Un Brahms “cameristico” per Laloum e Trevino

BRAHMS Concerto per pianoforte e orchestra n. 2 DVOŘÁK Sinfonia n. 9 “Dal nuovo mondo”pianoforte Adam Laloum Orchestre Philharmonique de Strasbourg, direttore Robert Trevino

Chaux-de-Fonds, Salle de musique, 22 ottobre 2026

Giovedì 22 ottobre, la Société de Musique della Chaux-de-Fonds (Canton Neuchâtel) ha inaugurato la sua “Grande Série” in grande stile, con l’Orchestre Philharmonique de Strasbourg diretta da Robert Trevino, solista al pianoforte Adam Laloum. In programma, il Secondo Concerto per pianoforte e orchestra di Johannes Brahms e la Sinfonia n. 9 “Dal nuovo mondo” di Antonin Dvořák. 

I miei ascolti live del francese Adam Laloum, formatosi nei Conservatori di Parigi e Lione con Michel Beroff e Géry Moutier e alla Hochschule di Amburgo con Evgeny Koroliov, risalgono al 2007, quando debuttò ventenne nella “serie giovani” della Roque d’Anthéron con dei folgoranti e indimenticabili Kreisleriana di Schumann. Due anni dopo, la vittoria del Concorso “Clara Haskil” di Vevey e l’avvio di una carriera prestigiosa ma non frettolosa. In Italia, dove purtroppo suona poco, Laloum è conosciuto dagli appassionati di pianoforte soprattutto per i suoi dischi, in larga parte dedicati al prediletto romanticismo tedesco (Schubert, Schumann, Brahms in particolare), sia come solista che come camerista. Fra questi, i due Concerti di Brahms per pianoforte e orchestra, incisi con Kazuki Yamada e la Rundfunk Sinfonieorchester Berlin. 

Lo splendido disco, come spesso accade, non arriva a restituire il magnetismo sonoro del pianista di Toulouse. Nell’armoniosa acustica della Salle de Musique, fin dalle prime note del Secondo di Brahms, Laloum mostra un pianismo che nasce da un uso totale del corpo, con un attacco del tasto che sfrutta il contatto profondo con lo strumento per “cavare” una sonorità piena e mai percussiva. Mingherlino, con una struttura fisica che apparirebbe a tutta prima lontana da quella del tipico possente interprete brahmsiano (si pensi a figure come Katchen, Oppitz, Gelber, Bronfman), ma con dita lunghe e forti e una mano dall’estensione notevole, Laloum ha la potenza e agilità di un felino. La sua impostazione tecnica gli consente di affrontare questo colossale Concerto in modo diverso dal solito, evitando una “pesantezza” che in molti casi diventa pachidermica (anche in termini di scelta dei tempi), senza rinunciare però ai momenti eroici e titanici.

Tutto ciò però sarebbe nulla, se non ci fosse la sublimazione del sentimento e dell’immaginazione. Dovremmo risalire forse a Radu Lupu, per quanto diverso in molti aspetti, per trovare un pianista capace di vivere interiormente in modo così profondo e appassionato (e al contempo esteriormente sobrio) quella sostanza ineffabile della Romantik che chiamiamo Sehnsucht. Con Laloum, si ha l’impressione che nessuna nota di questo Concerto sia accessoria o decorativa – in particolare nel terzo movimento, in cui solitamente il solista ha vita dura nel mantenere desta l’attenzione del pubblico dopo il memorabile solo del violoncello. Gli aspetti timbrici vengono dunque da sé: mai “effetti di prestigio” timbrici puramente dimostrativi, ma sempre sonorità che nascono come conseguenza di ciò che le precede o presagio di ciò che segue (si pensi al difficile passo d’ottave in pianissimo del secondo movimento). Il risultato è la percezione di una “corrente sotterranea” che tiene insieme tutta la “sublime lunghezza” del Concerto dalla prima nota all’ultima. Il senso di unità è stato acuito dall’approccio “camerista” di Laloum a questo Concerto, che ancor più del Primo op. 15 vive di un dialogo intimo fra pianoforte e soli d’orchestra. Trevino, direttore dalla personalità esplosiva e senz’altro più estroversa rispetto all’introspettivo Laloum, ha tuttavia ben assecondato la linea del solista, valorizzando il meraviglioso velluto degli archi dell’orchestra e i colori dei fiati, con energia ma senza forzature. Solo in qualche momento gli attacchi degli ottoni sono parsi, dalla galleria, un po’ troppo bruschi rispetto a quelli del pianoforte. E in un paio di casi il pianista, spinto da un forte dinamismo nella chiusura di alcuni episodi, è arrivato in lievissimo anticipo rispetto all’orchestra. Inezie.

La profonda ispirazione brahmsiana di Laloum proseguiva nel bis, anti-spettacolare eppure ascoltato dal pubblico con il fiato sospeso: l’Intermezzo dalle Fantasien op. 116.

Nella seconda parte, Robert Trevino ha saputo dare dell’inflazionatissima Sinfonia “Dal Nuovo Mondo” una lettura sorprendente. Chiamando gli ingressi dei vari strumenti con una gestualità di impressionante chiarezza, il direttore americano (attualmente “direttore ospite principale” all’Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI di Torino) ha permesso che la trasparenza cameristica già mostrata dall’orchestra strasburghese in Brahms continuasse in Dvořák. Nonostante i colori più smaglianti, legati all’unione della matrice slava con le influenze americane di cui parlò il compositore stesso, mai è venuta meno la leggibilità di ogni dettaglio. Certo, se si pensa che Dvořák fu il primo a scrivere un saggio sui “piani armonici” schubertiani, si potrebbe desiderare forse a tratti un’atmosfera più ineffabilmente struggente. Ma quello della Nona è complessivamente, anche quando sottilmente cita lo Schubert della “Grande” (come nel Trio dello Scherzo), un compositore che ha come riferimento soprattutto Beethoven, platealmente citato, e che per il resto si lascia alle spalle molti aspetti della Vecchia Europa e decide di scrivere, ante litteram, “in technicolor”.

Con colori sgargianti, ma anche totale padronanza dell’orchestra nelle nuances del pianissimo e nei rubati, Trevino ha letto, acclamatissimo dal solitamente composto pubblico svizzero, anche i due bis, la Danza slava op. 46 n. 1 di Dvořák e la Danza ungherese n. 5 di Brahms, eccentrica ma del tutto convincente nella libertà estrema dei fraseggi.

Luca Ciammarughi

Foto: Rachel Nelly Collard

Data di pubblicazione: 27 Ottobre 2026

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