Christmas Night alla Carnegie Hall: parata di stelle per il Natale

Con un colpo di coda inaspettato dell’anno 2025, alla Carnegie Hall si è assistito ad uno straordinario concerto d’opera con un alcuni dei cantanti più blasonati della piazza globale. Questo Christmas Night Opera Gala, organizzato dal Wintour Group International, aveva infatti una locandina da mandare in estasi un melomane: Nadine Sierra, Sondra Radvanovsky, Thomas Hampson, Asmik Grigorian, Brian Jagde e Anita Monserrat, a cui si aggiunge il “nostro” Francesco Lanzillotta alla guida dell’American Symphony Orchestra. Inoltre, il programma-cornucopia – che va da Rossini a Ciaikovski – è così ricco da imbarazzare il cronista, quindi si procederà in rigoroso ordine sparso.

Innanzitutto è memorabile Nadine Sierra, nel suo lungo vestito sbrilluccicoso, che entra ridendo e augurando buone feste. Attacca poi il flauto del Caro nome e, invocando Gualtier Maldè, scompare la diva ed entra in scena Gilda, una ragazza semplice, sognatrice e innamorata. La voce, nel suo velluto morbidissimo, si piega ai colori più vari: messe di voce, rinforzati, smorzati, accenti portati, marcati, staccati, portamenti e legati e tutto quello che la notazione musicale ha saputo inventarsi in un fraseggio meravigliosamente espressivo. Più tardi torna con “I feel pretty” da West Side Story di Bernstein, forse troppo bassa per la sua vocalità, ma in cui ha confermato la sua simpatia spumeggiante e la magia interpretativa. In un altro momento l’abbiamo vista anche con Sondra Radvanovsky, la quale, per non essere da meno, fa gli auguri al pubblico e annuncia il proprio debutto assoluto come mezzosoprano per il duetto della Lakmé, insieme alla Sierra. Le due interpreti, che si sono abbracciate e baciate con esibita cordialità, sentite insieme non possono apparire più diverse: lirica e abbandonata la Sierra, drammatica e vocalmente esuberante la Radvanovsky, che scalpitava, costretta dalla linea vocale sempre qualche rigo sotto quella della compagna. Uno scontro di vocalità irripetibile che si esaurisce dietro le quinte nel “da lontano” scritto da Delibes. 

Rimaniamo sulla Radvanovsky, che si è prodotta nella siciliana-bolero dei Vespri siciliani. Qui ha tentato di governare il suo fiume di voce negli stretti passaggi delle agilità verdiane. Ma se ogni tanto il fiume straborda, si compensa con la gloria degli acuti e con le studiate movenze da attrice consumata. Molto meglio nel più drammatico duetto del secondo atto della Manon Lescaut con Brian Jagde, dove abbiamo assistito a tutti i movimenti scenici dell’opera e non solo alla resa musicale (tra l’altro con un appassionato bacio finale da far arrossire le educande). 

Jagde, quindi, che era già entrato precipitosamente durante il tumulto verdiano di “Dio mi potevi scagliar”, una delle pagine più intime dell’Otello. Il tenore ha saputo creare un moro lirico e tormentato, con una voce scura che, in confronto ai colleghi, è stata però quella meno sonora della serata. Idem con patate, per il suo Vesti la giubba, in cui ha aggiunto due effetti che non avevo mai visto: ha battuto le mani tre volte dopo “E ognun applaudirà!” e ha reso la risata dopo “Sei tu forse un uom?” con un falsetto isterico. 

Ad aprire la serata con un pezzo da novanta ci aveva pensato Asmik Grigorian con “In questa reggia”. La sua è una Turandot più lirica che drammatica, tutta giocata sulla resa delle lunghe frasi musicali e meno nella possanza del registro acuto, quindi rimanendo lontana dai massicci stentorei di altre interpreti. La palma per il pezzo più applaudito è andata alla sua Canzone alla luna, dalla Rusalka di Dvořák. Già dall’attacco si sente la grande interprete: voce sontuosa, piena di armonici, suono rotondo, uguale in tutti i registri, e fraseggio pieno di espressività. La Grigorian ha dato vita a una Rusalka sognatrice e magica, che ha letteralmente elettrizzato il pubblico. Ma la cantante era già stata in ambiente est-europeo con il duetto del terzo atto dell’Evgenij Onegin di Ciaikovski, eseguito con Thomas Hampson, e con il duetto “settecentesco” della Dama di picche insieme ad Anita Monserrat.

Proprio la Monserrat è stata per me una scoperta: mezzosoprano di agilità, dalla voce brunita ma capace di salire con facilità agli acuti, ha dimostrato agilità sgranate in “non più mesta” dalla Cenerentola rossiniana ma anche armonici sontuosi nel citato duetto dalla Dama ciaikovskiana. Se ci aggiungiamo che è una giovane cantante, abbiamo buone speranze per l’opera lirica del futuro. 

A chiudere il cast vocale c’è Thomas Hampson, che ha ancora qualche freccia al suo arco pur essendo ormai verso il tramonto della gloria vocale. Se il diaframma in certi punti lo sostiene con fatica (come nel “Vedrò mentre io sospiro” delle Nozze mozartiane) rimane però la linea vocale signorile, da interprete assoluto. Nell’altra sua aria solista, “Pietà, rispetto, onore”, ha reso un Macbeth nobile, più vicino a Filippo II che ad un despota sanguinario. 

Francesco Lanzillotta ha sostenuto tutta questa poliedrica gloria vocale, dimostrandosi a suo agio in ogni repertorio, ma in modo particolarmente felice in quello rossiniano. Se la varietà dei colori e compattezza del suono hanno fatto quasi sembrare elegante l’ouverture della Mignon di Thomas, l’entusiasmo è arrivato nei dettagli e nei piani sonori dell’ouverture del Guillaume Tell di Rossini, tra momenti cameristici, pastorali, e gli sfolgoranti assieme della galoppata finale. 

Alla fine tutti gli interpreti sono tornati sul palco per “Make our garden grow”, il finale del Candide di Bernstein, che ci invita a lavorare per il bene comune, invece di affidarci a facili semplificazioni o egoismi: un augurio per il nuovo anno in evidente contrasto con la situazione attuale.

La serata in questione è arrivata dopo un giorno di neve e vento che ha cancellato molti voli aerei e che forse ha scoraggiato qualcuno a recarsi in città per il concerto. Rimane però sorprendente vedere evidenti vuoti nelle gallerie e balconate della Carnegie Hall per un concerto del genere. Il pubblico presente, però, ce l’ha messa tutta per far sentire il proprio calore. Infine non si può non notare, oltre al livello e al numero degli interpreti coinvolti, anche la ricchezza e varietà del programma, così lontana dalle solite quattro arie a rotazione che si sentono nei famigerati concerti di capodanno italiani.

Francesco Zanibellato

Data di pubblicazione: 31 Dicembre 2025

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