Argerich, Dutoit e l’OSI: due serate indimenticabili tra Lugano e Milano

RAVEL Ma mère l’oye BEETHOVEN Concerto per pianoforte e orchestra n. 1 MENDELSSOHN Sinfonia n. 4 “Italiana” pianoforte Martha Argerich Orchestra della Svizzera italiana, direttore Charles Dutoit

Lugano, LAC, 12 marzo 2026; Milano, Teatro Dal Verme, 13 marzo 2026

Ogni esibizione di Martha Argerich, da anni a questa parte, è un evento che travalica i confini del mondo della classica: la somma pianista argentina, che quest’anno compirà 85 anni, ha da tempo raggiunto lo status di artista di culto in ogni parte del mondo. E a ragione: non so, onestamente, chi alla sua età potesse vantare una simile integrità tecnica ed artistica. Possiamo fare qualche nome: Horowitz diede il suo ultimo concerto a poco meno di 84 anni, ma gli ultimi avevano visto alternanze tra miracolose esibizioni e clamorose delusioni; Rubinstein smise nel maggio 1976, a 89 anni, ma quasi cieco e — pur ancora geniale artisticamente — molto falloso a livello digitale. La Argerich no: suona con la stessa incisività, la stessa brillantezza che ne hanno contraddistinto tutta la lunga carriera. Certo, un concerto come il Primo di Beethoven non è tra quelli più difficili, e la memoria muscolare applicata ad una partitura che suona da quasi 80 anni (online c’è una registrazione fatta nel 1949 a Buenos Aires, da ascoltare per credere) gioca un ruolo importante. Ma poi c’è lo stesso approccio che Piero Rattalino definiva “neoclassico”, nell’eleganza del fraseggio, nella chiarezza delle agilità, nell’incisività del tocco: il tutto in un perfetto dialogo con Charles Dutoit, compagno di vita e d’arte da decenni, su cui tornerò più avanti. E questa sorta di cristallizzazione del tempo si avverte anche nel bis, il suo “canonico” appuntamento con la Sonata K 141 di Scarlatti e i suoi vorticosi ribattuti, che risuonano impavidi come sempre: cui a Lugano si è aggiunta persino, per le continue richieste del pubblico osannante, una Mazurka di Chopin. Che poi avere lo stesso approccio di base ad una partitura per il corso dell’intera carriera o meno sia qualcosa di positivo, è fatto su cui si può discutere: ma che la Argerich possa permettersi tecnicamente tutto ciò è davvero qualcosa di unico e stupefacente.

Il concerto faceva parte della stagione dell’Orchestra della Svizzera italiana, che non solo ha esaurito i mille posti del Lac in un batter d’occhio ma che ha venduto anche ogni singolo biglietto per la generale delle 10.30 del mattino del giovedì, ed è stato replicato il giorno dopo per la Società del Quartetto di Milano con lo stesso sold out e spasmodiche ricerche di biglietti: dopo la patetica, squallida faccenda dell’agibilità negata alla Sala Verdi del Conservatorio per ripicche burocratiche, si è per fortuna trovata un’altra sede al Teatro Dal Verme, dalla capienza analoga, evitando così sia una figuraccia epocale (almeno in parte) sia che i milanesi venissero privati di una serata memorabile. Perché tale è stata per Martha Argerich, ovvio, ma anche per la prestazione di Charles Dutoit alla guida dell’OSI.

Dutoit va per i 90 anni (insisto sull’età solo per sottolineare la dimensione quasi di miracolo…) eppure non lo si direbbe vedendolo camminare a passo sicuro e spedito verso il podio, sul quale dirige senza sedia e con un gesto insieme chiaro e sommamente espressivo nell’evocare colori e dinamiche. Ma mère l’oye di Ravel, come gran parte del repertorio francese, è da sempre un suo cavallo di battaglia, ma sono rimasto sbalordito di fronte a quanto si sentiva: una specie di rievocazione del mondo fiabesco raveliano che era uno studio sul timbro orchestrale dei “cinque pezzi infantili”, in cui si univa trasparenza dell’analisi a morbidezza del tratto, con una flessibilità sonora addirittura inimitabile. Strepitosa la prova dell’OSI, dalla spalla Robert Kowalski a tutte le sezioni, culmine un “jardin féerique” il cui clamoroso crescendo finale non era ottenuto per accumulazione sonora ma quasi per sovrapposizione di fasci di luce. Ripeto: indimenticabile.

E la grandezza di Dutoit – che nell’eterno accostamento a Martha Argerich rischia sempre di essere un po’ dimenticato – stava anche nell’attacco dell’Italiana di Mendelssohn, una specie di eruzione di luce, colore e calore che unisce energia e morbidezza e che è riservata solo ai grandi. Per il resto una lettura piena di vita, di dettagli, in cui ogni frase aveva un senso e una direzione, in cui l’equilibro orchestrale era chiaro e stimolante, in cui la brillantezza tecnica non era mai dimostrativa. Ancora una volta, un’esecuzione non dimenticabile, a corollario di una serata – anzi di due serate – per cui i massimi aggettivi non sono esagerati: e che proseguirà per una tournée spagnola, con gli stessi interpreti e programma.

Nicola Cattò

Data di pubblicazione: 14 Marzo 2026

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