Lo Stabat Mater in bianco e nero di Tjeknavorian con la Sinfonica di Milano

ROSSINI Stabat Mater B. Torre, M. Belli, J.F. Gatell, N. Ulivieri; Orchestra Sinfonica e Coro Sinfonico di Milano, direttore Emmanuel Tjeknavorian

Milano, Auditorium, 17 aprile 2025

All’inizio di questo millennio il compianto Romano Gandolfi diresse spesso lo Stabat di Rossini con l’allora Orchestra Verdi: ne ricordo – ero presente – esecuzioni dalla robusta struttura operistica, dalla cantabilità sanguigna, ma sempre innervate da un senso del sacro che era il riflesso diretto di una devozione schietta, franca, di un cattolicesimo verace. La radice melodrammatica, d’altronde, è ben presente nel capolavoro rossiniano: vere e proprie arie, nella struttura e nelle formule di accompagnamento, sono ad esempio numeri come “Cuius animam” e “Fac ut portem”. Ed è partendo da questa osservazione che si possono trarre alcune conclusioni sulla direzione d’orchestra di Emmanuel Tjeknavorian, che ha certamente il merito di avere riportato un entusiasmo trascinante in Largo Mahler dopo gli anni grigi della reggenza di Flor, ma che è (ancora) del tutto estraneo al mondo dell’opera, e al rapporto con le voci. Anzitutto, l’ampio – troppo ampio – Coro Sinfonico, pur ottimamente preparato e dall’intonazione ammirevole, si abbandonava ad entusiasmi sonori davvero eccessivi: già il testo stesso dovrebbe suggerire, nel “Quando corpus morietur”, una gestione delle dinamiche più contenuta, ma anche nell’iniziale “Stabat Mater” il rapporto con solisti e orchestra era davvero problematico. Certamente Tjeknavorian vede lo Stabat come una partitura ad altissima temperatura drammatica: lo studio si immagina certosino, ogni dettaglio era evidenziato (talora solo nelle intenzioni), e l’ora di musica lasciava spesso senza fiato. Ma, come era palese anche in un gesto molto imperioso e squadrato, troppo spesso era uno Stabat in bianco e nero, dove si passava da fortissimi sconquassanti a pianissimi viceversa privi di corpo: e per tornare all’inizio, la meccanicità di certe tipiche formule di accompagnamento operistiche di alcuni numeri mettevano a nudo la totale estraneità del giovane direttore armeno-austriaco dal mondo dell’opera. Più che adeguato il quartetto vocale, dove spiccava la solidità e la precisione musicale di Nicola Ulivieri e si ammiravano la freschezza e l’intensità di Benedetta Torre, musicista raffinata. Uno Stabat, in conclusione, interlocutorio: ma sono le tappe inevitabili nel processo di crescita di ogni bacchetta.

Nicola Cattò

Foto: Angelica Concari

Data di pubblicazione: 18 Aprile 2025

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