
HENZE Requiem pianoforte Emanuele Arciuli tromba Jeroen Berwaerts Orchestra della Toscana e Chigiana Percussion Ensemble, direttore Kai Röhrig
Siena, Chiesa di Sant’Agostino, 7 luglio 2026
Ci sono festival che organizzano concerti e festival che producono pensiero. La dodicesima edizione del Chigiana International Festival appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Il titolo scelto dal direttore artistico Nicola Sani, Isole, sembra alludere alla separazione, ma in realtà parla di relazioni. Ogni concerto conserva la propria autonomia, ma trova il suo senso nel dialogo con gli altri, all’interno di un unico progetto culturale. Da qui la scelta di dedicare l’edizione 2026 al centenario della nascita di Hans Werner Henze, attraverso una delle più ampie retrospettive che l’Italia abbia riservato negli ultimi anni a un compositore del Novecento. Non un omaggio celebrativo, ma una proposta di rilettura critica di un autore ancora oggi difficile da collocare: troppo libero per appartenere alle ortodossie dell’avanguardia, troppo consapevole della tradizione per essere ridotto a semplice erede del passato.
Affidare al Requiem il concerto inaugurale significa rendere immediatamente esplicita questa prospettiva. Composta tra il 1990 e il 1992, l’opera rinuncia completamente alla parola, pur conservando la struttura della liturgia dei defunti. Introitus, Dies irae, Rex tremendae, Tuba mirum, Lacrimosa, Agnus Dei, Sanctus e Lux aeterna non sono più testi da cantare, ma titoli affidati esclusivamente al pianoforte, alla tromba e all’orchestra. È una delle intuizioni più profonde della poetica di Henze: fare del linguaggio strumentale un linguaggio autosufficiente, capace di sostituire la parola senza perderne la forza espressiva. Una simile concezione pone all’interprete una responsabilità particolare. Se il testo scompare, è infatti l’organizzazione del tempo musicale a dover garantire l’unità del discorso. È su questo terreno che si misura la qualità della direzione di Kai Röhrig. Alla guida dell’Orchestra della Toscana e del Chigiana Percussion Ensemble, con Jeroen Berwaerts alla tromba, Emanuele Arciuli al pianoforte e la partecipazione di Vittoria Di Grazia, Angelo Maggi e Davide Traina, Röhrig non ha cercato di attenuare le discontinuità della scrittura. Al contrario, le ha lasciate emergere, mostrando come la coerenza del Requiem non risieda nell’uniformità stilistica, ma nella logica che attraversa episodi volutamente contrastanti. Le nove sezioni dell’opera conservano ciascuna una propria identità, ma convergono in un unico percorso espressivo.
Questa impressione si rafforza nell’ascolto dal vivo. Una partitura come il Requiem, articolata in continue cesure e repentini mutamenti di carattere, può apparire nella registrazione discografica frammentaria. In concerto, invece, il gesto del direttore rende leggibile l’architettura del tempo musicale. La chiarezza della pulsazione e delle transizioni consente di cogliere relazioni che la sola registrazione non sempre riesce a mettere in evidenza. Questa maggiore leggibilità della forma permette anche di cogliere con maggiore evidenza il significato espressivo delle singole sezioni. Come nel Rex tremendae, dove la tromba di Jeroen Berwaerts assume il ruolo di voce autoritaria, evocando quella retorica del potere che Henze collegava esplicitamente alla propaganda totalitaria. Le fanfare non rappresentano semplicemente un’immagine sonora: diventano memoria storica. Attorno ad esse l’orchestra intesse un tessuto frammentario e inquieto, nel quale il passato continua a interrogare il presente.
Accanto a Berwaerts, Emanuele Arciuli ha riaffermato la profonda affinità con il repertorio contemporaneo che da anni caratterizza il suo percorso artistico. Il suo pianoforte resta parte integrante dell’equilibrio complessivo, contribuendo con precisione timbrica e rigore formale a rendere leggibile la complessa architettura dell’opera.
La scelta di dedicare il festival a Henze rivela anche la natura più autentica della Chigiana, insieme festival e accademia. Prima ancora di acquisire competenze esecutive, gli allievi sono chiamati a maturare una disciplina dell’ascolto, capace di riconoscere una logica musicale diversa da quella cui la tradizione tonale li ha abituati. È un processo che solo l’esperienza della performance può realmente attivare. Dedicato alla memoria di Michael Vyner, direttore artistico della London Sinfonietta scomparso nel 1989 a causa dell’AIDS, il Requiem nasce da un lutto personale che Henze trasforma in una riflessione universale sulla memoria, sulla violenza e sulla fragilità della condizione umana. È qui che il titolo Isole acquista il suo significato più autentico. Un’isola trova il proprio significato nelle relazioni che la collegano alle altre, non nella separazione. Il Requiem inaugurale rivela dunque il senso più profondo di questo festival: fare della musica uno spazio di relazione, fra memoria e presente, fra interpreti e ascoltatori, fra tradizione e contemporaneità.
Lorenzo Fiorito