Sokolov e Schumann: una cronaca ginevrina

Ci racconta il nostro lettore Gaetano Esposito:

Il pianista Grigory Sokolov, tra i più originali e interessanti del nostro tempo, ha voluto salutare quest’anno terribile con un magnifico recital tenutosi a Ginevra il dodici dicembre, in una sala semivuota, come ormai da tempo siamo abituati a vedere, e trasmesso su YouTube.

Il pianista di Leningrado ha scelto di suonare Bunte Blätter op. 99 di Schumann; opera singolare, complessa, difficile. La raccolta di quattordici piccoli pezzi ha un’origine peculiare: nasce dall’assemblaggio degli scarti, di quelle pagine, cioè, che Schumann aveva deciso di non inserire nelle precedenti raccolte pianistiche. Nel 1851, pochi anni prima di entrare nel manicomio di Endenich nei pressi di Bonn, il grande compositore, rovistando nei suoi cassetti, trovò ben trentaquattro pezzi di musica composti tra il 1836 e il 1849, pezzi che aveva scartato e che erano rimasti nella polvere. Li mise insieme; quattordici finirono nella raccolta Bunte Blätter del 1852, gli altri nell’Albumblätter op. 124.

Il titolo della raccolta è Fogli colorati (Bunte Blätter) perché l’idea originaria era quella di far stampare ogni pagina in un diverso colore, idea non realizzatasi per ragioni di stampa. Non sappiamo con quale criterio Schumann volesse accoppiare musica e colore ma possiamo supporre che si tratti dello stesso criterio poetico che faceva vedere a Rimbaud arcane corrispondenze tra le vocali e i colori, nella celebre poesia Voyelles (“A noir, E blanc, I rouge, U vert, O bleu”).

L’opera è complessa perché frammentaria ed eterogenea, cosa che spiazzò i pianisti dell’Ottocento. Troppo inadatta per i salotti, troppo difficile per una pubblica esecuzione. I pianisti del tempo ne diedero esecuzioni parziali; la stessa Clara Wieck, moglie di Schumann, aveva in repertorio solo pochi pezzi della raccolta.

Fu Sviatoslav Richter a cogliere l’intima coerenza poetica della raccolta e la tensione emotiva che lega un pezzo all’altro, e, nel solco della sua lezione, si sono immessi tutti i pianisti successivi, tra cui Sokolov.

L’interpretazione di quest’ultimo, però, presenta delle differenze notevoli. Richter è attento alla dimensione timbrica; Sokolov, invece, dà più spazio alla melodia e dunque al canto. Dilatando i tempi di esecuzione, rispetto a Richter, Sokolov riesce a rendere l’intimo lirismo di ogni singolo pezzo, declamando magnificamente, ad esempio, il pezzo di apertura che, non a caso, si intitola “Nicht schnell, mit innigkeit” (non rapidamente, con intimità) oppure il “Präludium”, dalla suggestiva eco chopiniana.

Roland Barthes diceva che per suonare Schumann occorre “l’innocenza” della tecnica che solo pochi artisti raggiungono. Sokolov, con l’abilità del suo alto magistero tecnico, riesce a dissimulare le non poche difficoltà che gli altri virtuosi sono soliti ostentare; e riesce a farlo rispondendo all’imperativo del vero artista, secondo il quale l’arte è nascondere l’arte.

Gaetano Esposito

Qui il video del Concerto in questione

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