“Ma non è una cosa seria!”: Arianna a Nasso all’Opera di Roma

STRAUSS Ariadne auf Naxos C. Morillon, A. Eröd, A. Brower, A. Fanyo, T. Katajala, Z. Dai, Ä. Humm, M.I. Rašić, K. Huml, M. Günther, J. Ricci, M. Guarrera, S. Barbashova; Orchestra del Teatro dell’Opera di Roma, direttore Maxime Pascal regia David Hermann scene Jo Schramm costumi Michaela Barth

Roma, Teatro Costanzi, 8 marzo 2026

“Non è una cosa seria”: ma nel senso che il gusto della parodia, d’un “teatro nel teatro” pervaso dal distacco astuto del musicista ormai rodato, dalla volontà di prender sul serio, ma fino a un certo punto, sé stesso e gli altri, percorrono i due pannelli (un Prologo ed un Atto unico) dell’Ariadne auf Naxos di Richard Strauss con singolare ed attraente genialità. Quell’agitarsi di vestaglie e parrucche, quei sentori di ceroni e belletti, quelle contese di primedonne e primiuomini, quelle ambizioni di padroni di casa, maggiordomi e compositori, quel Settecento francese e italiano messo tra virgolette, son tutti resi nel Prologo buffo con un segno musicale sapiente ed aguzzo e con un’ironia sorniona realmente impagabili. Che però un intento più segretamente parodistico, un sottotesto appena irriverente, non possano esser esclusi neppure dall’Atto serio, è cosa che pensiamo non da oggi. Per non dire delle citazioni sparse qua e là (un po’ di Tristan, i Giganti e le Norne del Ring, Puccini etc.) che mettono altra carne al fuoco sul braciere della presa in giro.

Rendere tutto ciò musicalmente e scenicamente non è impresa agevole: e a nostra personale memoria nel 1991 l’allora direttore musicale dell’Opera di Roma, Gustav Kuhn, vi era riuscito assai bene, con lucida nettezza e ammirevole leggerezza di suono e di fraseggio. Il francese Maxime Pascal, un nome ora in ascesa (presto Debussy alla Scala e Messiaen a Salisburgo) ha senz’altro reso ottimamente il Prologo, con una rapidità da “folle giornata”, un’attenzione ai dettagli e una raffinatezza ben lodevoli. Meno assai ci ha convinti nell’Atto di Naxos, con un’orchestra non sempre irreprensibile e molti passi che quella raffinatezza rivoltavano in sonorità pesanti; oltre che forieri d’una sensazione complessiva di lentezza e di poca coesione, se non di disordine.

I cantanti in palcoscenico erano in verità più che meritevoli. La black voice di Axelle Fanyo ha fatto mostra d’un timbro di mirabile velluto, dai colori scuri, ma affascinanti, di un’estensione ragguardevole; e ha reso la sua Ariadne (a differenza delle primedonne germaniche e accostandosi casomai a Leontyne Price o a Jessye Norman) fremente d’una sensualità prima offesa, poi ritrosa, quindi travolgente. Assai meno dotata timbricamente, il giovane soprano cinese Ziyi Dai si è mostrata però una virtuosa eccezionale nel venir a capo del suo impervio “Großmächtige Prinzessin” con lode, bacio accademico e teatro in visibilio. Tuomas Katajala (Bacchus) è un tenore finlandese che da Rossini e Mozart sta ora passando a Weber, Wagner e Strauss: et pour cause diremmo, visto che ha volume e squillo possenti e una bella patina argentea, ma anche una qual tendenza alla stentoreità che ha reso un poco rigido il suo personaggio. Molto temperamentosa, pur con qualche asperità negli acuti, il mezzosoprano americano Angela Brower ben figurava negli eleganti panni del Komponist. Charles Morillon e Adrian Eröd (rispettivamente Der Haushofmeister e Ein Musiklehrer), nonché le quattro maschere, che è a dire Äeneas Humm (Harlequin), Matteo Ivan Rašić (Scaramuccio), Karl Huml (Truffaldin) e Manuel Günther (Brighella), sono stati tutti d’un livello considerevole. Le tre creature silvestri, ossia Jessica Ricci (Najade), Michela Guarrera (Dryade) e Sofia Barbashova (Echo) ci son parse ad una quota appena inferiore, mentre le numerose ulteriori parti meritavano il classico “bene gli altri”.

La regia di David Hermann risolveva la prima parte con una parete laccata bianca e tre porte (da cui tutti andavano e venivano non sempre con molto senso) e la seconda con una sorta di foresta morta e grigiastra, dove tutti invece si muovevano con qualche difficoltà. Non ne siamo stati entusiasti, anche perché di rado l’azione risultava chiara e motivata. Francamente brutti i costumi di Michaela Barth: ma questo è un dato sempre più comune su tutti i palcoscenici d’opera.

Grandissimo successo, soprattutto per i cantanti.

Maurizio Modugno

Foto: Fabrizio Sansoni

Data di pubblicazione: 9 Marzo 2026

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