L’emozione interiore di un felicissimo Werther al San Carlo

MASSENET Werther F. Demuro, C. Piva, D. Giove, L. F. Ravizza, S. Vitale, R. Covatta, M. Bove, V. M. Vagnoli, S. Vitolo; Orchestra e Coro di Voci Bianche del Teatro di San Carlo, direttore Lorenzo Passerini regia Willy Decker scene e costumi Wolfgang Gussmann luci Joachim Klein

Napoli, Teatro di San Carlo, 26 maggio 2026

Al Teatro di San Carlo Werther di Jules Massenet è tornato in scena in uno spettacolo che ha avuto il merito raro di evitare ogni forma di sentimentalismo decorativo per restituire invece il nucleo più inquieto e moderno dell’opera. La produzione firmata da Willy Decker, proveniente dalla Oper Frankfurt e già apprezzata in passato dallo stesso pubblico napoletano in una precedente apparizione al San Carlo, conferma ancora oggi una notevole forza teatrale e una sorprendente capacità di parlare al presente. Nonostante si tratti dunque di una ripresa già vista sul palcoscenico partenopeo, l’allestimento conserva intatta la sua efficacia, quasi che il tempo abbia contribuito a renderne ancora più evidente la lucidità registica.

Decker (qui ripreso da Stefan Heinrichs) non cerca il romanticismo di maniera né la ricostruzione d’epoca, ma costruisce un universo sospeso, quasi astratto, dove tutto sembra consumarsi dentro la mente dei personaggi prima ancora che nello spazio scenico. La scena ideata con Wolfgang Gussmann, essenziale e rigorosa, si sviluppa attraverso linee nette, superfici vuote e colori controllati, mentre le luci di Joachim Klein scolpiscono un ambiente progressivamente più freddo e oppressivo. È un mondo privo di consolazione, dove anche i movimenti appaiono trattenuti, come se ogni personaggio fosse già intrappolato dentro il proprio destino. Decker lavora soprattutto sulle distanze: quelle fisiche tra i corpi, quelle emotive tra i sentimenti e la loro possibilità di essere vissuti apertamente. Ne nasce un Werther di forte tensione interiore, quasi immobile nella sua apparente semplicità, ma continuamente attraversato da inquietudine.

Il protagonista non viene presentato come un eroe romantico idealizzato, bensì come un uomo incapace di trovare una misura tra il proprio assoluto emotivo e la realtà concreta che lo circonda. Anche Charlotte acquista una profondità diversa: non soltanto figura amata e irraggiungibile, ma donna schiacciata dal peso delle responsabilità e dalla paura di distruggere l’equilibrio costruito intorno a sé. In questo senso l’opera sembra parlare molto più al nostro presente che al mondo ottocentesco da cui nasce.

Sul piano musicale, la direzione di Lorenzo Passerini sceglie la strada dell’equilibrio e della trasparenza. Passerini evita qualsiasi enfasi e accompagna la partitura con una sensibilità molto teatrale, lasciando emergere la raffinatezza dell’orchestrazione di Massenet senza trasformarla in puro colore atmosferico. L’orchestra del San Carlo risponde con precisione e compattezza, mantenendo sempre vivo il dialogo con il palcoscenico e sostenendo il canto con grande attenzione ai respiri della parola.

Il centro emotivo della serata è stato senza dubbio Francesco Demuro. Il suo Werther convince soprattutto perché evita gli eccessi: non c’è compiacimento nella sofferenza, ma una continua tensione interiore che passa attraverso il fraseggio, le mezzevoci e una linea di canto sempre molto controllata. Demuro costruisce un personaggio vulnerabile, inquieto, quasi consumato dall’impossibilità di trasformare il sentimento in vita reale. La celebre “Pourquoi me réveiller?” è arrivata come il naturale punto di esplosione di questo percorso emotivo, accolta da applausi lunghissimi e da un entusiasmo sinceramente raro.

Molto intensa anche la Charlotte di Caterina Piva, interprete capace di evitare ogni rigidità melodrammatica per dare al personaggio una sofferenza trattenuta, profondamente umana. Il suo finale colpisce proprio per misura e verità espressiva. Accanto a lei, la Sophie di Désirée Giove porta una luminosità vocale e scenica che diventa un necessario contrappunto alla cupezza progressiva del dramma.

Ben calibrato anche tutto il cast di fianco, con Lodovico Filippo Ravizza nei panni di Albert, Sergio Vitale in quelli di Le Bailli Borgomastro, Roberto Covatta come Schmidt, Maurizio Bove come Johann, Vasco Maria Vagnoli nel ruolo di Brühlmann e Sabrina Vitolo in quello di Kätchen, tutti inseriti con equilibrio nell’impianto rigoroso dello spettacolo. Particolarmente efficace anche il contributo del Coro di Voci Bianche del San Carlo preparato da Stefania Rinaldi, utilizzato non come semplice elemento ornamentale ma come presenza capace di amplificare, per contrasto, il senso di perdita e malinconia che attraversa l’opera.

Colpisce inoltre la capacità dello spettacolo di mantenere costantemente una tensione emotiva interna senza mai ricorrere a effetti esteriori o a facili accelerazioni drammatiche. Tutto appare governato da un senso di inevitabilità che accompagna lentamente lo spettatore verso il finale, quasi in un progressivo svuotamento del mondo attorno ai protagonisti. Anche il pubblico del San Carlo ha percepito questa compattezza narrativa e musicale, seguendo la rappresentazione con un silenzio attentissimo prima degli applausi conclusivi, lunghi e convinti. È il segno di un allestimento che non punta sull’impatto immediato, ma lascia sedimentare emozioni e pensieri ben oltre la chiusura del sipario.

Lorenzo Fiorito

Foto: Luciano Romano

Data di pubblicazione: 27 Maggio 2026

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