Al San Carlo gli ardori risorgimentali di Attila

VERDI Attila G. Manoshvili, E. Petti, A. Pirozzi, L. Ganci, F. D. Doto, S. Serra; Orchestra e Coro del Teatro di San Carlo di Napoli, direttore Vincenzo Milletarì

Napoli, Teatro San Carlo, 24 aprile 2025

Torna al Teatro di San Carlo, dopo quasi vent’anni di assenza, Attila di Giuseppe Verdi, in una produzione in forma di concerto che ha restituito al pubblico partenopeo uno dei titoli meno eseguiti ma più intensi del primo Verdi. Un’opera densa di energia, lirismo visionario e afflato politico, dove la grandezza epica si intreccia alla fragilità dell’animo umano, e la lotta contro l’invasore unno diventa un simbolo risorgimentale di libertà e unità nazionale.

Il personaggio di Attila incarna quel tipo di protagonista che non poteva non affascinare Verdi: un barbaro spietato, ma anche abitato da una profonda umanità, ideale per il melodramma romantico ottocentesco. Nella figura del re degli Unni, che il fido Temistocle Solera trasse da una tragedia di Zacharias Werner, il compositore riconosce la stessa tensione interiore che anima i personaggi di Schiller, Shakespeare e Hugo: unconquistatore brutale, ma anche capace di rispetto, amore, visioni mistiche e senso del sacro. Quando si arresta davanti a Leone, Attila si trasforma da tiranno a figura tragicamente moderna, anticipando i grandi ritratti psicologici delle opere mature del compositore.

Protagonista assoluto della serata è stato il basso georgiano Giorgi Manoshvili, che ha restituito con forza e tanta classe tutte le sfumature del personaggio. La sua voce profonda, sonora e ben proiettata, ha trasmesso al pubblico l’impeto del condottiero e la fragilità dell’uomo, mettendo in risalto la scissione tra ambizione e rimorso. Senza ridondanze espressive, Manoshvili ha delineato un Attila teso, drammaticamente credibile e vocalmente autorevole: feroce ma vulnerabile, barbaro ma capace di ascoltare la voce di Dio e del destino.

Accanto a lui, Ernesto Petti ha interpretato il generale romano Ezio con buon equilibrio tra lirismo e autorevolezza. Il patto offerto ad Attila, “Avrai tu l’universo, resti l’Italia a me”, è stato reso con bel fraseggio e intensità e. anche se in alcuni passaggi drammatici è mancata una maggiore incisività, Petti ha comunque dimostrato un’ottima tenuta musicale e un rispetto formale della parte, risultando efficace nel duetto con il protagonista.

Nel ruolo di Odabella figlia del signore di Aquileia, Anna Pirozzi ha sfoggiato una interpretazione tecnicamente solida, ma che a volte era sbilanciata verso un virtuosismo acuto che sacrificava la profondità emotiva del personaggio. Odabella, il cui padre è stato ucciso da Attila, incarna il dolore e la vendetta, elementi che nella scrittura verdiana si intrecciano a momenti di struggente dolcezza verso l’amato Foresto, che qui ci sono sembrati poco valorizzati.

Luciano Ganci, nel ruolo del cavaliere Foresto, ha affrontato con dignità un ruolo impervio, pur limitato da problemi dovuti a una evidente infreddatura. Il tenore ha cercato di mascherare le difficoltà e si è anche appellato in modo silente alla comprensione del pubblico, portando comunque a termine la sua parte con professionalità, anche se inevitabilmente penalizzato nel fraseggio e nella tenuta dei fiati.

Positiva la prova di Francesco Domenico Doto nei panni di Uldino, giovane bretone: voce sicura, linea di canto fluida e buona proiezione. Anche Sebastià Serra, nel breve ruolo del vecchio romano Leone, ha lasciato una buona impressione, con una voce ferma, dal timbro scuro e ben proiettato.

Senza l’ausilio di scene e costumi, la narrazione drammatica è stata affidata inevitabilmente alla musica. La direzione di Vincenzo Milletarì ha colpito per la sua sicurezza e maturità, offrendo una lettura rigorosa ma ricca di slanci lirici. Milletarì è riuscito a valorizzare appieno la struttura dell’opera, mantenendo un equilibrio perfetto tra buca e palcoscenico. La sua capacità di incorniciare la narrazione entro uno schema drammaturgicamente riconoscibile, ha dato energia e senso alla prova dell’orchestra; questa, a sua volta, ha risposto con precisione e intensità alle indicazioni del podio, rendendo giustizia alle sfumature dinamiche e alle tensioni ritmiche della partitura verdiana. Il coro ha ben dato corpo all’elemento collettivo dell’opera, incarnando di volta in volta l’orrore delle devastazioni, l’aura sacrale delle visioni e l’ardore patriottico di cui questo lavoro è intriso, e che infiammava gli italiani al tempo di Verdi.

Lorenzo Fiorito

Data di pubblicazione: 27 Aprile 2025

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