Spicca la direzione di Ferro nella Salome napoletana

STRAUSS Salome K. Begley, A. Kremer, N. Petrinsky, M. Marquardt, K. Wookyung, J. Adamonytè, K. Ebner, E. Peroni, C. Olivieri, R. Huther, K. Hulm, R. Holzer, N. Ceriani, C. Hübner, F. Musinu, J. Samadov, A. Mezzasalma; Orchestra del Teatro di San Carlo, direttore Gabriele Ferro regia Manfred Schweigkofler scene Nicola Rubertelli costumi Kathrin Dorigo luci Claudio Schmid

Napoli, Teatro di San Carlo, 23 novembre 2014

Figura timida dell’Italia alla festa per i centocinquant’anni di Richard Strauss: passato l’anniversario, il bilancio sul 2014 non va oltre la Feuersnot del Massimo di Palermo (rarità non urgente, se i titoli maggiori mancano), l’Elektra del Petruzzelli di Bari (con una compagnia di canto stuzzicantissima) e quella della Scala di Milano (spettacolo superbo e destinato agli annali). In coda si è aggiunta la conclusione della stagione d’opera e balletto del Teatro di San Carlo: Salome, per cinque recite dal 15 al 26 novembre e con il terremoto nella locandina. Sul podio doveva salire Nicola Luisotti, direttore musicale fresco di dimissioni. Al suo posto è balzato un Gabriele Ferro sorprendente, che con l’inoltrarsi dell’atto unico mette a punto una lettura sempre più incisiva, tagliente e asciutta, attenta al dettaglio senza tuttavia perdere la visione d’insieme, esotica per concessione qui e là ma espressionistica per vocazione. Protagonista doveva essere Catherine Naglestad, Salome navigata ovunque e ormai senza sorprese. E si è invece trovata al suo posto un’artista tutta da scoprire, Annemarie Kremer, debuttante in Italia e ricca di risorse vocali e sceniche: la parte di Salome la coglie sul limitare delle proprie possibilità, cosa che mette al sicuro le note ma riempie il canto di una tensione infervorante; la freschezza adolescenziale e la perversione principesca, nella sua voce, vanno di pari passo anziché confliggere l’una con l’altra; né il gioco scenico è da meno, con un gesto che non ammette il risparmio e con una “danza dei sette veli” affrontata con spudorata naturalezza, alla faccia di qualsivoglia controfigura. Altra sostituzione vistosa: doveva esserci la maestosa Herodias di Tichina Vaughn e si è invece trovata quella inquieta e sprezzante di Natascha Petrinsky, ben compresa in una visione che ne fa una mantenuta còlta sul rabbioso sfiorire della sensualità. Il resto, secondo i programmi originali. Markus Marquardt conferma l’onesta affidabilità come Jochanaan, parte che pretenderebbe altra scultura d’accento profetico e altra torrenzialità di suono; ma dove trovarle? La partita è meno disumana su altri fronti: la sottigliezza recitativa di Kim Begley, nel colorire o caricare ogni frase, basta a rendere efficace il suo Herodes. Ben congegnati scelta e lavoro di tutto il comprimariato. Regìa di Manfred Schweigkofler, scene di Nicola Rubertelli, costumi di Kathrin Dorigo e luci di Claudio Schmid: l’allestimento proviene da Bolzano, Modena e Piacenza, e riconferma difetti e qualità di tre anni or sono. Nei difetti rientra l’aura di un allestimento provocatorio e poi svolto con placida compitezza didascalica: la trasposizione spazio-temporale dalla Palestina neotestamentaria al covo freddo, volgare e squallido di un boss attuale, con tratti di onirico surrealismo, non fa balzare sulla sedia e distrae dal centro dell’azione. Piace invece la crudezza narrativa con la quale si va incontro al finale: il lago di sangue nel quale è recata la testa del Battista, e che imbratta Salome con esecrabile compiacimento erotico, dà luogo a un benvenuto iperrealismo senza inibizioni.

Francesco Lora

salome

© Francesco Squeglia

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