio, senza rinunciare a comunicare affettività e commozione, specie negli inserti cantati dalla donna. Una scrittura rigorosa e coesa nella sua apparente frammentarietà, che ci chiama ad un totale, a volte frastornato, coinvolgimento emotivo.

L’attenzione dell’ascoltatore, anche di quello non abituato alla musica contemporanea, viene conquistata con una tessitura orchestrale fatta di vertiginose raffiche ritmiche e di repentine, fluttuanti sospensioni su insondabili profondità tonali, senza che mai la tensione si sciolga pienamente. L’orchestra diventa uno strumento per creare uno stralunato tappeto musicale su cui Calebano espone il suo incubo camuffato da sogno: il “Neapolis’ dream”, come lui lo chiama. Diversi passaggi sono intrisi di reminiscenze musicali, come i richiami al folklore partenopeo (memorabile la tarantella “destrutturata” all’inizio) o a timbri e colori propri di un certo espressionismo schoenberghiano, tutti risolti nella personalissima scrittura del compositore.

La prova dell’Orchestra e del Coro del San Carlo è stata di grande efficacia, sotto la direzione di un bravissimo Donato Renzetti che ha saputo dare coerenza a una partitura che presentava diverse difficoltà, soprattutto nelle sovrapposizioni di ritmi e nella disarticolazione delle forme.

Lorenzo Fiorito

 

Foto: Luciano Romano

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