
LULLI Le Carnaval. Mascarade Royale V. La Grotta, G. Bridelli, P. Talbot, C. Auvity, B. Pizzuti, A. Baldo; Orchestra Modo Antiquo, Coro I Musici del Gran Principe, direttore Federico Maria Sardelli regia e scene Emiliano Pellisari coreografie Emiliano Pellisari, Mariana Porceddu costumi Daniela Piazza concept art Nora Bujdoso luci Emiliano Pellisari, Gregory Zencher
Modena, Teatro Comunale Pavarotti-Freni, 1° marzo 2026
Il primo interrogativo che accompagna uno spettacolo come Le Carnaval, Mascarade Royale di Giovanni Battista Lulli, andato in scena al Teatro Comunale Pavarotti-Freni di Modena il 1° marzo 2026, è quasi inevitabile: quanta voce può avere oggi una musica barocca nata per una corte del Seicento, lontanissima dai nostri ritmi e dalla nostra soglia di attenzione? Eppure è proprio qui che la serata trova il suo punto di forza. In un mondo saturo di suono — tra streaming, playlist automatiche, musica di sottofondo nei negozi e nei supermercati, spesso più consumata che davvero ascoltata — il barocco, quando viene restituito con intelligenza teatrale e rigore musicale, riesce ancora a fermare lo sguardo e a richiamare l’ascolto.
Forse l’emozione più autentica del teatro, e più in generale delle arti performative, è proprio lo stupore: colpire l’attenzione dello spettatore, sottrarla alla dispersione del quotidiano e trattenerla per un’ora e mezza. È questo, in fondo, il miracolo che si chiede allo spettacolo dal vivo. E Carnaval ci riesce, perché alla solidità musicale dell’Orchestra Modo Antiquo e del Coro I Musici del Gran Principe, guidati da Federico Maria Sardelli e Samuele Lastrucci, si unisce l’universo visivo e corporeo dei danzatori e acrobati di NoGravity Theatre. Non un semplice apparato illustrativo, ma una componente essenziale della drammaturgia.
Sulla carta il rischio c’era tutto: una durata importante, una struttura a quadri, una scrittura pensata per codici simbolici non immediatamente leggibili dal pubblico contemporaneo. E invece questo Carnaval dimostra che la distanza storica non è per forza una barriera. Può diventare, al contrario, una soglia da attraversare, se lo spettacolo sa trasformare l’erudizione in esperienza sensibile. La produzione non cerca un’attualizzazione forzata, ma restituisce al barocco la sua natura di linguaggio totale, in cui musica, parola e danza non convivono soltanto: si alimentano a vicenda.
In questo senso, lo spettacolo è anche un grande omaggio a chi questa musica l’ha scritta: Giovanni Battista Lulli, compositore ma anche uomo di scena e ballerino. Non è un dettaglio biografico marginale, anzi: è quasi una chiave di lettura. Lulli appartiene a una concezione del teatro in cui il compositore non è una figura astratta, ma un corpo immerso nel gesto, nel ritmo, nel movimento. Emblematica, e tragica, la vicenda della sua morte: l’incidente mentre batteva il tempo durante un’esecuzione, la ferita, la scelta di non amputare la gamba. Una fine dolorosa che racconta quanto, per lui, il corpo fosse inseparabile dalla musica.

Questa unità tra corpo e suono torna con forza nella regia e nelle coreografie di Emiliano Pellisari e Mariana Porceddu, dove NoGravity dispiega la sua qualità più riconoscibile: creare mondi immaginifici in cui il movimento sembra sospendere le leggi della gravità. L’uso di specchi e illusioni sceniche trasforma i danzatori in figure che paiono fluttuare, apparire e svanire, come se il teatro ritrovasse una sua antica vocazione al prodigio. Se per volare, in Peter Pan, servono un po’ di polvere di fata e pensieri felici, qui per volare serve la musica barocca di Lulli.
In più momenti, le immagini evocano quasi i fogli di costruzione di una coreografia, come se tutto fosse osservato dall’alto: i percorsi diventano improvvisamente leggibili, le geometrie si compongono con chiarezza, e non esiste più un ballerino di prima, seconda o terza fila. Tutto si raccoglie in un’unica dimensione: la danza. È una percezione visiva molto forte, che spiega bene perché questa produzione funzioni oggi: non si affida solo all’effetto, ma a una vera scrittura dello spazio, insieme limpida e visionaria.
Anche il brano più celebre, la Marche pour la cérémonie des Turcs, smette di essere soltanto un numero riconoscibile e diventa una fantasmagoria conturbante, una visione teatrale in cui i cavalli sembrano galoppare a mezz’aria. In momenti come questo si capisce con chiarezza che la meraviglia non è una decorazione aggiunta, ma la struttura stessa del discorso scenico: il modo in cui questa musica torna a parlarci.
Sul versante musicale, Sardelli governa la macchina con una gestualità piana, nitida, sempre orientata alla ricerca dell’equilibrio del suono, senza sbilanciamenti troppo spinti tra le diverse sezioni di Modo Antiquo. È una conduzione che non cerca effetti muscolari, ma chiarezza, proporzione, tenuta del disegno complessivo: qualità preziose in un lavoro che vive di alternanze e di un dialogo continuo tra palcoscenico e buca. Proprio per questo l’orchestra riesce a sostenere la ricchezza visiva senza esserne schiacciata, mantenendo un profilo autonomo e ben riconoscibile.
Molto riuscito anche il rapporto tra canto e azione scenica. I sei solisti — Valeria La Grotta, Giuseppina Bridelli, Philippe Talbot, Cyril Auvity, Biagio Pizzuti, Alexandre Baldo — si muovono dentro un dispositivo teatrale fortemente dinamico con notevole controllo, mantenendo fuoco musicale e presenza scenica anche quando vengono circondati o inglobati dalle figure danzanti. Il merito maggiore, più che nel singolo episodio isolato, sta nella capacità di entrare in un accordo organico con la scena, senza perdere precisione stilistica e chiarezza della linea vocale.
Anche i costumi lavorano bene su questo doppio registro. Crinoline e parrucche diventano il mezzo per calarsi nel tempo, per restituire il sapore di una corte e di un immaginario storico; ma subito dopo NoGravity rompe ogni possibile fissità museale e sposta tutto in una dimensione sospesa, dove il passato non viene ricostruito come quadro immobile, ma rilanciato verso un altrove visionario. Si entra nel Seicento, sì, ma per poi spiccare il volo.
Alla fine, dunque, la domanda iniziale, se una musica così antica abbia ancora qualcosa da dirci, riceve una risposta concreta. Sì, ha ancora molto da dire, a condizione però che venga proposta non come reliquia, ma come esperienza viva. Questo Carnaval lo dimostra con forza e ricorda che il problema non è l’età della musica, bensì la qualità dello sguardo con cui la si porta in scena. Quando quello sguardo è colto, teatrale e capace di invenzione, anche un titolo nato per la corte del Re Sole può parlare con sorprendente immediatezza a un pubblico abituato allo scorrimento continuo e alla distrazione. Proprio perché, per una sera, riesce a fare l’opposto: ci costringe felicemente a fermarci.
Mirko Gragnato
Foto di Emiliano Pellisari | NoGravityTheatre