Robert Treviño e la Toscanini, tra novità, sorprese e rivelazioni

MAHLER Das Lied von der Erde SCHUBERT Sinfonia n. 8 “Incompiuta” GON E(H)ART mezzosoprano Justina Gringyte tenore Simon O’Neill Filarmonica Arturo Toscanini, direttore Robert Treviño

Parma, Auditorium Paganini, 23 maggio 2026

Sul meraviglioso crinale tra dolcezza e inquietudine si è svolto all’Auditorium Paganini di Parma l’atteso concerto della Filarmonica Toscanini con la direzione di Robert Treviño. L’Incompiuta di Schubert e Das Lied von der Erde di Mahler offrivano i piatti forti del programma secondo un abbinamento stimolante, che consentiva illuminazioni reciproche e non superficiali.

Ma prima dei due classici, è stata proposta una novità del compositore e musicologo Federico Gon, classe 1982, dal titolo E(H)ART, su commissione del Progetto Ecosounds. Una sorta di rebus-anagramma musicale dal molteplice significato: Earth (terra), Heart (cuore), Art (arte), ma anche la successione delle note Mi-Si-La. Questo era il motivo conduttore di una partitura della durata di circa undici minuti, molto ben scritta per il grande organico, comunicativa grazie agli intervalli consonanti, sottile nella sua natura vibrante e pulviscolare, efficace nei suoi crescendo con un abile uso di ottoni e percussioni.

Per l’attacco dell’Incompiuta di Schubert, Treviño ha chiesto e ottenuto dagli archi gravi le sonorità più delicate, trasformate poi in eterea dolcezza nel secondo tema dell’esposizione. Una tragedia – ci è parso – non urlata ma mormorata, e non per questo meno drammatica o vissuta. Su questa linea anche l’esecuzione dell’Andante con moto. La sottolineatura di un tempo moderatamente mosso (il “con moto” prescritto da Schubert) ha probabilmente attenuato quella sensazione di pervasiva malinconia che si coglie quando il passo è meno spedito, ma ben si armonizzava con le esplosioni sonore degli episodi in tonalità minore e con gli echi struggenti che affiorano dalle voci di oboe e clarinetto. Molto bravi gli strumentisti della Toscanini che, con la sensibile guida del maestro nordamericano, hanno raggiunto un livello artistico davvero elevato.

Nella sua natura ibrida di sinfonia e ciclo liederistico, il Canto della terra mahleriano si è avvalso del pieno organico orchestrale con oltre 80 musicisti, nonché dell’apporto di due voci particolarmente adatte alle rispettive, difficilissime parti: il mezzosoprano lituano Justina Gringyte e il tenore neozelandese Simon O’Neill. Ispirati all’antica poesia cinese, i versi di Hans Bethge insistevano, a partire dal primo Lied, sull’oscurità non solo della morte, ma perfino della vita. E la terra presente nel titolo, più che alludere al nostro pianeta con una sensibilità ecologica ante litteram, indicava per metonimia la nostra condizione terrena: breve, eppure intensa. E quale esplosione di vita, tanto per fare un esempio, nel quarto Lied, Von der Schönheit (Della bellezza), con l’orchestra magnificamente a briglie sciolte prima del verso “O sieh, was tummeln sich für schöne Knaben”.

Ma tutto confluisce nel lungo e sublime congedo dell’ultimo pezzo, “Abschied”. Echi di un’avvolgente marcia funebre dal sapore quasi bachiano, mormorii di flauto su un tappeto sonoro terzinato, e quel finale luminoso anche se rarefatto, benissimo interpretato dalla cantante Gringyte e dal direttore Trevino, sulle parole “Ewig… ewig…” (per sempre, per sempre). In quell’“Ewig” ripetuto, la fine non sembra più appartenere soltanto all’individuo, ma a un ordine più ampio di permanenze e trasformazioni. Leggendo alcune pagine dell’antropologo Gregory Bateson, mi sono accorto che la sua idea di mente come rete di relazioni potrebbe offrire un commento sorprendente all’ultimo Lied mahleriano. Non vi è alcun rapporto storico diretto, ma due pensieri lontanissimi convergono sulla medesima intuizione: l’individuo non si esaurisce in una sostanza separata, ma appartiene a un più vasto circuito di forme viventi, memorie, processi. Un comune inno all’idea di immanenza.

Marco Bizzarini

Data di pubblicazione: 25 Maggio 2026

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