Giulio Arnofi alla Sinfonica Siciliana supera tempeste e proteste

Giulio Arnofi (cr Marija Obradovic)

STRAVINSKI Danses concertantes MENDELSSOHN Meeresstille und glückliche Fahrt DVOŘÁK Sinfonia n. 9 in mi minore op. 95 Orchestra Sinfonica Siciliana, direttore Giulio Arnofi

Palermo, Politeama Garibaldi, 24 gennaio 2026

Maglioni in tinta pistacchio tenue o vermiglio scuro, jeans o pantaloni bianchi. Sono questi i colori di alcuni degli outfit selezionati dai professori dell’Orchestra Sinfonica Siciliana per manifestare dissenso contro la gestione commissariale di Margherita Rizza, che si protrae da più di un biennio alla guida di un ente decapitato degli organi istituzionali. Una situazione decisamente insostenibile – e francamente incomprensibile – contro la quale la più antica orchestra sinfonica dell’isola ha immaginato varie forme di protesta, dai concerti offerti en plein air in Piazza Ruggero Settimo alla variopinta composizione dell’abbigliamento, appunto, in occasione dei concerti: solo la spalla, Giuseppe Carbone, non si sottrae al dress code d’ordinanza. Difficile dunque sintonizzarsi sulla lunghezza d’onda dell’esecuzione, nell’acustica secca e sorda del Politeama Garibaldi, che necessiterebbe di urgenti interventi di recupero e di restyling. A riportare pacata serenità, sul podio, la giovane bacchetta di Giulio Arnofi, impegnata in un programma rimodulato all’ultim’ora a causa delle prove soppresse per l’emergenza meteo: per colpa del Ciclone Harry è saltata l’attesissima e rara Sinfonia in mi bemolle di Paul Hindemith, rimpiazzata dalla più corriva Nona Sinfonia di Dvořák.

Ne scaturisce una locandina sotto il segno della versatilità, che Arnofi declina nel segno di un’apollinea compostezza. Il concerto si apre con le rare Danses concertantes di Igor Stravinski: scritte in pieno conflitto mondiale, testimoniano un’arte della stilizzazione che l’autore non collega alla danza (e infatti inizialmente lo definisce un Concerto per piccola orchestra: nove esecutori oltre gli archi) e che solo nel 1944 avrebbe trovato la sua collocazione coreografica definitiva, grazie a Balanchine. È una piccola, grande prova di virtuosismo per l’ensemble palermitano: alla ricerca di quegli impasti timbrici che ne costituiscono il materiale primigenio e vitale. Clarinetto, fagotto, corni e percussioni, nella ficcante Marche introduttiva – à la manière dell’Histoire du Soldat – cedono il passo ai sinuosi arabeschi del flauto, nel finale del Pas d’action, ma il cuore del componimento viene individuato nel Thème varié: Arnofi perfettamente coglie il gioco speculare che contrappone flauto e fagotto, intorno a oboe e clarinetto, con il commento acidulo degli archi. Tutto è astrazione, progressiva sottrazione – nelle quattro variazioni – e illusorio gioco di specchi: quasi in preparazione dell’oasi lirica del Pas de deux, in cerca di una curva melodica esaltata da oboe e clarinetto; e prima di una nuova Marche, pimpante nella scansione assertiva della sua geometrica omoritmia.

Ecco: proprio il senso della misura ottenuto in Stravinski diventa il punto di partenza per il successivo Mendelssohn di Meeresstille und glückliche Fahrt. Qui è un morbido tappeto di archi a ricreare la ‘calma di mare’ dell’ouverture da concerto, un clima rarefatto e sospeso che prepara l’olimpica esplosione della fanfara: una scelta quasi abbadiana, che non interpreta il vitalismo del Molto allegro e vivace come mero revival beethoveniano ma si sofferma sulla ricerca di un colore, più pacato, certo più consono al consapevole e meditato romanticismo mendelssohniano. Perfettamente calibrato è il ritorno al primo tempo, quindi le ondate del lungo e articolato crescendo che porta all’Allegro maestoso conclusivo: con il giusto entusiasmo per la fanfara enunciata dalla prima tromba, ma anche in vista del più riposante congedo, tre battute verso il pianissimo dell’equilibrato explicit.

Autentico plat de résistance della serata risultava dunque la più famosa delle Sinfonie di Dvořák, la Nona e ultima in mi minore, e tale da destare non poche apprensioni, in quanto ripresa di repertorio. E invece è stata una felice scoperta, nelle mani di Arnofi, che rinvia fino all’Allegro con fuoco dell’ultimo movimento il deflagrare della più scoperta vena trionfalistica del musicista ceco. Suoni e impressioni “Dal Nuovo mondo”, invece, assumono la dimensione del distacco e diventano quasi un cartone preparatorio delle Danses stravinskijane, su cui si era aperta la serata: perché la congerie di materiali che ne costellano l’impianto sembrano assumere una distanza memoriale, vengono oggettivati in un processo di cui si comprende perfettamente, sin dall’inizio, il generoso e fin roboante esito; ma nel segno di un commiato che, nell’ultimo scorcio dell’Ottocento, sembra quasi coincidere con il genere sinfonico tout court. E si resta ammirati tanto dalla pacatezza dell’Adagio introduttivo, in punta di piedi, quanto dalla morbidezza quasi definitiva del Largo, su cui si schiude il celebre solo del corno inglese (Angelo La Porta) con effetto di malinconica lontananza. Per dar voce a uno Dvořák vigoroso ma rigoroso, che elude la retorica per stagliarsi nella limpida serenità del ricordo.

Giuseppe Montemagno

Data di pubblicazione: 26 Gennaio 2026

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