
WEBER Freischütz: Ouverture BEETHOVEN Concerto per pianoforte e orchestra n. 3 BRAHMS Sinfonia n. 4 pianoforte Beatrice Rana Deutsche Kammerphilharmonie Bremen direttore Riccardo Minasi
Verona, Teatro Filarmonico, 1° ottobre 2025
La presenza di Riccardo Minasi alla guida della superlativa Deutsche Kammerphilharmonie Bremen ha portato una ventata di novità – anzi una tempesta di luce – nella rassegna sinfonica veronese promossa dall’Accademia Filarmonica di Verona “Il settembre dell’Accademia”, allontanandosi da qualsivoglia routine, concezioni o abitudini scontate sia rispetto agli interpreti che agli ascoltatori. In piena centralità la presenza della pianista Beatrice Rana nel Terzo concerto di Beethoven. Sempre più applaudita sulle scene internazionali, a Verona risultava in diretto e inevitabile raffronto con l’integrale dei concerti beethoveniani appena eseguita da Alexander Lonquich. Si tratta di concezioni differenti con estetiche contrapposte. La derivazione del terzo concerto dall’eredità settecentesca, per quanto innovativa, trova nella Rana delicatezze infinitesimali nel piano e pianissimo, decisamente suadenti, nell’ottica di una ricercata iper-definizione e iper-precisione che tanto affascinano, più enfatica nella concitazione del virtuosismo nella dimensione del forte, che andava ad assumere i toni da Ottocento inoltrato. C’è l’aspirazione al nuovo, ma esiste ancora una retorica beethoveniana da cui molti difficilmente si discostano. La Rana punta soprattutto al virtuosismo, talora parossistico, che non si scosta di molto da un’ordinaria concezione concertistica, molto pianistico-solistica, meno cameristica, e che tende spesso a prendere le distanze dagli aspetti più comunicativi dei rapporti tra melodia, armonia e orchestra. Difficile poi sciogliere l’entrata isolata del pianoforte del secondo movimento, che precede l’orchestra e che rischia di rinchiudersi nella bolla di un suono meramente bello o bellissimo. Generosa, regala due fuoriprogramma dalla trascrizione di Pletnev dello Schiaccianoci di Ciaikovski (l’Intermezzo e la Marcia iniziale): agilità e virtuosismo ipercinetico trionfano con vivido successo.

È in realtà Minasi a dominare la scena con una concertazione stilisticamente ineccepibile, dall’energia travolgente: già nell’introduzione del concerto beethoveniano regnano voci interne, trasparenze e chiaroscuri, articolazioni solitamente schiacciate o ignorate. Mette ordine e chiarezza nell’Ouverture dal Freischütz di Weber — difficile da dirigere, brano da concorso — dove rigore ed equilibrio nel bilanciamento di timbri e sonorità costruiscono vere e proprie scene seppure all’interno di un breve brano, in una drammaturgia di contrasti. L’avvio in cui tutto si muove — quasi incredibilmente — dal mezzopiano in giù, con diminuendo mai sentiti, è una meditata e contemplativa preparazione per l’esplosione del tutti, fra le tinte graffianti di un sinfonismo operistico tutto tedesco e pochissimo italiano. Complice un’orchestra stratosferica per la flessibilità nelle combinazioni timbriche così come nelle dinamiche e nel senso unitario della concezione del suono e del suonare insieme. A questo livello una personalità ricca come quella di Minasi può approfondire al meglio una poetica di ricerca che comprende i nessi e le ragioni tecniche, ma anche spirituali della musica, una ricerca nella partitura che – finalmente – ci mostra veramente quello che è scritto – strano a dirsi – ravvivandone i significati.
La Quarta di Brahms è una riscoperta e allo stesso tempo una rivelazione: se per qualcuno il sinfonismo brahmsiano sembra non aggiungere molto a quello beethoveniano, trasfigurato in paradigma, c’è un autentico aspetto che Minasi sa cogliere nel Brahms maturo, ovvero quella dimensione cameristica dove il fraseggio è respiro continuo e trasparenza, a cui ogni sezione dell’orchestra partecipa con impeccabile appropriatezza. La fluidità del tempo, le sue infinite possibilità di articolazione e cantabilità, persino il diverso carattere di un pizzicato o i rintocchi emblematici dei timpani in chiusura del primo movimento, tutto coronato dall’unitarietà strutturale dell’orchestra, che di per sé vive già una propria idea di una sinfonia tanto frequentata. Attraverso la sua concertazione Minasi penetra il tessuto orchestrale rendendolo proprio, come se dirigesse da anni quest’orchestra, con un impatto indelebile e inconfondibile, dove anche un banale accompagnamento diventa emozionante. Ne esce un Brahms tormentato, inquieto in ogni respiro. In questa rinascita continua ogni figura assume una precisa identità, ben evidente anche nell’Ouverture in stile italiano di Schubert eseguita come fuoriprogramma, ma preceduta da una precisazione al pubblico, in cui Minasi tiene a dire che, salvo l’incarico svolto a Genova, questo di Verona è solo il suo secondo concerto sinfonico in Italia. Merita indubbiamente molta maggiore presenza nelle nostre stagioni. Successo caldissimo con ovazioni.
Mirko Schipilliti