
BEETHOVEN Concerto per violino e orchestra MENDELSSOHN Sinfonia n. 4 “Italiana” violino Veronika Eberle Orchestra da Camera di Mantova, direttore Hossein Pishkar
Mantova, Teatro Bibiena, 14 marzo 2026
Sulla carta il programma poteva sembrare quasi “popolare” nel senso più immediato del termine: il Concerto per violino di Beethoven e la Quarta sinfonia “Italiana” di Mendelssohn, due pagine amatissime, frequentatissime, sedimentate nella memoria di ogni ascoltatore. Eppure il concerto dell’Orchestra da Camera di Mantova al Teatro Bibiena, con la violinista Veronika Eberle e il direttore Hossein Pishkar, si rivela tutt’altro che scontato, proprio perché evita di consegnarsi all’ovvietà della routine esecutiva e cerca invece una strada più sottile, più consapevole, più viva.
Il Beethoven del Concerto op. 61 non è qui un Beethoven esibito, né tantomeno gridato. Viene in mente Gianandrea Gavazzeni e il suo titolo volutamente provocatorio, Non eseguire Beethoven: una formula che suona come un monito contro il Beethoven irrigidito dalla tradizione, dall’enfasi e dall’abitudine. Qui, al contrario, l’Orchestra da Camera di Mantova sembra restituirlo a una dimensione viva, non monumentale, dove la prassi esecutiva passa dalla qualità dell’ascolto, dal controllo dei pesi sonori e da un uso intelligentissimo dello spazio acustico del Bibiena.
Colpiscono soprattutto i piani e i pianissimi, che non appaiono come semplici contrasti di volume, ma come veri strumenti di scavo timbrico. Ne nasce una gamma sonora ampia, ricercata, profondamente ragionata, che restituisce alla partitura un colore più complesso e cangiante di quanto spesso accada nelle letture più assertive. Il suono è qui una vera ricerca, e proprio questa ricerca rende amplissima la tavolozza dei colori.
In questa prospettiva l’Orchestra da Camera di Mantova dimostra ancora una volta di saper usare con intelligenza il Bibiena come un autentico strumento acustico. La sala, con la sua dimensione raccolta e la sua risposta sensibilissima, non viene semplicemente riempita dal suono, ma abitata. I pianissimi sorprendono e obbligano l’ascoltatore a tendere l’orecchio; il pubblico non resta amorfo sulle poltrone della platea o sui divanetti dei palchi, ma entra dentro il gesto musicale, quasi a completarlo con la propria attenzione. È uno degli aspetti più riusciti della serata: trasformare un concerto fatto di pagine celeberrime in un’esperienza d’ascolto non statica, ma interattiva, continuamente attraversata dallo stupore.
Anche la dimensione più raccolta della compagine orchestrale sembra contribuire a questa qualità del risultato. Le proporzioni degli archi — nove primi violini, sette secondi, cinque viole e violoncelli, tre contrabbassi — favoriscono un ascolto reciproco più vigile e sensibile, una respirazione comune che si traduce in maggiore finezza di fraseggio e in un controllo più naturale degli equilibri. Gli ingressi di corni, oboi, clarinetti e fagotti si inseriscono con particolare nitidezza in questo tessuto, senza emergere per contrasto, ma partecipando a una tavolozza ben calibrata, dove ogni intervento sembra misurato con cura.
Veronika Eberle si colloca con piena coerenza dentro questa idea interpretativa. Il suo suono non cerca di imporsi sull’orchestra, ma di inscriversi in essa, trovando un equilibrio raffinato tra canto solistico e dialogo d’insieme. Il virtuosismo non diventa mai estroversione fine a sé stessa, ma resta sempre subordinato a una linea musicale pensata, sorvegliata, interiormente tesa. È una presenza che convince proprio per la capacità di abitare questa dimensione di ricerca sonora, quasi lasciandosi ispirare dalla stessa atmosfera del Bibiena. Non è casuale che il suo nome sia oggi tra i più rilevanti del violinismo europeo, né che proprio il Concerto di Beethoven abbia segnato uno dei momenti decisivi della sua affermazione internazionale.
Hossein Pishkar, nel Beethoven, sceglie una postura discreta, contenuta, quasi appartata. Non rinuncia al controllo, ma evita di sovraccaricare il gesto, lasciando che sia la trama orchestrale a prendere forma con naturalezza. Nella seconda parte, però, il suo ruolo cambia sensibilmente. Nella Quarta di Mendelssohn si prende con decisione il proprio spazio e la scelta di dirigere a memoria rende evidente un rapporto ormai interiorizzato con la partitura. La sua presenza sul podio si fa qui più marcata, più esposta, senza perdere chiarezza.
Anche qui, comunque, la via scelta non è quella della brillantezza più facile o della cartolina sonora. Questa “Italiana” non cerca l’effetto turistico del titolo, ma nasce da un lavoro sensibile sul carattere, sulla leggerezza e sulla trasparenza. La sinfonia prende forma con slancio, ma senza irrigidirsi; vive di movimento, di cantabilità, di energia, evitando però di ridursi a puro esercizio di brillantezza mediterranea. Ne emerge un Mendelssohn vivo, non stereotipato, frutto di un lavoro sensibile e attento.
Alla fine, ciò che resta maggiormente di questo concerto è proprio la sensazione di un repertorio notissimo restituito alla sua capacità di sorprendere. Non attraverso l’originalità a tutti i costi, ma tramite una più profonda coscienza del suono, degli equilibri, dello spazio e dell’ascolto. Ed è forse questo il risultato più prezioso della serata: far sì che Beethoven e Mendelssohn smettano, anche solo per una sera, di essere soltanto grandi classici, per tornare a farsi esperienza presente.
Mirko Gragnato