L’italianità di Sir Tony per l’apertura di MITO

ROSSINI Ouverture da Semiramide CHOPIN Concerto per pianoforte e orchestra n. 2 in fa minore SHOSTAKOVICH Sinfonia n. in mi bemolle maggiore op. 70 DE SABATA Juventus, poema sinfonico per orchestra London Symphony Orchestra direttore Antonio Pappano Pianoforte Seong-Jin Cho

Torino, Auditorium del Lingotto “G. Agnelli”, 5 settembre 2025

Terminato il lungo brusio iniziale (c’è sempre qualcuno, in sala, che sembra non volersi rassegnare all’inizio del concerto) il pubblico accorso all’Auditorium del Lingotto sembra finalmente pronto per questo importante appuntamento torinese nell’ambito del tradizionale Festival MITO Settembre Musica, che quest’anno reca il titolo “Rivoluzioni”. Un appuntamento dal sapore variegato, in cui sulla scena si sono resi protagonisti il cantabile all’italiana, il mito ottocentesco del pianista virtuoso, la grande orchestra del primo Novecento e molto altro ancora. L’apertura rossiniana (ouverture da Semiramide), che conferisce una certa prospettiva e un certo gusto teatrale alla serata, è stata forse concepita anche quale omaggio all’italianità, tra cui quella dello stesso Sir Tony, bacchetta che sino a un paio d’anni fa ha diretto, e lo ha fatto per ben diciotto anni, l’Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia, con la quale tra l’altro era stato protagonista di un bel film-documentario realizzato dal regista romano Angelo Bozzolini (Il carattere italiano, 2013). Qui il direttore britannico aveva evocato le proprie origini italiane, che ci conducono a Castelfranco in Miscano, paesino di mille anime nel Beneventano, nonché la natura della propria educazione musicale, che è stata quella di un musicista formatosi più accompagnando il padre cantante sul proprio pianoforte che seguendo i corsi tra le aule di un conservatorio. È ben noto che nel 2023, succedendo a Simon Rattle, Pappano divenne il direttore principale della London Symphony Orchestra, compagine che ci è parsa in gran forma anche questa sera, a partire proprio dall’entrée rossiniana, così ben calibrata nelle varie parti, espressione del ricorso a uno stile assai adeguato, adeguato voglio dire tanto rispetto alla scrittura musicale quanto all’acustica della sala. Dopodiché si è passati a un compositore che proprio al cantabile operistico italiano dovette non poco, e cioè Chopin: meno celebre del Primo concerto in mi minore, il Secondo concerto in fa minore che abbiamo potuto ascoltare questa sera presenta tuttavia diversi agganci al primo, che non si limitano alle similitudini strutturali, ritmiche, tematiche eccetera; alludo anche al destino in cui la critica relegò entrambi: i concerti per pianoforte e orchestra di Chopin furono a lungo criticati e persino talvolta minimizzati, quando non irrisi, sostanzialmente tacciati di inadeguatezza per ciò che attiene alla loro concezione orchestrale. Chopin non era certo un Rimski-Korsakov, un Ravel o un Mahler, si ripeteva, non era cioè da annoverarsi tra i più grandi orchestratori della storia della musica. E va bene. Ma il punto è un altro, e rende a mio avviso quella critica, peraltro oramai datata, piuttosto miope: mi pare infatti che quegli studiosi e quei musicologi che si affrettarono a decretare l’inadeguatezza dell’orchestrazione chopiniana fondarono il proprio ragionamento concentrandosi sull’orchestrazione in sé, quindi almeno parzialmente avulsa dal contesto, o comunque non sempre ragionando a fondo sul rapporto tra questa e la stessa parte pianistica chopiniana, non tenendo quindi sufficientemente conto della natura vera, e delle vere proporzioni, di questa musica, del rapporto tra melodia e accompagnamento, del peculiare tipo di pianismo e di altri elementi su cui non ci sarebbe il tempo ora di insistere. Non è forse un caso che i tentativi che verranno fatti per “migliorare” e magari irrobustire l’orchestrazione dei due concerti per pianoforte e orchestra di Chopin finiranno per apparire sostanzialmente inadeguati. A eseguire al pianoforte il Secondo concerto è stato chiamato Seong-Jin Cho, vincitore, nel 2015, del prestigioso Varsavia, il concorso chopiniano per eccellenza. Sulle prime ho avuto l’impressione che il pianista coreano faticasse ad assumere le vesti dell’artista di grande valore che ha dimostrato essere in tante occasioni. Si direbbe, quantomeno nei primi minuti, che Seong-Jin Cho si sia espresso come uno chopiniano un po’ accademico, in certi frangenti inaugurali addirittura non molto più di un bravo, ligio studente; ma dell’accademico, dello sgobbone digitale, Seong abbandonerà presto gli abiti, iniziando finalmente ad apporre il proprio marchio, mettendo in mostra un pianismo degno di lui e delle aspettative del pubblico: il risultato generale è a dir poco rimarchevole grazie a una grande chiarezza, precisione, espressività, grazie alle idee e alle prospettive non banali che lo stesso pianista è capace di offrire. Dopodiché, cedendo alle insistenze del pubblico, Seong concede un bis, segnatamente uno dei valzer più celebri, studiati ed eseguiti del repertorio chopiniano, il n. 2 op. 64 in do diesis minore. È sempre difficile dare nuova luce a un brano tanto conosciuto, o quantomeno farlo brillare senza che galleggi, o affoghi, in un’interpretazione di maniera: Cho riesce invece nell’intento, in maniera intelligente e musicalmente non retorica, apportando idee ritmiche e colorando in modo convincente alcuni passaggi chiave, senza perdere di vista l’impianto ritmico-armonico complessivo, cioè quindi la forma essenziale del brano, sicché ascoltarlo è un vero piacere.

