
HÄNDEL Alcina M. Sicilia, F. Fagioli, E. Morley, V. Abrahamyan, S. Tianxuefei, S. Kaneko, Y. E. Kim; Orchestra del Teatro di San Carlo, direttore Iván López-Reynoso
Napoli, Teatro di San Carlo, 11 ottobre 2026
La prima esecuzione di un’opera di Händel al San Carlo, sia pure in forma di concerto, segna un passaggio importante per un teatro che, nonostante la sua storia, riserva al repertorio barocco uno spazio limitato. La scelta di Alcina è impegnativa: pochi titoli si affidano quanto questo alla forza dell’illusione scenica, ai mutamenti d’identità e al progressivo disfarsi del potere della protagonista. Senza la scena, il compito di tenere insieme questi elementi ricade sulla musica e sull’organizzazione dell’esecuzione. La successione dei numeri musicali non basta a sostenere il dramma, soprattutto quando vengono meno i riferimenti visivi che orientano lo spettatore meno esperto. Le riprese delle arie richiedono inoltre un lavoro sull’ornamentazione che non si esaurisce nell’esibizione dell’agilità. Sebbene suscitino l’entusiasmo degli appassionati di virtuosismo fine a sé stesso, in più di un caso le variazioni ascoltate non sembrano nascere dal carattere della frase e finiscono per appesantire il canto anziché arricchirlo.
Le riserve maggiori riguardano la gestione della partitura. Il primo atto procede quasi integralmente, recitativi compresi; il secondo viene interrotto prima della conclusione, mentre il terzo si apre con materiale musicale appartenente al finale del precedente, prima dell’esecuzione della sinfonia che dovrebbe aprire l’atto. Una successione difficile da comprendere. Una riduzione ragionata dei recitativi avrebbe consentito di abbreviare la serata senza compromettere la progressione dell’azione. I tagli e gli spostamenti, adottati anche nel finale, finiscono invece per spezzare il filo narrativo e rendere meno chiari i passaggi da una situazione all’altra. Anche la forma di concerto avrebbe richiesto qualche accorgimento teatrale. I personaggi en travesti, affidati a interpreti femminili in eleganti abiti da sera, restano privi di una caratterizzazione visiva che ne suggerisca il ruolo e le relazioni. Non occorreva ricostruire la messinscena settecentesca, ma una soluzione essenziale avrebbe potuto aiutare a seguire una vicenda già penalizzata dall’assenza della scena.
La direzione di Iván López-Reynoso non riesce a compensare queste difficoltà. La lettura appare spesso uniforme, con contrasti dinamici insufficienti e un’articolazione che non mette adeguatamente in risalto la varietà degli affetti. Händel alterna abbandono lirico, impeto, ironia e tensione drammatica; qui le differenze fra le situazioni tendono ad attenuarsi, e l’orchestra non sempre asseconda la mobilità del discorso musicale.
Mariangela Sicilia offre la prova più persuasiva della serata. La sua Alcina acquista spessore quando, dietro la sicurezza della maga, affiora la vulnerabilità della donna. Il fraseggio è partecipe, la parola conserva rilievo e l’interpretazione evita gli effetti esteriori. Qualche disomogeneità fra i registri non impedisce alla cantante di delineare un personaggio credibile, nel quale potere e fragilità convivono.
Franco Fagioli affronta Ruggiero con mezzi tecnici di notevole solidità. Le agilità sono brillanti e le fioriture ben governate; nelle pagine più raccolte emerge una sensibilità lirica che valorizza il fraseggio. Altrove, il vibrato e alcuni accenti insistiti compromettono la naturalezza della linea. La sicurezza tecnica non trova dunque sempre un equivalente nella persuasività espressiva.
Erin Morley affronta Morgana con precisione e controllo, ma la cura della coloratura non si traduce costantemente nella leggerezza e nella vivacità teatrale richieste dal personaggio. Il fraseggio appare a tratti troppo sorvegliato. Varduhi Abrahamyan dà a Bradamante una presenza incisiva e dispone di mezzi vocali importanti, ma la densità dell’emissione e la limitata flessibilità della frase si accordano solo in parte con la scrittura händeliana. Sun Tianxuefei affronta Oronte con accento energico, ma l’emissione tende a risultare troppo marcata e la dizione non sempre nitida. Sayumi Kaneko sostiene Oberto con precisione e misura. Più problematica la prova di Yunho Eric Kim: come Melisso, mostra incertezze d’intonazione e un’aderenza stilistica non pienamente acquisita.
Il pubblico accoglie la serata con calore, ma gli applausi non cancellano le riserve. In Alcina il virtuosismo non è un fine in sé: deve contribuire allo sviluppo del dramma e trovare posto nel disegno complessivo. Al San Carlo, i tagli e gli spostamenti della partitura, insieme a una direzione che non sempre ne mette in luce i contrasti, indeboliscono la continuità teatrale. Le qualità di alcuni interpreti non bastano a compensare queste carenze. Händel conserva tutta la sua forza, ma questa esecuzione non riesce a restituire pienamente quella del suo teatro.
Lorenzo Fiorito
Foto: Luciano Romano