
SCHUBERT Quartetto in re D 810 “La morte e la fanciulla” Quartetto di Cremona
Mantova, Palazzo Ducale, 31 maggio 2026
Il Quartetto di Cremona ha concluso le celebrazioni per il venticinquesimo di carriera, iniziate lo scorso anno, con un concerto in un luogo antico e suggestivo, la Galleria degli Specchi del Palazzo Ducale a Mantova, nell’ambito del festival “Trame Sonore”. Per l’occasione i violinisti Cristiano Gualco e Paolo Andreoli, il violista Simone Gramaglia e il violoncellista Giovanni Scaglione hanno affrontato una pietra miliare del repertorio quartettistico ottocentesco, il Quartetto in re “La morte e la fanciulla” di Franz Schubert. È una pagina vertiginosa per complessità della scrittura, drammaticità e profondità del pensiero musicale, ma è anche una pagina dove gli interpreti non possono nascondersi dietro il paravento di un’esecuzione impeccabile e misurata. Non si sono nascosti, infatti, i quattro del Cremona, immergendosi totalmente, fin dalle battute d’esordio, in una partitura tesa e drammatica, percorsa da un’agitazione a tratti estrema, alla quale il secondo movimento, l’Andante con moto basato sul tema del Lied “La morte e la fanciulla”, lungi da configurarsi come un’innocente oasi lirica conferisce paradossalmente nuova linfa.
È la prospettiva con cui quale accostarsi al Quartetto in re, il quale non lascia spazio a letture evanescenti e delicate nel segno di quella malinconia e dolcezza che sono invece proprie di altri capolavori schubertiani. Nell’interpretazione del Quartetto di Cremona il dramma è emerso attraverso l’incisività degli attacchi, la densità del suono e la durezza dello scambio dialogico, senza alcuna concessione alla piacevolezza dell’eloquio. Con tutta evidenza Gualco, Andreoli, Gramaglia e Scaglione interpretano “La morte e la fanciulla” a partire dalla grande lezione dei quartetti beethoveniani, attraverso il senso del dramma che innerva i capolavori del primo e del secondo periodo do Beethoven (il Beethoven dell’ultimo periodo fa testo a sé), cogliendo molto bene per esempio il carattere tragico dell’inciso iniziale esposto all’unisono, il cui profilo ritmico si riverbera per tutto il quartetto proprio come accade con il celebre inciso iniziale della Quinta sinfonia beethoveniana. Dietro, però, ci sono anche la sensibilità e la consapevolezza stilistiche maturate in venticinque anni di musica, in particolare nel campo del repertorio del Classicismo e del primo Romanticismo viennese, esperienza e sensibilità che hanno anche permesso di domare la risonantissima acustica della Sala degli Specchi, dove di solito nei forte e nei fortissimo l’intreccio contrappuntistico tende a confondersi e le sonorità finiscono per esplodere, mentre con loro tutto rimaneva sostanzialmente percepibile, anche da chi era seduto nelle ultime file.
Accanto al senso del dramma c’erano la precisione esecutiva (non al livello del CD registrato in studio una decina d’anni fa per l’etichetta Audite, ma comunque molto alta), la pulizia negli attacchi e negli stacchi (da brividi il finale in pianissimo, perfettamente calibrato, dell’Andante con moto), c’era il controllo delle dinamiche, c’era la cura dell’intonazione, messa a dura prova dal caldo e dall’umidità, e c’erano un respirare insieme e un dialogare continuo che in un quartetto d’archi non vengono dall’istinto ma dalla lunga frequentazione. Certo, per indole il Quartetto di Cremona tende a esasperare il contenuto drammatico delle partiture più che a levigarne la superficie (emblematica in questo senso è la sua integrale dei Quartetti beethoveniani), tende a puntare sul dialogo invece di cercare un apollineo equilibro nel timbro e nelle dinamiche, ad accentuare i contrasti piuttosto che attenuarli; La morte e la fanciulla ascoltata a Mantova, infatti, aveva un profilo a tratti anche aspro, pur nell’estrema cura esecutiva riposta in ogni dettaglio, come hanno ben dimostrato il vulcanico sviluppo del primo movimento e uno Scherzo scolpito sugli strumenti con l’evidenza materica di una scultura. È accaduto lo stesso con il lungo tema cantabile dell’Andante con moto, malinconico e quieto nel fraseggio ma ammaliante nel suono e quindi ansimante, per il profilo ritmico e l’andamento agogico, nelle cinque variazioni a cui viene sottoposto (penso al primo violino nella prima variazione), a ricordarci che la musica di Schubert non è quasi mai innocente, nemmeno quando sembra esserlo. L’ultimo movimento non è stato sempre immacolato per la pulizia esecutiva, soprattutto nelle battute iniziali, ma è stato lo scotto da pagare in una esecuzione tutta tesa a metterne in rilievo le robuste trame contrappuntistiche, la sontuosità del suono, i serrati scambi tematici tra i quattro strumenti culminanti nella fittissima coda, eseguita a velocità estrema e – questa volta sì – con precisione, in un crescendo emotivo che ha fatto esplodere di applausi una Sala degli Specchi gremita di pubblico.
Alla fine è arrivato anche il bis, un austero contrappunto dall’Arte della fuga bachiana, concesso contravvenendo al ferreo divieto nei confronti di qualsiasi bis che vige a “Trame Sonore”, a suggellare con un’altra interpretazione di classe una serata di grandi emozioni.
Luca Segalla
Foto: Camilla Canalini