Muti e la CSO in Italia: triplice racconto di un trionfo

Il concerto di Torino (cr. Todd Rosenberg)

GLASS The Triumph of the Octagon MENDELSSOHN-BARTHOLDY Sinfonia n. 4 in la maggiore “Italiana” STRAUSS Aus Italien Chicago Symphony Orchestra, direttore Riccardo Muti

Torino, Auditorium Giovanni Agnelli, 26 gennaio 2024

Alcune circostanze assegnano un carattere speciale al concerto con il quale Riccardo Muti ha iniziato la serie italiana della tournée europea con la Chicago Symphony Orchestra, all’Auditorium Giovanni Agnelli di Torino, nella stagione dell’Associazione Lingotto Musica, che già l’aveva ospitato nel 2018 con la Cherubini. Intervistato nel 2008, Muti rivelò di aver finalmente deciso di accettare la nomina a direttore musicale dell’orchestra americana in quanto “sedotto dalla gioia del suono e dall’insolito entusiasmo” dei suoi musicisti che, proprio dopo un concerto nella sala torinese nel 2007, gli inviarono una petizione scritta alla quale gli risultò impossibile resistere. Dunque, un sapore particolare  si associa al suo ritorno qui con la formidabile compagine nel nuovo ruolo di direttore emerito a vita, oltre ad essere per Lingotto Musica uno dei modi migliori per festeggiare trent’anni di prestigiosa attività, in questo caso in sinergia preziosa con MITO Settembre Musica, la Città e alcune Fondazioni. Inoltre, se è vero, come diceva Mark Twain, che la storia non si ripete ma qualche volta fa rima, questa serie di sedici concerti sembra richiamare alla memoria, nello spirito, negli esiti e anche nell’attenzione mediatica, la celeberrima tournée nella quale quasi un secolo fa Toscanini guidò la Filarmonica di New York per ventuno esibizioni in un percorso molto simile, con tappe a Torino, Milano e Roma, come ora. Per i torinesi, che avevano nel cuore il maestro parmense, si trattò di un momento di grande emozione. Altrettanto si potrebbe dire delle accoglienze affettuose riservate in questa occasione a Muti, che negli ultimi anni ha instaurato uno stretto rapporto con la città piemontese, opportunità unica per un rinnovato slancio della vita musicale, con altri sviluppi importanti alle porte o in fase di progetto.

Per questa tappa Muti ha scelto il programma che è la cifra del tour, centrato sull’Italia come fonte d’ispirazione per autori stranieri. Da cui l’irrinunciabile Quarta di Mendelssohn, accostata a un discusso lavoro di Richard Strauss quale Aus Italien, del quale da sempre è apostolo convinto, precedute da una novità di Philip Glass, The Triumph of Octagon, presentata a Chicago il 23 settembre scorso, prima data di questo concerto. Un omaggio che il compositore americano ha voluto fare a Muti e all’orchestra dopo l’esecuzione della sua Sinfonia n. 11, impressionato da un’immagine di Castel del Monte vista nel suo ufficio. “Una serie di evocazioni, una specie di sogno, di visione sotto forma di una successione di arpeggi dallo sviluppo ascensionale, che si bloccano di colpo, in direzione dell’infinito, che per alcune filosofie è simboleggiato dal numero otto, tante quante sono le torri dell’edificio voluto da Federico II di Svevia”: così Muti ha illustrato al pubblico il brano, invitandolo ad abbandonarsi a un ascolto capace di coglierne il carattere mistico. Un lavoro breve, undici minuti circa, con organico contenuto (archi, arpa, clarinetti, oboi), cameristico nell’esordio e che progressivamente si addensa per sezioni, con  cellule sottoposte a lente accelerazioni o repentini brevi rallentamenti, in un flusso ondoso, cullante e spiralico, che per un attimo sembra perdere forza e smarrirsi, per poi riverticalizzarsi e sospendersi, come una domanda senza risposta. Nulla di folgorante o sorprendente, lo stile è quello del Glass di sempre, ben condensato in un involucro sonoro in cui può essere seducente avvolgersi e lasciarsi trasportare. Ed è anche un brano ideale per le zone più calde e sfumate della ricca tavolozza di cui dispone oggi la Chicago Symphony, che veramente attraverso la lunga esperienza fatta con Muti (oltre cinquecento concerti e uno scrupoloso rinnovamento degli strumentisti) ha arricchito il suo leggendario e pressoché unico splendore di suono con una levigatezza, omogeneità e duttilità non meno straordinarie, come ormai riconosciuto senza riserve. Nello specifico, se il dominio delle dinamiche è  caratteristica comune a tutte le sezioni, va detto che si tratta di una abilità che nei lucentissimi violini tocca vertici impressionanti, oggi probabilmente senza eguali. Allo stesso tempo vedere Muti sul podio della Chicago Symphony permette di capire come la direzione di un’orchestra sia una questione di pensiero prima ancora che di gesto. Negli anni, la sua gestualità si è prosciugata, quasi solo più i cenni essenziali affidati alla sinistra, mentre l’occhio è sempre più vigile ed eloquente, nella convinzione che avesse ragione Carlos Kleiber quando gli confidava che il suo ideale sarebbe stato dirigere senza muovere le braccia. Non siamo a quello, ma l’efficacia della sua comunicativa e la forza della sua personalità sono una realtà che l’età non ha scalfito, anzi, caso mai il contrario.

