
Concerto di Marina Rebeka con il Quartetto d’archi del Teatro alla Scala (musiche di Schubert, Cherubini, Lemoyne, Mozart, Piccinni, Gluck, Beethoven, Spontini, Le Sueur, Haydn)
Milano, Teatro alla Scala, 9 marzo 2026
“Melpomene sulla Senna” si intitola l’acuto saggio di Raffaele Mellace contenuto nel programma di sala del concerto di Marina Rebeka: e in effetti — grazie alla collaborazione col sempre prezioso Palazzetto Bru Zane e il suo nume tutelare Alexandre Dratwicki — le arie scelte si concentravano in un trentennio di opera francese composta da autori autoctoni (i poco noti Lemoyne e Le Sueur), tedeschi (Gluck) e soprattutto italiani (Cherubini, Piccinni e Spontini), in un lasso di tempo che va dal 1776 dell’Alceste di Gluck in versione francese alla Mort d’Adam di Le Sueur, del 1809. La grande parabola del passaggio dall’ancién régime alla Rivoluzione e poi all’impero napoleonico, che si riflette in scena nel trionfo della tragédie lyrique: ecco che in queste opere rivivono grandi eroine del mito greco come Medea, Fedra, Alcesti e derivazioni più moderne come Didone e Julia, la Vestale spontiniana. Ma la grandeur tragica delle partiture originali era qui filtrata da trascrizioni dello stesso Dratwicki per quartetto d’archi: come se la citata Melpomene, e le sue eroine, dalle scene dell’Opéra si presentassero nei salotti parigini, conquistando una dimensione più borghese, meno aulica. Una pratica che certamente esisteva, e che è stato interessante ascoltare oggi, nonostante le dimensioni della Scala non siano certo quelle di un salotto, sì che l’effetto finale lasciava a volte dubbiosi: e questo anche perché, giustamente, il Quartetto scaligero — impegnato poi da solo anche in pagine del Classicismo viennese, quasi a specchio verso la Francia — non inseguiva vanamente il tentativo di fare la voce grossa e emulare sonorità orchestrali. Su di loro si alzava la voce di Marina Rebeka, la cui canoviana purezza, dovuta ad una tecnica d’emissione — di impronta squisitamente italiana — davvero ammirevole non mordeva le consonanti cercando improbabili dimensioni tragiche, ma affidava anzitutto al canto, alle alternative di dinamiche e di colore la ricreazione di questi personaggi così monumentali, due dei quali (Medea e Julia) ha già affrontato integralmente.

E infatti non si poteva rimanere insensibili né al gioco di mezzevoci né al perfetto legato mostrato in “Toi que je laisse sur la terre” dalla Vestale, o all’imperioso squillo di “Impitoyables dieux”, dalla stessa opera. E che Marina Rebeka non sia una diseuse alla francese ma una grande artista all’italiana lo provano anche due dei tre bis, concessi per acclamazioni di un pubblico in tripudio: la grande aria di Elettra dall’Idomeneo “D’Oreste, d’Ajace” e la preghiera dell’Otello verdiano, dove finalmente la scrittura per quattro archi soli tornava nell’alveo delle cose giuste e naturali. Una serata che conferma la raffinatezza intellettuale e la statura di una delle artiste di oggi per cui — come diceva una volta la guida Touring — sempre “vale il viaggio”.
Nicola Cattò
Foto: Brescia e Amisano / Teatro alla Scala