Death in Venice: l’estremo capolavoro di Britten per Opera Lombardia

BRITTEN Death in Venice T. Spence, D. Sedgwick, D. Pastore, X. Zhang, E.M. Degiacomi, S. Pulpito, D. Battaglia, C. La Porta, I. Molinari, F. Polli; Orchestra I Pomeriggi Musicali, Coro OperaLombardia, direttore Daniel Smith regia Rodula Gaitanou scene e costumi Takis video Dick Straker coreografie Mattia Agatiello

Como, Teatro Sociale, 11 ottobre 2026

Ho più volte espresso parole di ammirazione, su queste colonne (cartacee o digitali…) per il lavoro di Opera Lombardia: sia per la saggia politica di coproduzione tra quattro (o cinque, includendo parzialmente Bergamo) teatri lombardi, con non rare propaggini in altre regioni, che permette di ottimizzare i costi, sia per il coraggio nel proporre titoli fuori dal repertorio più battuto. Non è forse un caso che la Scala, con i suoi opimi mezzi, metta nel cartellone 26/27 due opere che ho ascoltato nella provincia lombarda proprio l’anno scorso, ossia I puritani e il Don Quichotte di Massenet. Quest’anno ben cinque opere, con la vera e propria sfida dell’estremo capolavoro di Benjamin Britten, Morte a Venezia, il testamento del compositore inglese che debutta nel giugno 1973 alla Snape Maltings Concert Hall, solo un mese dopo l’intervento malriuscito di sostituzione della valvola cardiaca che lascerà Britten in condizioni tremende, preludio di una lunga agonia di tre anni fino alla morte nel 1976, a soli 63 anni. Il presentimento di morte, quindi, non è solo quello di Gustav von Aschenbach e di Thomas Mann (lasciamo perdere il film di Visconti, del 1971: a Britten fu consigliato di non vederlo, per non esserne — male — influenzato), ma è quello del compositore stesso, che nelle due ore e mezza abbondanti di musica distilla la sua più sofisticata, elusiva, profonda scienza musicale. Dal recitativo apparentemente libero, ma in realtà minuziosamente notato affidato al protagonista, alla settemplice apparizione mefistofelica del personaggio baritonale, fino all’universo brulicante dei personaggi di contorno, che entrano e escono dallo sfondo musicale veneziano: un mondo sonoro di inaudita ricchezza, in cui i cinque percussionisti (più il timpano) evocano la dimensione coreutica della famiglia polacca, e ovviamente in primis di Tadzio. Un’opera che, nella sua complessità, non tollera mediocrità o routine, sì che paradossalmente è molto difficile assistere a recite men che eccellenti: e lo stesso si può dire per questa produzione che, come ci si poteva aspettare, non ha attirato grandi folle alla pomeridiana comasca. Lo spettacolo immaginato da Rodula Gaitanou fa un uso molto sensato e misurato delle proiezioni, che assecondano, nel continuo cambio di ambientazioni, la drammaturgia onirica dell’opera, e semmai le si può rimproverare una certa mancanza di coraggio nell’essersi spesso limitata ad un tratto didascalico: ma, con le eleganti coreografie di Mattia Agatiello, questo allestimento di Death in Venice mostra lucidità, tecnica registica e capacità descrittiva. Proprio come dal podio fa l’australiano Daniel Smith: con un’ispiratissima orchestra dei Pomeriggi Musicali, davvero ricca di personalità in tutte le sue prime parti, trova l’equilibrio ideale tra l’apparente libertà dei lunghi monologhi di Aschenbach e le magie timbriche dei momenti di danza.

Un’evidente conoscenza della musica di Britten e un’esperienza amplissima hanno fatto sì che Smith fornisse un sostegno ideale ai cantanti, con momenti davvero squisiti, come la tinta mahleriana conferita al cupio dissolvi del finale. Toby Spence è artista la cui carriera parla da sé: e averlo per questa produzione è stato un vero lusso. D’altronde la finezza della dizione, l’intelligenza del fraseggio — senza gli eccessi di Peter Pears, che oggi sarebbero poco comprensibili — e, perché no, la luminosità del timbro sono ingredienti che compongono un indimenticabile ritratto di Aschenbach, in perfetto contrasto con il mercuriale Dominic Sedgwick, che conferisce ai suoi sette personaggi una specie di persistente fil rouge, pur nelle singolarità delle diverse caratterizzazioni. E non meno da lodare è il Coro di OperaLombardia (ora in buca, ora in scena, ora fuori scena) e la grande massa di personaggi minori, con qualche riserva per lo stridente Apollo di Danilo Pastore. Chi c’era ha applaudito molto: per gli altri appuntamento a Pavia a gennaio e a Cremona a febbraio.

Nicola Cattò

(foto newreporter©favretto)

Data di pubblicazione: 12 Ottobre 2026

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