E dunque l’Italiana, a ranghi giustamente dimensionati, sottoposta a un incessante lavoro di rifinitura, controllo e riconduzione a sintesi di ogni componente, è stata un capolavoro di equilibrio, all’insegna della più pura e luminosa classicità, a tratti venata da screziature romantiche. Nell’Allegro vivace, fin dall’attacco in levare e dall’esposizione del primo tema, si è avvertito che, in luogo di una certa sovreccitazione di maniera, il discorso musicale si sarebbe sviluppato con la dovuta ritmica serrata e la non meno necessaria raggiante freschezza, ma puntando soprattutto alla più chiara evidenza della perfetta costruzione formale. Massima ariosità, leggerezza e flessibilità  e energia ben dosata, a tutto vantaggio della percezione dei dialoghi strumentali, delle transizioni, delle sovrapposizioni tematiche (solo a titolo di esempio, penso alla rara trasparenza data all’elaborazione contrappuntistica del terzo tema, che ha reso questo passaggio insolitamente catturante). Passando ai movimenti centrali, Muti ne ha colto le aperture romantiche senza forzare e comunque con intensa partecipazione espressiva. Grazie anche alla suprema bellezza di suono dell’orchestra, sono parsi magnifici i contrasti di tinte fra le due melodie dell’Andante, l’amalgama cupo di oboi, fagotti e viole, poi ripreso dai violini con afflato commovente, e quella, più serena, esposta dai clarinetti. Ma nel suo sentire la pagina (il cui spunto è spesso fatto risalire a immagini di processioni viste in Italia), sembra avere un senso di inesorabilità quasi luttuosa, sottolineato con un drammatico ammutolirsi degli archi gravi, nella chiusa. Nel terzo movimento il Minuetto è stato rievocato con una cantabilità semplice e calda e un superbo legato, con un che di struggente in più nella ripresa, mentre la lucida condotta dell’articolato Trio, con i corni protagonisti impeccabili e calibratissimi, è stata un’altra dimostrazione di disciplina e sensibilità. Infine, il Presto, letto in coerenza con l’analitico, ferreo controllo applicato all’Allegro iniziale, dunque non spericolato ma  vertiginoso ed esaltante quanto basta per scatenare l’entusiasmo del pubblico.

