
LEONCAVALLO Pagliacci C. Winters, B. Jagde, R. Burdenko, L. Martelli, H. Kang MASCAGNI Cavalleria rusticana M. Belli, L. Ganci, R. Burdenko, J. Hoşco, M. Custer; Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino, direttore Riccardo Frizza regia Robert Carsen scene Radu Boruzescu costumi Annemarie Wood luci Robert Carsen e Peter van Praet
Firenze, Teatro del Maggio, 22 febbraio 2026
Nel 2019 ad Amsterdam, rovesciando il concetto espresso da Canio secondo il quale “il teatro e la vita non son la stessa cosa”, Robert Carsen presentò il tradizionale dittico verista in un’inedita angolazione pirandelliana radicalmente tesa a vanificare la distinzione fra finzione e realtà. Uno spettacolo famoso, immortalato anche in un video Naxos accolto in genere con favore, che però solo in parte è in grado di restituirne il travolgente impatto teatrale. Lo si è potuto verificare in questa prima riproposta che il regista canadese e i suoi collaboratori hanno curato al Teatro del Maggio e che non ha mancato di dividere gli animi fra entusiasti e contestatori, saldamente uniti invece nel festeggiare trionfalmente i responsabili della parte musicale.

Nell’accostarsi alle due opere Carsen sconvolge le attese già invertendone l’ordine consueto e collegandole in un unico progetto interpretativo all’insegna del metateatro. Collocato all’inizio, il Prologo di Pagliacci funge da introduzione all’intera serata e l’ambientazione di entrambe le opere in un ideale teatro, che poi è quello vero, rinuncia nel suo scabro minimalismo scenico a qualsiasi tocco pittoresco di mediterraneo color locale. All’alzarsi del sipario, eliminando l’ideale quarta parete che separa la sala dal palcoscenico, scopriamo che gli spettatori delle prime due file sono in realtà artisti del coro che si affrettano a raggiungere in scena i cantanti, salvo poi ridiscendere e accomodarsi di nuovo in poltrona per assistere alla commedia vera e propria. Durante il preludio di Cavalleria il sipario si apre su un fermo immagine della scena conclusiva di Pagliacci, poi i due cadaveri a terra si alzano e tutti si allontanano salutandosi perché l’opera iniziata è ambientata nella sale prove di quel teatro che ha appena rappresentato, o provato, la precedente. Questo gioco fascinoso e disorientante di rispecchiamenti funziona perfettamente nel lavoro di Leoncavallo ma obbliga il regista per coerenza a infliggere non poche forzature a quello di Mascagni dove, a parte le divergenze dal libretto e qualche vistosa incongruenza, Santuzza diventa una cantante licenziata dal suo gruppo di lavoro e Mamma Lucia un maestro sostituto impegnato in una prova del coro. Ciò detto l’intelligenza del progetto è fuori discussione come la qualità della sua realizzazione, dove l’avvicendarsi sorprendente di soluzioni originali, la forza emozionante di alcuni momenti e l’accuratezza minuziosa di ogni dettaglio vengono costantemente a ricordarci la reale statura di un grande regista.

Se in questa riproposta fiorentina lo spettacolo eccezionalmente complesso di Carsen, per quanto sottile, non si è limitato ad apparire un puro esercizio intellettualistico, parte del merito spetta però a un’esecuzione musicale di alto livello, non di poco superiore a quella ascoltabile nella registrazione ad Amsterdam. Felice la scelta come direttore di Riccardo Frizza, capace di schivare con una lettura insieme calorosa e raffinata i rischi di un’impostazione tradizionalmente sanguigna e viscerale che sarebbe entrata in conflitto con siffatta regia e allo stesso tempo, nonostante le ovvie difficoltà, di assicurare all’insieme il maggior equilibrio possibile, sempre puntando a mettere a proprio agio i cantanti. Se poi l’Orchestra del Maggio lo ha assecondato con la consueta tenuta ritmica e lucentezza di impasti, addirittura superlativa è apparsa, anche sul piano della recitazione, la prova del coro istruito da Lorenzo Fratini, in questo caso impegnato a mimare sé stesso come figurante sul palco. Difficile poi di questi tempi riuscire ad allineare compagnie migliori per entrambe le opere. In Pagliacci un successo particolare ha riscosso la voce potente e la corposa fisicità in scena del Canio di Brian Jagde, ma grandi applausi hanno premiato anche la singolare personalità vocale ed espressiva della Nedda di Corinne Winters. Dopo un Prologo solido ma povero di sfumature, Roman Burdenko ha tratteggiato con colorita efficacia lo spregevole Tonio e in tutto centrate sono apparse le caratterizzazioni di Lorenzo Martelli (Peppe) e Hae Kang (Silvio). Forse ancor più sorprendente è apparsa però la resa vocale in Cavalleria, con il Turiddu luminoso e svettante di Luciano Ganci e la Santuzza di Martina Belli, notevolissima per bellezza e omogeneità del colore vocale e struggente incisività di accento. Impegnato in entrambe le opere, Burdenko si è difeso con onore anche come Alfio, ma appropriati sono apparsi anche i contributi di Janetka Hoşco (Lola) e di Manuela Custer (Mamma Lucia). Dopo gli applausi prolungati a scena aperta per i protagonisti, gran festa per tutti alla passerella finale, che negli spettacoli di Carsen non è meno curata del resto, mentre come già detto all’inizio, e come era prevedibile, il pubblico si è clamorosamente diviso all’arrivo sul palco di Carsen e dei suoi collaboratori.
Giuseppe Rossi
Foto: © Michele Monasta – Maggio Musicale Fiorentino