Il trionfo del Rigoletto “all’antica” del Verdi di Trieste

VERDI Rigoletto A. Enkbath, S. Puertolas, G. Salas, M. Belli, C. Striuli, C. Vichi, G. Sagona, M. Artiaco, E. Peroni, F. Previati, D. Giorgelè; Coro e orchestra del Teatro Verdi di Trieste, direttore Daniel Oren regia Vivien Hewitt

Trieste, Teatro Verdi, 16 maggio 2025

A volte ritornano. È raro, ma succede. Intendo dire i cari vecchi fantasmi dell’opera, delle voci suscitatrici di perdute emozioni: voci echeggianti sotto le volte del teatro, rimaste annidate in sospeso come un pulviscolo di memorie, le stirpi canore di un medioevo ferrigno, quando (non essendo stato ancora inventato il teatro di regia) l’opera era quella “del cantante” gonfia di partecipazione popolare, di spirito quasi agonistico, di ardenti furori condivisi dalla “gloriosa provincia”; quando l’applauso a scena aperta non si faceva scrupolo di irrompere sull’esecuzione e il cantante di canna larga faceva sfoggio di tutti i mezzi più o meno leciti per far venir giù il teatro. Tempi da aneddotica parmigiana.  Qualcosa del genere è sembrato accadere con questo Rigoletto, evocato da un medium geniale come Daniel Oren, uno che dell’opera ama la surriscaldata atmosfera popolare d’antan, se ne imbeve, la esalta (detto in parole povere non è certo il direttore che “taglia gli acuti a Verdi”), ma lo fa attraverso l’acribia sapiente della sua musicalità carismatica. Il punto di partenza è sempre la rispondenza di una compagnia di canto in grado di garantirgli la più assoluta e felice complicità e il pathos implacabile che innerva quest’opera perfetta.
E ogni componente dell’interpretazione si ritrova e si identifica nell’altra.  Così la ricchezza di tinte di un’orchestra in uno stato di grazia vibrante, così la caratterizzazione sillabica, pungente, “maligna” del coro, così i protagonisti che sembrano reincarnare certi mitizzati fantasmi, alcuni dei quali rimasti nei miei più lontani ricordi in questo stesso teatro: da Tagliabue, a Protti e Cappuccilli.   Tutti oggi al riparo dalla generica magniloquenza melodrammatica e dalle forzature d’effetto allora frequenti. Tutto immerso nell’attrazione tragica che governa la partitura. Ma la sensazione costante è quella di un palcoscenico d’altri tempi per volume e sostanza vocale (lo stesso decoroso e persino ricco allestimento agglomerato dalla regista Vivien Hewitt ne seconda – nella diligente ricostruzione illustrativa — le storiche suggestioni); un palcoscenico passato attraverso una commossa rigenerazione. Esemplare il gobbo di Amartuvshin Enkbath, di cui si dovrà memorizzare le ardue consonanti del nome mongolo: tre baritoni in uno per la vastità dilagante della voce, ma com’è impressionante la sua pastosa ampiezza di nuances espressive! Quale intelligente evidenza dell’interiore strazio, dello stesso turbamento represso, e infine della parola verdiana e di una duttilità di accento italiano sbalorditiva anche nei momenti che parrebbero di raccordo (quegli “a parte” che si disvelano per esempio nella felpata mezzavoce con cui domanda a Sparafucile “E dove… all’occasione?”).  
C’è poi la sorpresa di questo Duca di Mantova di balenante squillo e flessuosità stilistica (il test più probante, che misura le qualità di ogni tenore, è sempre nel cantabile “Parmi veder le lagrime”). Galeano Salas modula la lucentezza di smalto sull’elegante protervia da mascalzone latino, giocando tutte le migliori carte tenorili della seduzione. La Gilda iberica di Sabina Puertolas, ben lontana dalle angelicate creaturine di tradizione, aggiunge alla sicurezza dell’intonazione quel simpatico vezzo di puntare il dito a braccio teso nei sopracuti come a pungolarli verso il cielo. Si aggiunga la suasiva Maddalena di Martina Belli a completare un cast che beneficia in ogni istante delle cure demiurgiche di Oren e dove segnalerei l’imponente Monterone di Gabriele Sagona e un Marullo di nobili trascorsi teatrali (Fabio Previati). Teatro gremito, successo sfrenato e clima finale da stadio la notte dello scudetto.
Gianni Gori       

Data di pubblicazione: 21 Maggio 2025

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