E’ noto che Aus Italien, oggetto della seconda parte della serata, è una delle composizioni di Richard Strauss più controverse se non bistrattate nel giudizio critico, diciamo pure sventurata ab origine. Strauss la abbozzò durante il suo primo viaggio in Italia nel 1886, alle soglie dei ventidue anni, nella forma di una fantasia sinfonica in quattro parti, ciascuna dedicata non a descrivere, ma a dare veste musicale alle sensazioni ed emozioni provate in quell’esperienza di tipico Grand Tour. La campagna romana,  le monumentali rovine, la natura e il mare della costa sorrentina (non della spiaggia, come dice il disattento Strauss, che a Sorrento non esiste), la pittoresca vivacità della quotidianità napoletana si tradussero in una galleria di quadri sonori (per gli scettici, cartoline turistiche), l’ultimo dei quali destinato ad essere la pietra dello scandalo. Infatti, l’ostracismo nei confronti di Aus Italien si chiama Funiculì, funiculà, il titolo della fortunata canzone composta da Luigi Denza pochi anni prima e che Strauss ebbe la sbadataggine (forse) di prendere come motivo popolare utile per essere rielaborato nel tempo conclusivo con sfrontata libertà (o, sempre per gli scettici, imperdonabile cattivo gusto). Presentato a Monaco nel marzo 1887, il brano fu accolto con bordate di fischi: tutto poteva essere tollerato, salvo quell’impertinente finale. L’autore si prese del demente, ma confessò di essere fiero del lavoro, aggiungendo con orgoglio: “è questa la mia prima composizione che abbia scatenato un’opposizione di massa”. Ma non si trattava solo di una reazione dettata da giovanile impulso. Strauss credeva davvero in Aus Italien, al punto da sperare che almeno il Paese che lo aveva ispirato potesse riscattarlo. E così nel 1903, avendo già al suo attivo la maggior parte dei suoi acclamati poemi sinfonici, in tournée con l’Orchestra di Berlino, lo propose in cinque nostre città, fra le quali Torino. Ma l’esito non fu diverso e Aus Italien scomparve dai programmi dei suoi numerosi successivi concerti italiani. In quelli di Riccardo Muti è invece presente da sempre, fin dai suoi esordi. Non per vezzo, bizzarria, provocazione, ma per autentica, convinta passione. La strepitosa esecuzione che ne ha dato la sera scorsa, con la Chicago Symphony al massimo grado di virtuosismo, dovrebbe bastare a far capire che Aus Italien, nonostante gli aggettivi pesanti che ancora oggi vengono spesi per definirla, non è solo un immaturo laboratorio per i futuri poemi sinfonici da tenere chiuso in un cassetto, ma un’opera vitale in cui il genio di Strauss si esprime in modo tutt’altro che episodico. Per capirla, occorre accettarla da capo a fondo. Strauss definì il famigerato quarto tempo “folle e stravagante” ed è così che Muti lo vive e ce lo restituisce senza alcuna remora, con divertita, audace spudoratezza. Il pubblico lo ha ripagato con un entusiasmo dirompente. Quasi immediato il fuori programma previsto, che il maestro ha voluto opportunamente introdurre, visto anche lo scarto emotivo rispetto a ciò che lo aveva preceduto. Un omaggio a Puccini nel centenario della scomparsa, l’Intermezzo da Manon Lescaut, con tutta la sua carica di dolore, tragedia e amore, nell’auspicio – tale è stato il suo messaggio — di un mondo in cui quest’ultima parola torni ad avere un significato.

Giorgio Rampone

STRAUSS Aus Italien, fantasia sinfonica op. 16 PROKOFIEV Sinfonia n. 5, op. 100 Chicago Symphony Orchestra, direttore Riccardo Muti

Milano, Teatro alla Scala, 27 gennaio 2024

Eseguita per la prima volta a Monaco il 2 marzo 1887 sotto la direzione dell’autore, nel corso del tempo la fantasia sinfonica Aus Italien ha suscitato negl’interpreti, nella critica e nel pubblico reazioni contrastanti, troppo spesso però dettate da un mai abbastanza esecrato «senno di poi» che mai ha smesso di viziare i giudizi. Sarebbe invece assai più equo considerarla serenamente e pragmaticamente come «un primo passo verso l’indipendenza», come lo stesso Strauss ebbe a scrivere ad Hans von Bülow. L’impersonalità dei lavori precedenti (anche quelli di una certa ambizione ed estensione come la Sinfonia in la) o i debiti piuttosto marcati nei confronti di altri autori (come nella lisztiana Burleske) lasciano qui spazio a novità decisamente rimarchevoli, nell’orchestrazione e nell’armonia come nella costruzione di temi che già preconizzano lo Strauss di là da venire. Va da sé che alla luce dei tanti capolavori successivi (a partire dal Don Juan rivelato al pubblico non molto tempo dopo, l’11 novembre 1889) il valore della pagina non può che apparire abbastanza modesto e forse non del tutto degno di particolari approfondimenti (non a caso fra gl’interpreti straussiani «storici» unicamente Clemens Krauss e Rudolf Kempe ritennero di consegnare al disco la loro interpretazione): sono tutte premesse probabilmente fin troppo ovvie, ma se oggi c’è un direttore d’orchestra che vale la pena di ascoltare in Aus Italien è proprio Riccardo Muti. Egli, infatti, vanta con la partitura un rapporto lunghissimo (si risale addirittura agli esordi, con il concerto del 14 dicembre 1968 alla Rai di Milano, del quale è conservata la registrazione) e mai interrotto. Nella sua bellissima incisione con i Berliner Philharmoniker (gennaio 1989, CD Philips) il direttore distillava con estrema cura ogni dettaglio timbrico forse a spese di una fluidità e di una naturalezza del fraseggio che invece dominano nell’esecuzione scaligera di cui ci occupiamo, donando all’insieme un incanto tutto speciale che culmina nelle preziose screziature «marittime» del  terzo movimento Am Strande von Sorrent (Sulla Spiaggia di Sorrento): con una Chicago Symphony vellutata e sensibile che non esibisce i muscoli ma suona «dolce», preziosa e immacolata come una Staatskapelle Dresden dei tempi d’oro. Sempre in argomento «senno di poi» occorre far presente che anche la spudoratezza (peraltro sorvegliatissima e nient’affatto sguaiata in questa lettura mutiana) del Funiculì Funiculà ampiamente adoperato nel Finale fa pur sempre parte di quella conquista di libertà espressiva che ci avrebbe regalato in seguito i passi più impertinenti del Till Eulenspiegel o quelli ancor più «sconvenienti» (a buon intenditor poche parole) di Salome, Elektra, Der Rosenkavalier e via dicendo.