La seconda parte della serata debutta con la Nona sinfonia di Shostakovich, brano inizialmente pervaso da uno spirito umoristico che alla dirigenza sovietica sembrò stonare rispetto alla temperie del momento (si era nel 1945, alla fine della “grande guerra patriottica” con tanti morti da commemorare). Si tratta di una tra le sinfonie più note del compositore sovietico, connotata anche dalla massiccia presenza, del resto ben valorizzata dall’orchestra londinese, degli ottoni e anzi dei fiati più in generale, ricordandoci una volta di più come la storia dello sviluppo dell’orchestra sia anche un po’ il racconto della progressiva “rivalsa” dei fiati sugli archi. La compagine londinese mostra grande professionalità, oltre che personalità e abilità in tutte (ma veramente in tutte) le sezioni: il quarto movimento della sinfonia, così narrativo, teso, pieno di suspense, è certamente di alquanto ardua, se non snervante, esecuzione: la tensione orchestrale, creata ad arte da Pappano e dai suoi musicisti, è direttamente proporzionale al risultato sonoro e, quindi, al piacere – al tesissimo piacere – che ne trae il pubblico all’ascolto. La serata si conclude con Juventus di De Sabata, autore che, presumo, in tanti prima d’ora non avevano avuto modo di ascoltare in qualità di compositore, essendo la sua attività di direttore d’orchestra molto più nota. Si tratta di una composizione giovanile, come del resto dichiarato dal titolo, in cui mi pare che della giovinezza vengano espressi anche i lati più riposti: in questo breve poema sinfonico, forse non un capolavoro ma comunque brano piuttosto d’effetto, compare certamente l’immagine di una gioventù spensierata e ingenua, ma s’intravede pure il giovane, o la giovane, alle prese con i propri dubbi e tormenti. In conclusione, Pappano e la sua LSO hanno regalato al pubblico quella che è da segnalarsi probabilmente come una delle serate più interessanti dell’intero Festival MITO, rassegna che come sempre continueremo a seguire con entusiasmo, muovendoci tra le due città italiane.

Marco Testa

Data di pubblicazione: 9 Settembre 2025

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