Scoperte e conferme per “Next generation”

Festival Next Generation – Ottava edizione

Grand Resort Bad Ragaz, 16-18 febbraio 2018

Torna per l’ottava volta, nella lussuosissima cornice del Grand Resort di Bad Ragaz il Festival Next Generation, organizzato da Dražen Domjanić con la collaborazione dell’Accademia Musicale del vicino Lichtenstein che, da qualche anno, propone a noi membri degli International Classical Music Awards i candidati al “Discovery Award”: e in questa edizione del festival era artista in residenza proprio Robert Neumann, il pianista tedesco che l’anno scorso ha conquistato l’ambito trofeo, mentre nel concerto della domenica mattina si è esibito il giovane (2001) flautista cinese Yuan Yu, che gli succederà nella “carica”. Volti nuovi e piacevoli conferme, quindi, in questa ottava edizione, che vedeva, come complesso in residenza, l’Ensemble Esperanza, guidato dalla bravissima Chouchane Siranossian: insieme a Neumann e a Sara Domjanić, il complesso da camera è stato protagonista del concerto di apertura, la sera di venerdì 16.

Robert Neumann, Sara Domjanić e l’Ensemble Esperanza

 

Dopo una prima parte sinfonica, in cui si è evidenziata l’ottima qualità strumentale dei giovani musicisti — particolarmente apprezzabile, nonostante una sbavatura, nella Simple symphony di Britten — il “pezzo forte” della serata era costituito dal Doppio concerto di Mendelssohn, musica scritta da un quattordicenne e quindi adattissima all’esuberanza digitale di Neumann, talvolta gigione nell’enfatizzazione degli staccati ma assai promettente per la facilità tecnica e la disponibilità al canto. Sara Domjanić, dal canto suo, si mostrava leggermente meno brillante, ma forse — oggi — più matura nel fraseggio.

Il Quartetto Ardemus con Boris Kusnezow

 

Al festival, poi, la parola d’ordine è sperimentare: tali erano, certamente, le trascrizioni proposte di due capolavori della musica da camera come il Trio con corno op. 40 di Brahms e il Quintetto di Shostakovich. Se nel primo si è sostituito il corno con un sassofono contralto, nel secondo addirittura il quartetto d’archi è stato rimpiazzato da un quartetto di sassofoni (il Quartetto Ardemus): in Brahms si perdeva, certo, l’aspetto rustico e malinconico dello strumento scelto in origine, ma, nell’”Adagio mesto”, si guadagnava una prospettiva quasi novecentesca. Nel quartetto di Shostakovich si evidenziavano evidenti problemi di equilibrio sonoro, poiché i quattro ottoni troppo spesso coprivano il pianoforte, suonato dall’efficiente Boris Kusnezow: nondimeno, faceva impressione sentire come il sax baritono riesca ad imitare alla perfezione gli effetti di pizzicato e “col legno” affidati al violoncello!

Gli otto violoncellisti

 

La sera stessa, al sabato, otto giovani cellisti — forse ispirandosi ai celebri 12 Cellisten dei Berliner — proponevano un piacevole programma di trascrizioni per il peculiare complesso, che partiva dalla Sinfonia del Barbiere per approdare a Villa-Lobos (Bachiana Brasileira n. 1), Morricone (C’era una volta in America) e tanto tango di Piazzolla: ottima l’esecuzione, ma mancava quel sapersi abbandonare alla voluttà ritmica, all’anima latina di questa musicale. Quasi per paradosso, la cosa migliore era il bis, una Polacca da concerto di David Popper suonata dagli otto con brio, virtuosismo e impareggiabile eleganza salottiera.

Yuan Yu con Remy Franck

 

Infine (almeno per me: il festival dura ben otto giorni), la domenica mattina era dedicata alle “scoperte musicali”: il nostro vincitore ICMA Yuan Yu ha sbalordito il pubblico in una virtuosistica Fantasia sul Franco Cacciatore di Weber di Paul Taffanel, non solo per una tecnica cristallina ma per la capacità di esaltare il canto di queste pagine para-operistiche. Ancora più incredibile, però, mi è parso il pianista taiwanese Hao-Wei Lin, 13enne ma che, all’aspetto, si direbbe assai più giovane: costretto in un improbabile, minuscolo frac, si siede quasi a fatica sulla panca e suona due estratti dei Miroirs di Ravel (Noctuelle e Une barque sur l’océan) con un dominio tecnico, uno scintillio timbrico, un’esattezza lucida e geometrica del fraseggio che lasciano sbalorditi. E se la successiva Terza ballata di Chopin impressiona molto meno è solo perché al giovane pianista manca palesemente la “struttura fisica” per poterla dominare. Ma, ne sono sicuro, di lui sentiremo molto parlare.

Hao-Wei Lin

Al contrario di quanto sussurrava, l’esperienza di “Next generation” proseguirà anche per il 2019 nella medesima sede: appuntamento, quindi, al prossimo febbraio!

Nicola Cattò

(Crediti: Andreas Domjanić)

 

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