Alla Scala (Foto: Silvia Lelli)

Se la prima parte è consacrata a uno Strauss ancora alla ricerca di se stesso, la seconda ci presenta un Prokofiev al culmine della maturità. La Quinta Sinfonia (composta nell’estate 1944 ed eseguita il 13 gennaio ’45) è stata giustamente definita come «L’Eroica di Prokofiev» e nessun termine altrettanto sintetico può racchiuderne i valori. «Sinfonia di guerra» sì o no, certo non allo stesso modo di quelle di Shostakovich, la cosa certa è che questa musica partecipa appieno al momento storico, trascendendo però ampiamente le contingenze per aprirsi appunto a una dimensione etica d’impronta beethoveniana. L’attraversano i fiori e l’acciaio, lo scherno e il lutto, ma è più che altro il luogo nel quale convergono tutte le memorie ed esperienze passate: naturalmente le più vistose sono quelle di Alexander Nevsky e Guerra e pace, chestanno appena lì dietro. Magari non l’apice come vorrebbero alcuni, ma senz’altro la più efficace sintesi di un percorso artistico e umano che per tanti versi accomuna questo capolavoro all’altrettanto importante, nonché contemporaneo, Concerto per Orchestra di Bartók. Sono tutte considerazioni che si attagliano per l’appieno alla lettura di Muti, epica, grandiosa, magnanima nei due movimenti più alti (primo e terzo), mai «motoristica» o «automatica» e men che meno gratuitamente spettacolare nei due più trascinanti (secondo e quarto): tant’è vero che i tempi scelti non sono affatto precipitosi, bensì flessibili, sempre appropriati al clima espressivo e decisamente moderati rispetto alla media. Anche qui emergono le caratteristiche di un lungo lavoro di scavo condotto con la Chicago Symphony, che senza perdere in fasto sonoro (a tempo debito gli ottoni sfoggiano per intero il loro leggendario splendore) sa anche conquistare e ammaliare con infinite sottigliezze.

Da una grande orchestra in tournée ci si poteva attendere un bis virtuosistico «generico» o  legato al programma (magari appunto «La morte di Tebaldo» dal Romeo di Prokofiev), ma per Muti l’appuntamento milanese rappresenta per forza di cose una tappa speciale. Lui stesso annuncia alla Scala gremitissima delle grandi occasioni l’Intermezzo dalla Manon Lescaut quale tributo al centenario pucciniano: un ascolto che consente al pubblico di apprezzare ancor più la duttilità della Chicago Symphony, capace di slanci e ripiegamenti, sensualità e passione che non fanno rimpiangere le migliori interpretazioni impresse nella memoria. Esecuzione accolta da ovazioni pari a quelle precedentemente tributate a Prokofiev, premiate da un congedo nel segno di Verdi con l’assai poco usuale Sinfonia dalla Giovanna d’Arco.

Paolo Bertoli

All’Opera di Roma (cr Todd Rosenberg)

LJADOV Il lago incantato STRAVINSKIJ L’oiseau de feu (seconda suite) STRAUSS Aus Italien Chicago Symphony Orchestra, direttore Riccardo Muti

Roma, Teatro dell’Opera, 29 gennaio 2024

Erano dieci anni che Riccardo Muti mancava dal Teatro dell’Opera di Roma: ossia da quella pucciniana Manon Lescaut notoriamente galeotta per i suoi protagonisti, Anna Netrebko e Yusif Eyvazov. Ora, grazie ai molto stamburati contributi di una banca, il Maestro e la Chicago Symphony Orchestra fanno qui al Costanzi una tappa della tournée che li ha già portati alla Scala di Milano e al Lingotto di Torino. Attesa spasmodica in tutta l’Urbe, procedure complesse per i biglietti, parterre e palchi d’alto censo politico-burocratico, ma anche un drappello di studenti, posti sul palcoscenico. Pur dietro una strana gabbia.  

