
VERDI Nabucodonosor L. Salsi, F. Meli, M. Pertusi, M. Torbidoni, V. Simeoni, S. Lim, H. Guo, L.L. Perešivana; Coro e Orchestra del Teatro alla Scala, direttore Riccardo Chailly regia Alessandro Talevi scene e costumi Gary Mccann luci e video designer Marco Giusti movimenti acrobatici ed effetti speciali Ran Arthur Braun
Milano, Teatro alla Scala, 26 maggio 2026
Il pubblico della Scala non ha nascosto il proprio disappunto quando, pochi minuti prima dell’inizio della quarta rappresentazione del Nabucco di Giuseppe Verdi, è stato annunciato che Anna Netrebko non avrebbe cantato e che al suo posto sarebbe salita sul palco Marta Torbidoni. Dai primi mormorii si è passati rapidamente a fischi e proteste più sonore: l’attesa per la diva russa era grande, anche perché il ruolo di Abigaille rappresenta una delle prove più ardue dell’intero repertorio verdiano.
La sostituzione, avvenuta praticamente all’ultimo momento, avrebbe potuto compromettere la serata. E invece Marta Torbidoni, chiamata appena un’ora prima dell’inizio dello spettacolo, ha affrontato il debutto scaligero con coraggio e professionalità. Non è stata un’Abigaille memorabile né rivoluzionaria, ma sarebbe ingeneroso non riconoscerle solidità scenica, presenza e alcuni momenti vocalmente efficaci, soprattutto nei passaggi più lirici. In una situazione tanto delicata, il pubblico più severo avrebbe forse potuto concederle maggiore generosità.
A dominare la scena è stato soprattutto Luca Salsi, autentico pilastro della produzione. Il suo Nabucodonosor è vigoroso, tormentato, profondamente teatrale. Salsi possiede una voce scura, autorevole, capace di passare dalla brutalità del tiranno ai ripiegamenti più intimi senza perdere intensità. Nei grandi concertati emerge con forza trascinante, ma è nei momenti di fragilità del sovrano che riesce a mostrare la maturità dell’interprete. La sua presenza scenica calamita lo sguardo e restituisce tutta la grandezza tragica del personaggio.
Molto convincente anche Veronica Simeoni nel ruolo di Fenena, risolta come una figura dolente e umana, ma mai remissiva, dando spessore a un personaggio spesso sacrificato, tratteggiandolo con eleganza e sensibilità musicale. Francesco Meli offre un Ismaele luminoso e ben rifinito, mentre Michele Pertusi, pur con qualche segno vocale del tempo, conserva il carisma necessario a dare autorevolezza al profeta Zaccaria.
Ma il vero fulcro della serata resta la direzione di Riccardo Chailly. Il maestro milanese affronta Nabucco liberandolo dalla retorica patriottica che spesso lo accompagna, per riportarlo alla sua dimensione più drammatica, spirituale e umana. La sua lettura è ampia, scolpita nei dettagli, attentissima ai colori orchestrali. I tempi si dilatano nei momenti più solenni e lirici, permettendo alla partitura di respirare con grande intensità, mentre si fanno serratissimi nei momenti più concitati.
Il celeberrimo “Va’ pensiero”, inevitabile banco di prova emotivo, evita qualsiasi effetto oleografico e raggiunge invece una commozione autentica. Merito anche del Coro della Scala preparato da Alberto Malazzi, semplicemente magnifico per compattezza, morbidezza del suono e forza evocativa. Non è soltanto nostalgia della patria perduta: in questa esecuzione il coro degli ebrei diventa il canto universale di tutti i popoli feriti dalla guerra, dall’esilio e dalla violenza.
Ed è proprio qui che il Nabucco di Verdi dimostra ancora oggi tutta la sua modernità. La vicenda biblica del popolo ebraico oppresso dai babilonesi parla ancora al presente, alle tragedie contemporanee, ai conflitti che continuano a devastare intere popolazioni. La forza dell’opera sta nella sua capacità di trasformare un racconto storico in una riflessione eterna sul potere, sulla follia dei governanti e sulla sofferenza collettiva.
La regia di Alessandro Talevi alterna intuizioni interessanti a soluzioni meno convincenti. Visivamente lo spettacolo colpisce per l’imponenza delle scene ideate da Gary McCann. Il Tempio di Salomone appare come una grande architettura circolare dominata da una cupola che richiama esplicitamente il Pantheon romano: un’immagine monumentale, quasi sospesa fuori dal tempo, che nel corso dell’opera si frantuma e si ricompone diventando metafora di un mondo distrutto dalla guerra e dalla sopraffazione. Nel “Va’ pensiero”, quando i personaggi tengono tra le mani frammenti della cupola crollata, l’effetto scenico è di forte suggestione simbolica.
In netto contrasto con questa dimensione sacrale, la corte babilonese viene rappresentata come un universo verticale, freddo e oppressivo, fatto di torri, scalinate e strutture metalliche che evocano tanto i totalitarismi novecenteschi quanto certi immaginari distopici contemporanei. I costumi di McCann sono fra gli elementi più riusciti dell’allestimento: gli ebrei vestiti di tonalità grigie e polverose sembrano consumati dalla sofferenza, mentre i babilonesi sfoggiano abiti neri ricamati d’oro, sontuosi e decadenti, che accentuano il clima di potere assoluto e corruzione morale. Bellissimi anche i dettagli scenici, come i cavalli monumentali del carro reale e le apparizioni oniriche che tormentano Nabucco durante la sua follia.
Più discutibile appare invece la scelta di Chailly di recuperare il Ballet Divertissement composto da Verdi per una rappresentazione successiva dell’opera. Dal punto di vista filologico l’operazione è senza dubbio interessante e conferma il meritorio lavoro di ricerca compiuto dal direttore. Musicalmente emergono pagine brillanti e ben orchestrate, con echi rossiniani che testimoniano la straordinaria duttilità del giovane Verdi. Tuttavia, sul piano teatrale, il lungo inserto coreografico finisce per interrompere la tensione drammatica proprio nel momento in cui l’opera dovrebbe accelerare verso il conflitto finale.
Alla fine della serata il pubblico della Scala ha tributato applausi calorosi a tutti gli interpreti, con ovazioni particolarmente intense per Luca Salsi, Riccardo Chailly e per il coro diretto da Alberto Malazzi, autentico protagonista di una produzione che, al di là di qualche riserva registica, ha saputo restituire tutta la forza teatrale e musicale del capolavoro verdiano.
Stefano Pagliantini
La recensione della Prima è su MUSICA di giugno