Sonya Yoncheva a Zurigo in una Traviata di routine

VERDI La Traviata S. Yoncheva, P. Breslik, Q. Kelsey; Philharmonia Zürich, Chor der Oper Zürich, Statistenverein am Opernhaus Zürich, direttore Marco Armiliato regia David Hermann scene e costumi Christof Hetzer luci Franck Evin

Zurigo, Opernhaus, 21 aprile 2015

All’ultimo momento, causa indisposizione della titolare Anita Hartig, il ruolo di Violetta in questa nuova Traviata è stato ricoperto da Sonya Yoncheva, rising star del firmamento operistico internazionale, reduce da un successo personale al Met ad inizio anno in occasione della ripresa in loco della memorabile produzione salisburghese di Willy Decker. I mezzi sono indubbiamente notevoli per timbro e volume, anche se, sotto quest’ultimo aspetto, l’Opernhaus zurighese, con le sue dimensioni ridotte, rappresenta un test relativamente facile. Al netto di qualche pesantezza nei pianissimi ad alta quota, l’organizzazione tecnica è parsa solida e adeguata. Il soprano bulgaro ha inoltre messo in evidenza una personalità interpretativa spiccata, sebbene sul piano della recitazione abbia la tendenza a rifugiarsi in atteggiamenti da diva del muto, che appaiono decisamente démodé; problema facilmente risolvibile, peraltro, con un regista che la marchi più stretta di quanto non abbia fatto David Hermann. Questi firma una messa in scena di generica modernità. Il salotto di Violetta è caratterizzato da luci basse e arredi moderni che ritroviamo, diversamente disposti, nella casa di campagna del secondo atto; soluzione che lascia invero alquanto perplessi: se nel primo atto viene efficacemente rappresentato il vuoto di una società essenzialmente basata sull’apparenza, nel secondo sarebbe lecito attendersi un contesto decisamente diverso, che sottolinei la distanza rispetto a quello che l’ha preceduto. Altra soluzione discutibile è quella di rappresentare Germont padre come un viticoltore del sud della Francia (lo apprendiamo leggendo il programma di sala; icto oculi la cosa non è così evidente); in questo modo lo scarto sociale tra Violetta e la famiglia di Alfredo viene appiattito e non si capisce dunque dove stia lo scandalo. Nel terzo atto, l’agonia di Violetta si svolge in un cronicario: una grande camerata con molti letti; su uno di essi giace un cadavere… Sorvoliamo su altri dettagli della produzione, che si rivela in definitiva mediocre e priva di una concezione di base che le dia un senso compiuto.

Sul piano musicale, Marco Armiliato (anch’egli reduce dalla Traviata del Met) dirige con cura e mestiere, ma con scarso entusiasmo, scivolando spesso nella routine. Da un concertatore intelligente e meticoloso quale Armiliato ha dimostrato di essere in altre circostanze, è lecito attendersi di più. Gli va riconosciuta, peraltro, l’attenuante di una regia scialba e di un cast che, a parte la protagonista, era piuttosto disincentivante. Pavol Breslik affrontava un cimento superiore ai suoi mezzi, che potranno andare bene (forse) per Tamino, certo non per Alfredo. Il tenore slovacco cerca di ovviare alla carenza di accento e di peso specifico con una sistematica quanto generica esagitazione; vecchio trucco, che non ha mai funzionato troppo bene. Quinn Kelsey ha mezzi importanti, ma la sua prestazione è sporcata da frequenti stonature e dalla tendenza della voce ad arrochirsi; segni patenti, entrambi, di una tecnica di emissione brada. Tra i comprimari, nel complesso modesti, merita una menzione la sola Annina di Ivana Rusko.

Paolo di Felice

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