Ovviamente ciò che maggiormente attraeva in tal concerto era l’ascolto d’una delle orchestre più celebrate del mondo e la verifica dello “stato dell’arte del Maestro”, ovvero quanto il Muti dei nostri giorni sia o non sia distante da quello ascoltato nei diversi steps del suo oltre mezzo secolo d’attività sul podio: vedansi gli anni fiorentini e quelli con la Philharmonia; o il ventennio scaligero o gli esiti speciali avuti con la Cherubini o infine il breve incontro con il massimo Teatro romano.  Dire che la Chicago Symphony è un’orchestra eccezionale non può che esser scontato. Può esserlo meno notare e apprezzare una disposizione degli strumenti che – come sempre meno si usa – pone gli archi gravi a destra del direttore, con esiti a nostro avviso di più ampio e individuato orizzonte sonoro e di più esaltanti potenzialità dinamiche. Può esser anche non scontato rilevare come la dovizia sonora non sia in essa orchestra mai ridondanza, mai scapito d’uno splendore talor abbagliante e certo assolutamente peculiare. Non è forse questa una orchestra “nostra”: non è quella che, come la Staatskapelle di Dresda o il Concertgebouw di Amsterdam, ti immerge in un suono che reca con sé – chi ha orecchie per intendere intenda – una gamma di valenze storiche d’irresistibile fascino. O quella, come le italiane di Santa Cecilia o della Scala, che deborda di colori, di prime parti superbe e d’una miriade di “ragioni del cuore”. La Chicago Symphony è efficiente (anche se non è andata esente da qualche piccola imprecisione), moderna, grandiosa, afferma certezze razionali, esibisce a vista circuiti e meccanismi quasi scientifici E sembra proclamare continuamente “America first!”, pur in un programma che di made in USA nulla aveva, visti i due russi nella prima parte (Ljadov e Stravinskij) e il tedesco Strauss nella seconda.

Muti per parte sua è assai cambiato dai tempi dell’Otello, dell’Ernani o del Simon Boccanegra o dell’altro che qui a Roma ha diretto con esiti che poniamo fra i suoi più ragguardevoli. Oggi il Maestro resta quasi immobile sul podio (scelte morali forse, ma crediamo anche di necessità) e consegna la musica all’ascolto con un’acquisita, forte stilizzazione. Percepibile soprattutto nei tempi lenti, scanditi in modo solenne, ieratico, certo trattenutissimi quanto ad espansione patetica. Ovviamente la capacità di scatenare dinamiche travolgenti è ancora tutta lì, nel suo pugno e a ciò basta anche un semplice levarsi del braccio. Delle pagine in programma abbiamo trovato assolutamente straordinaria la lettura densa di mistero e rorida di riflessi glacés de Il lago incantato di Anatolij Ljadov, un piccolo gioiello d’un compositore che vorremmo ascoltare più spesso. La seconda, stringata suite dall’Oiseau de feu ci è sembrata formidabile nella Danse infernale du Roi Katschej e nel Finale, ma invero troppo razionalmente (e non liricamente) immobile nella Ronde e nella Berceuse.

Perché poi ad unico elemento comune dei tre concerti italiani con la Chicago, Muti abbia scelto quel pletorico e gravoso poema sinfonico che è Aus Italien di Strauss per noi resta un mistero. Certo è tal “Fantasia sinfonica” un’opera d’apprendistato e di esperimento, anche un po’ scervellato (la citazione di Funiculì, funiculà di Denza nel quarto movimento, non senza qualche tratto di astuto sberleffo, provocò una vittoriosa azione legale di Denza stesso). E tuttavia potrebbe Aus Italien trovar ragione di proposta ove se ne facesse (come Clemens Krauss) una memoria sonora tracimante sensualità dall’inizio alla fine, quasi un diario d’esperienze erotiche fra Venezia e Napoli. Ossia forzandone all’estremo il dettato musicale obbiettivo e gli intenti retrostanti. Muti invece sceglie d’eseguire il poemone tel quel, vibrante e magniloquente, banale e volgare. E merita tanto di cappello, il direttore: ma non riesce ad evitarci qualche abbondante tratto di noia. Riscattato prontamente con il bis della Sinfonia della Giovanna d’Arco: e qui il Maestro ha acceso le pur antiche polveri…

Maurizio Modugno

                                                                                              

Data di pubblicazione: 30 Gennaio 2024

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