A Trento un Don Giovanni senza tempo e spazio

MOZART Don Giovanni D. Antonangeli, S. Ciani, D. Godoy, R. Milanesi, P. Pecchioli, F.P. Vultaggio, N. Ziccardi, F. Livi; Orchestra Haydn, Coro Ars Lirica, direttore Francesco Pasqualetti regia Cristina Pezzoli scene e costumi Giacomo Andrico

Trento, Teatro Sociale, 8 febbraio 2020

Nell’aria più pungente che fredda dell’inverno trentino, va in scena nel primo fine settimana di febbraio il Don Giovanni di Wolfgang Amadeus Mozart, nella recente, nuova produzione del Teatro Verdi di Pisa, qui al Teatro Sociale di Trento, coproduttore assieme al Giglio di Lucca e al Goldoni di Livorno.
Nuovo allestimento quindi che, concepito dalla regista Cristina Pezzoli, diventa spazio indefinito e dimensione atemporale, atmosfere circensi e ritmi e suoni da cinema surround. Due cose che sarebbe auspicabile l’autrice ci lasciasse rivendicare: la definizione sinfonica dell’Ouverture, e quindi il suo ascolto a sipario chiuso o, in subordine, con un palcoscenico vuoto e null’altro che la musica a comunicare col pubblico. E poi il diritto ad ascoltare quel che c’è in partitura senza suoni, rumori, amplificazioni aggiunte. Grazie, perché la storia dei microfoni da cui i protagonisti definiscono il carattere aperto, dialogico, nei confronti di un pubblico che diventa elemento autonomo partecipante allo spettacolo, è forma già nota e qui anche coerente e condivisibile in questa forma così “leggera” e stimolante. Però il microfono può essere staccato, si perderà l’effetto “plateale” del suono amplificato, ma si conserverà quello simbolico.
Un‘ultima cosa sullo spettacolo e senza affrontare gli innumerevoli riferimenti a cinema, teatro e opera che lusingheranno critici e analisti devoti: consiglio a tutti di vedere e, possibilmente, riveder questo Don Giovanni, perché qui si trova il dramma giocoso com’è scritto in copertina, la commedia sulla natura umana e la tragedia che non prevede percorso salvifico ma un unico sentiero che porta, inevitabilmente, alla morte.
Efficace il lavoro di pertinenza realizzato dalla Pezzoli, con le fondamentali coreografie di Arianna Benedetti (pure eccessive) interpretate dall’ispiratissimo Nuovo BallettO di ToscanA, con il Coro Ars Lyrica, apprezzabiie anche nella componente coreutica, e di tutti i solisti che si son mossi con agilità, abilità ed espressività scenica.

La componente musicale è stata impostata dal direttore pisano Francesco Pasqualetti, che con l’Orchestra della Fondazione Haydn di Bolzano e Trento ha costituito un elemento in grado di rendere questo Don Giovanni uno spettacolo di assoluta coerenza stilistica. Assecondando il ritmo e i colori del palcoscenico, il direttore ha costruito con esso delle rarissime evidenze narrative, capaci di entusiasmare nei momenti in cui si son manifestati con pregiati effetti dinamici, subito perfettamente riprodotti dai professori della Haydn.
Ė stata, questa, una recita in continua crescita di consapevolezza e di capacità esecutiva. Tutti son migliorati, man mano che lo spettacolo prendeva forma, esprimeva la sua sostanza e coinvolgeva esecutori e osservatori.
Il reparto del canto si faceva subito ammirare per una compattezza che si andava comprovando nei numeri d’insieme, sempre distintisi per la buona armonia fra i timbri del cast e ritmicamente ben sostenuti dall’orchestra. Buoni anche i singoli, giovani, interpreti. Da un Don Ottavio misurato in scena ma esibizionista nel canto (quante variazioni, esibizioni di fiati, puntature…), a una Donna Anna in debito di rotondità di timbro ma dall’audacia naturale in alto. Coppia tanto eterogenea ed esuberante questa, con Diego Godoy e Sonia Ciani, quanto più solida e naturale quella fra il corretto ed equilibrato Masetto di Francesco Vultaggio, di voce timbrata e salda, e quella deboluccia nel registro centrale, intonata ma di poco volume della Zerlina di Federica Livi.

Raffaella Milanesi, Donna Elvira, presenta subito una delle più “belle” e coinvolgenti voci in circolazione. Dotata di un registro centrale impreziosito da armonici imprevisti e ricchi, supera ogni agilità e modulazione con grazia e competenza davvero ammirabili. Il suo personaggio presenta tutte quelle caratteristiche complesse che ci si aspetta da un’interprete raffinata e consapevole. Non è la solidità della voce che impressiona, ma la Milanesi trasmette ogni emozione che Donna Elvira, forse il personaggio più sfaccettato e complicato del Don Giovanni, deve comprendere.
Leporello e Don Giovanni, rispettivamente Nicola Ziccardi e Daniele Antonangeli sembrano essere principalmente frutto di una scelta oculata fatta dai selezionatori del cast. Due voci che si distinguono benissimo fra loro, più scura quella di Ziccardi, che gode anche di maggior disponibilità alle nuance e al canto modulato, più chiara e un po’ fissa quella di Leporello. Antonangeli cresce qualitativamente, e anche in volume, man mano che approfondisce il ruolo, Ziccardi va spegnendosi un po’ nel finale, dopo un ottimo esordio e un buon fine primo atto in cui si è però già pregiudicato leggermente l’esito di un Catalogo per niente irresistibile. Antonangeli è ancora saldissimo Don Giovanni durante tutto il faticoso confronto con l’esperto e solido Commendatore di Paolo Pecchioli, fino al sicuro e nettissimo momento dell’epilogo, in cui mostra rare doti fisiche e drammaturgiche oltre al buon controllo di una voce da cui è legittimo aspettarsi miglioramenti e futuro radioso.

Unica pecca di uno spettacolo piacevolissimo e che ha lasciato il pubblico plaudente e sorridente alla fine, la scarsa considerazione per i recitativi. Secchi o accompagnati (qui da rumori di scena e amplificazioni aggiunte), rappresentano l’anima del titolo Mozart-Da Ponte che più lascia interrogarsi sull’uomo, la sua vita e la sua morte.
Termino con una considerazione di Wolfgang Amadeus Mozart, che mi sembra adeguata a chiudere uno spettacolo di non estrema sintesi (la durata è di circa 3 ore, intervallo compreso) e rappresentare quanto Mozart volesse, più di ogni altra cosa, divertire. «Parlare bene ed eloquentemente è una gran bella arte, ma è parimenti grande quella di conoscere il momento giusto in cui smettere».

Davide Toschi

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