
Il 14 giugno scorso, nel centro di Washington, tra i monumenti neoclassici, si stava svolgendo la parata dell’esercito americano (ma anche il compleanno del presidente) con tanto di militi dalla faccia truculenta, carri armati, aerei caccia, più di un’ora di fuochi d’artificio e tante altre cose amene. Contemporaneamente, nella periferia della città, nel verde del campus dell’Università del Maryland, si stava invece svolgendo un evento di elevazione dello spirito, durante il quale Marin Alsop ha diretto la Seconda sinfonia di Mahler, “Resurrezione”. Naturalmente tra i due eventi il secondo era quello che valeva la pena vedere.
Dal 1988, l’Università del Maryland ospita il National Orchestral Institute + Festival (NOI+F), un programma intensivo estivo della durata di un mese. Il programma seleziona seleziona musicisti di talento (solitamente studenti universitari e post-laurea) da tutti gli Stati Uniti per un programma estivo molto competitivo, dove lavorano con musicisti professionisti, direttori d’orchestra e compositori di fama. Il risultato è una serie di concerti dove essi affrontano un repertorio impegnativo, che quest’anno spazia da Haydn, a Stravinsky, fino a molti lavori contemporanei. L’orchestra ha presentato diversi concerti a Washington, ma ha poi concluso la stagione con un concerto dedicato a Bernstein alla Carnegie Hall di New York, sempre sotto la direzione di Marin Alsop.
Durante la serata in questione, l’orchestra si è dimostrata sorprendentemente compatta negli attacchi e capace di suoni poderosi, dimostrando la cura con cui sono stati selezionati i suoi componenti e il grande lavoro fatto dalle masterclass organizzate da questa organizzazione.
Il programma della serata in questione è iniziato con Kinsfolknem, un lavoro della compositrice Jasmine Arielle Barnes, già commissionato da NOI+F, il festival di Aspen e la Carnegie Hall. Si tratta di un concerto per orchestra e per un quartetto di fiati, con il flauto suonato da Demarre McGill, l’oboe di Titus Underwood, il clarinetto di Anthony McGill e il fagotto di Andrew Brady. L’idea era quella di far rivivere la vivacità dei pranzi e delle feste casalinghe di una famiglia afroamericana, con ogni strumento che prende il ruolo di un componente della famiglia. Il pezzo usa il linguaggio del Jazz e del Blues, con il quale la compositrice, afroamericana di Baltimora, dice di essere cresciuta, e che sente così vicino al proprio lessico familiare. A grandi esplosioni orchestrali alla Bernstein o Gershwin si alternavano momenti da jam session jazz, con i solisti che si esibiscono in breaks o in lunghi soli. Pur nella vivacità del risultato complessivo, il brano sembrava aver bloccato nella scrittura su pentagramma la spontaneità dell’improvvisazione così necessaria per questo genere di sonorità.
Dopo la spensieratezza della prima parte (che aveva anche il dono della brevità), siamo passati a ben altro peso, con la Seconda sinfonia di Mahler, la “Resurrezione”. In questo brano la Alsop ha deciso di non puntare sul suono sontuoso dell’orchestra (che latitava) ma invece di riportare il capolavoro di Mahler nel Novecento, dando una visione asciutta, nella quale alla grande frase romantica è sostituita invece un’interpretazione senza frizzi ma dalla potenza lapidaria. La Alsop ha usato grandi contrasti dinamici, preferendo tempi incalzanti e a momenti quasi inflessibili, che hanno rivelato la potenza ritmica del primo e del terzo movimento. Il quarto movimento ha avuto una capacità evocativa eterea, più astratta che emotiva, anche grazie alla bella proiezione di suono del mezzosoprano Gabrielle Beteag. Il monumentale ultimo movimento ha visto gli interventi di Midori Marsh, dalla brillante grana vocale, e del coro della Baltimore Choral Arts Society. Quest’ultimo, preparato da Anthony Blake Clark ha invece mostrato quello che forsa mancava all’orchestra, cioè un suono compatto e ben tornito, sia nello spettacolare attacco (fatto con il coro seduto, quasi a sorprendere gli spettatori), sia nell’enorme finale, dove tutte le sezioni hanno dimostrato una purezza di emissione anche nelle note estreme in fortissimo volute da Mahler.
La Alsop, che ha diretto questo lavoro più volte, si è quindi dimostrata sicura e capace di gestire l’immane lavoro della “Resurrezione” anche con un’orchestra giovanile, con un gesto chiarissimo e con un carisma da direttore consumato. Speriamo poi che questo concerto sia anche servito ad infondere un po’ di spiritualità e di riflessione in un momento nel quale se ne ha così tanto bisogno.
Francesco Zanibellato