Lonquich e Lortie: coppia d’assi per l’apertura di stagione dei Pomeriggi

POULENC Concerto per due pianoforti in re, Capriccio d’après “Le Bal Masqué” BUSONI Duettino concertante MOZART Concerto per due pianoforti in MI bemolle K 365 pianoforti Alexander Lonquich e Louis Lortie Orchestra I Pomeriggi Musicali

Milano, Teatro Dal Verme, 9 ottobre 2025

Sono felicemente usciti dalla pigrizia e dalla sicurezza della routine imperante un po’ ovunque I Pomeriggi Musicali, con un concerto inaugurale della stagione 2025/2026 intrigante e particolare, sia perché sul palcoscenico del Teatro Dal Verme accanto ai musicisti dell’orchestra milanese c’erano ben due pianisti — e che pianisti: Louis Lortie e Alexander Lonquich — sia perché dal Concerto per due pianoforti in MI bemolle K 365 di Mozart, scelto per aprire la progettata integrale di tutti i concerti pianistici mozartiani affidata in alternanza proprio a Lortie e Lonquich, la serata si proiettava verso il Novecento di Busoni e di Poulenc: in apertura della prima e della seconda parte c’erano due paginette del tutto sconosciute per pianoforte a quattro mani come il Capriccio d’après “Le Bal Masqué” di Poulenc e il Duettino concertante di Busoni e come pezzo forte c’era il raffinato, graffiante ed elusivo Concerto per due pianoforti in re di Poulenc.

Lortie e Lonquich hanno suonato con leggerezza, togliendo piuttosto che aggiungendo enfasi, hanno suonato quasi distratti con il piacere di suonare e con un’intesa che sembrava nascere al momento, senza aver avuto bisogno di grandi lavori di preparazione. Lo hanno potuto fare in virtù del loro talento fuori dal comune e di un infallibile istinto del palcoscenico, coinvolgendo il pubblico fin dalle prime battute del Capriccio d’après “Le Bal Masqué”, brillantissime e spumeggianti, anticipazione della felicità dell’invenzione melodica e delle suggestioni timbriche dell’altra pagina di Poulenc in programma, un Doppio concerto che si ascolta molto raramente dal vivo e che farebbe invece molto piacere poter ascoltare più spesso. Lortie e Lonquich si sono tenuti lontani dall’enfasi e dal sentimentalismo, non si sono spinti troppo in avanti nella ricerca dell’incisività del tocco e della velocità, a volte hanno tralasciato anche qualche dettaglio e qualche finezza in favore di interpretazioni molto dirette, ora festosamente ariose ora più sognanti, come nella parte centrale del Capriccio, impostata su un ritmo di habanera un poco grottesco. Lo stesso vale per il Doppio concerto di Mozart, in cui la morbida dolcezza espressiva dei dialoghi tra i due solisti e l’orchestra, in particolare con l’oboe nel secondo movimento, arrotonda una partitura tutta giocata sulla vivacità del ritmo, specialmente nel Rondò conclusivo, risolto dai due solisti, ancora una volta, nel segno di una piacevolezza leggera e svagata.

Era una leggerezza piena di ammiccamenti e di sottintesi, perché in questo caso il Doppio concerto di Mozart si è rivelato tutt’altro che un oggetto misterioso caduto in mezzo alla deliziosa fatuità della musica di Francis Poulenc, quanto un centro gravitazionale intorno a cui ruota tutto il resto; come nel programma di sala ha giustamente definito Raffaele Mellace si tratta di un «gioco di specchi», nel quale «un pianoforte si specchia nel suo doppio» e «un secolo intero, il Novecento, si specchia nel modello di Wolfgang Amadeus Mozart».

Questo gioco di rispecchiamenti avviene in modo esplicito nel Duettino concertante di Busoni, trascrizione per due pianoforti del finale del Concerto per pianoforte in FA K 449 di Mozart, una trascrizione in cui l’originale mozartiano già di suo vivace nel ritmo e complesso nella scrittura, con tanto di tema fugato, va incontro sia a un ispessimento del tessuto musicale sia a un aumento di gradazione virtuosistica, mentre avviene in modo più sottile nel Concerto per due pianoforti di Poulenc, il cui Larghetto centrale è una sorta di calco mozartiano, essendo scritto sostanzialmente “nello stile di” Mozart con qualche piccola deformazione di linguaggio e qualche virata verso un languore pucciniano, come se ci ritrovassimo all’improvviso nelle atmosfere di Gianni Schicchi, ma nei cui movimenti estremi Mozart appare come un modello lontano, deformato e straniato. È uno straniamento condotto, però, senza complicazioni intellettuali, nel segno della vitalità e della naturalezza, a partire dalla sorprendente coda di un primo movimento grottesco e tutto percorso da continue scariche di adrenalina che però si slarga in un’oasi meditativa caratterizza da sonorità evanescenti da gamelan, fino ad arrivare a un finale nervoso e a tratti anche spigoloso, tra un’asciuttezza neoclassica e venature jazzistiche. Il tutto è stato risolto in scioltezza dai due interpreti e nel caso di Poulenc anche dall’orchestra, sempre reattiva e sempre perfettamente a fuoco, cosa che non è accaduta nel Doppio concerto mozartiano, in particolare nel primo movimento, dove l’orchestra è apparsa un po’ pallida sia per la poca incisività ritmica sia per la mancanza di precisione, perché in una serata in cui a dirigere erano i due solisti (Lonquich in Mozart e Lortie in Poulenc) gli orchestrali hanno un po’ ha patito non poter essere assecondati fino in fondo dal gesto di un vero direttore.

Sono però dettagli che nulla hanno cambiato all’esito complessivo di questa bella e frizzante inaugurazione di stagione, anche perché due pianisti come Lortie e Lonquich hanno sempre molto da dire, sia pure in un programma intellettualmente più leggero, e soprattutto lasciano sempre il segno delle loro diverse personalità, come in questa serata si è visto nell’inclinazione di Lortie a scavare nelle pieghe timbriche delle frasi (penso in particolare alla coda del Duettino concertante busoniano, in puro stile da opera buffa) a cui faceva da contrappunto l’inclinazione di Lonquich a cercare una maggiore nettezza di linee e una maggiore incisività del tocco.

Alla fine sono arrivati lunghi applausi e, come bis, è arrivato il rondò conclusivo della Sonata in RE per due pianoforti K 448 di Mozart, un’interpretazione risolta anche in questo caso nella rinuncia a eccessi virtuosistici, nel segno di una vivacità sbarazzina.

Luca Segalla

Foto: Lorenza Daverio

Data di pubblicazione: 11 Ottobre 2025

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