Sacro o profano? Il rito di Teodor Currentzis

Teodor Currentzis (©Anton Zavjyalov)

VERDI Messa da Requiem Z. Abaeva, È.M. Hubeaux, D. Popov, T. Nazmi; MusicAeterna – Orchestra e Coro dell’Opera di Perm, direttore Teodor Currentzis

Milano, Basilica di San Marco, 12 aprile 2019

Non si poteva immaginare contrasto maggiore fra l’interno e l’esterno della Basilica milanese di San Marco: fuori, per tutta Brera e fino sul sagrato stesso della chiesa, le folle rumorose del fuori-salone, installazioni luminose, cocktail-bar e persino una jacuzzi che gorgogliava a pochi metri dal portone principale della stupenda chiesa duecentesca; dentro il Vate greco-siberiano, con i suoi adepti, officiava il rito, di cui la Messa da Requiem verdiana era parte importante, sì, ma non esclusiva. Ad uso e consumo — anche — della diretta televisiva allestita, veniva chiesto al pubblico di non applaudire, né all’inizio, né alla fine, partendo cioè da quando orchestrali e coristi, vestiti tutti di lunghe tuniche nere, come tanti pope ortodossi, facevano il loro silenzioso ingresso, le mani dei coristi riempite da ceri accesi. Una volta entrati tutti, dal pulpito veniva letto, in latino, gran parte del capitolo 24 del Vangelo secondo Matteo, quello del discorso profetico di Gesù, cui seguiva il testo del “Libera me Domine”: spentosi a poco a poco il suono della parola, dal silenzio emergeva altrettanto impercettibilmente l’attacco della musica verdiana, con effetto davvero suggestivo. E, al termine dell’esecuzione, i musicisti, guidati da uno stravolto Currentzis, uscivano per il corridoio centrale della chiesa, con il pubblico che li guardava, non silenzioso come forse il direttore d’orchestra avrebbe sperato. Non è facile capire quanto tutta questa “messa in scena” sia sincera, quanto faccia parte del personaggio che Currentzis ha costruito intorno a se stesso, ma la sensazione è che sia qualcosa di forzato, di innaturale, di teatrale, che a me ha evocato maggiormente le trame della recente Chovanscina scaligera (senza rogo finale, per fortuna…) che una spiritualità intimamente e sinceramente vissuta. Il rischio, poi, è che questo contorno faccia ombra al Currentzis musicista, la cui statura è indubbiamente alta: un Requiem, il suo, davvero inaudito, che parte dal silenzio e in esso torna, con una palette di gradazioni dinamiche davvero virtuosistica. Un Requiem che parte dalla parola, e dal suo significato, che vive di contrasti potentissimi, ad ogni livello: la pagina iniziale, con quel coro che sembra mormorare a fatica, con quell’orchestra — che suona in piedi, more solito — che quasi rinuncia al vibrato, pesando accenti e cercando colori a ogni istante, colpisce fortemente il pubblico. Si capisce che coro e orchestra sono oggetti sonori totalmente plasmati dal loro artefice, che impone loro anche una precisa gestualità: ad esempio le strappate plastiche dei violini, che nel Dies Irae sembrano improvvisare, anche fisicamente, una danza macabra, degna di certa pittura fiamminga. Certo è che la qualità tecnica dei complessi di Perm è davvero altissima, figlia — si immagina — di prove continue e di una concentrazione quasi monacale: quella che, ovviamente, non è possibile ottenere dai quattro solisti coinvolti. Ottime, in ogni caso, le due donne: Zarina Abaeva ha stupende messe di voce al “sed signifer sanctus Michael”, supera la prova del “Libera me Domine” finale (cantato in mezzo al coro) e, con la quasi altrettanto brava Ève-Maud Hubeaux, trova sfumature continue al “Recordare”. Con loro, purtroppo, un tenore (Dmytro Popov) ingolato e sfilacciato (e non a caso Currentzis “tira” avanti piuttosto velocemente sia l’“Hostias” che l’“Ingemisco”) e un basso, Tareq Nazmi, non più che efficiente. Un Requiem, come dicevo all’inizio, inaudito: e se la novità in sé non è certo motivo di entusiasmo, è però sempre spunto di riflessione. Un Requiem in cui pulsa lo sgomento verso la morte, il mistero dell’umanità sofferente, reso musicalmente con infiniti particolari entusiasmanti, che però non sempre si configurano in una lettura coerente e in un arco musicale definito: come tante, stupende tessere che non completano del tutto il mosaico. Che Currentzis sia un grandissimo musicista, è quasi ovvio (e per questo siamo grati alla Società del Quartetto di averlo incluso nel proprio cartellone; che tutte le sofisticherie, gli orpelli pseudo-spirituali che ammantano il personaggio siano sinceri o efficaci, lo credo molto meno.

Nicola Cattò

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