Vienna fra due secoli con la Filarmonica della Scala

WEBERN Passacaglia op. 1 SCHUBERT Memnon (orch. J. Brahms); Litanei auf das Fest Aller Seelen (orch. M. Reger); Gruppe aus dem Tartarus (orch. J. Brahms); Der Tod und das Mädchen (orch. F. Mottl); Grenzen der Menschheit (orch. A. Schmalcz); Erlkönig (orch. M. Reger) SCHÖNBERG Pelleas und Melisande op. 5 basso-baritono Luca Pisaroni Filarmonica della Scala, direttore Fabio Luisi

Teatro alla Scala, Milano, 9 aprile 2018

 

Musica da Vienna. Potrebbe intitolarsi così il settimo concerto di questa stagione della Filarmonica della Scala, per l’occasione diretta da Fabio Luisi, con la partecipazione del basso-baritono Luca Pisaroni, in un programma disposto lungo la direttrice Schubert-Webern-Schönberg. Tutti e tre viennesi, tutti e tre in rapporti non facili — se non conflittuali — con il gusto musicale dominante della Vienna del proprio tempo (per Schubert si potrebbe parlare addirittura di emarginazione), tutti e tre attivi su un humus culturale e sensitivo comune, al di là della distanza temporale tra il primo e gli altri due, per di più questi ultimi legati da un rapporto, didattico, artistico e personale fortissimo.

Il concerto si è aperto con la Passacaglia op. 1 di Webern e si è chiuso con il poema sinfonico Pelleas und Melisande di Schönberg; in posizioni centrale sei Lieder di Schubert trascritti per orchestra: due da Brahms, uno ciascuno da Reger, Felix Mottl (il celeberrimo Der Tod und das Mädchen) e dal pianista-accompagnatore Alexander Schmalzc; la trascrizione del sesto, Erlkönig, è attribuita nel sommario ancora a Reger ma nelle note di programma a Berlioz. Quest’ultima dubbiosa circostanza è l’occasione per osservare come, indipendentemente da chi ne sia l’autore (i clangori orchestrali fanno optare per il compositore francese), il risultato artistico sia apparso un tradimento del lirismo schubertiano, anche nei momenti di maggiore drammaticità. Un esempio: nel verso d’apertura di Erlkönig (“Wer reitet so spät durch nacht und Wind?”) e nella strofa di chiusura aperta da “Dem Vater grauset’s; er reitet geschwind” al posto del tratto dolente schubertiano si sono ascoltate sonorità teatrali inappropriate. In realtà, la trasformazione del canto in grido, della malinconia dell’anima in sofferenza esteriore è apparsa caratterizzante di tutte queste rivisitazioni per grande orchestra. E la vocalità pulita, ma nulla più, di Pisaroni ha contribuito a fare di questa pagina la più modesta delle tre in programma: un vaso di coccio tra due splendide esecuzioni dell’op. 1 di Webern e del poema di Schönberg.

Raramente si è ascoltata la Filarmonica scaligera in una prestazione di così alto livello, in grado di conciliare nella Passacaglia rigore formale — ventitré variazioni di otto battute ciascuna più una coda (la sezione interna più lunga del brano) — con un lirismo dal quale l’Orchestra, subito dopo averlo proposto, deve tirarsi indietro, valorizzando al massimo la forza espressiva e strutturale insieme delle pause. Sotto la guida accorta e partecipe nello stesso tempo di Luisi il risultato è stato mirabile. Come lo è stato anche nel Pelleas und Melisande, secondo Berg articolato al suo interno nei quattro tempi di una sinfonia tradizionale che si succedono senza interruzione. Timbri in prevalenza densi, cambi di tempo repentini, squarci cameristici raffinatissimi all’interno di una tessitura strumentalmente complessa, tutto questo la Filarmonica nel suo complesso e le sezioni nella loro individualità l’hanno affrontato e risolto magistralmente, grazie anche, se non soprattutto, al feeling che sembra essersi stabilito tra il Direttore e il complesso scaligero.

Ettore Napoli 

Foto: G. Hanninen

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