Reggio Emilia celebra Maderna

COLLETTIVO IN.NOVA FERT Sette canzoni per Bruno voce Valentina Coladonato ensemble FontanaMix, direttore Francesco La Licata drammaturgia e voce recitante Luca Scarlini video Stefano Croci

Reggio Emilia (Cavallerizza, 11 ottobre, “Festival Aperto”)

Cent’anni di Bruno Maderna: e quarantasette che ci è mancato. Troppi, privi del suo imprescindibile ‘Inno alla Gioia’ della musica, della sua dismisura mai fuori controllo. Più che un ossimoro, Maderna fu l’incarnazione della coincidentia oppositorum cara ai logici medievali. Darmstadtiano della prima ora e fino alla sua ultima, tanto dentro la scuola da venirne nominato direttore del Kammerensemble – vale a dire esecutore materiale di quanto si perpetrava ai Ferienkurse –, condivise di quella estrema esperienza la curiosità sperimentatrice, il decisivo balzo in avanti nella concezione dell’arte, mai i rigorismi talora vicini al fanatismo e spesso dittatoriali, nei modi e nelle espressioni escludenti, fino al paradosso dell’auto-esclusione dimostrativa. Maderna visse il nuovo sguazzando nell’antico che restituiva novissimo – anche in questo vero ‘figlio’ di Malipiero (e, in fondo, compagno di via di Gavazzeni, adeguati i diversi caratteri ai differenti modi d’agire e di essere, ma la sostanza fondante del pensiero e dell’etica era la medesima) –, applicando a Gabrieli e a Pergolesi, ad Alessandro Scarlatti o a Monteverdi il gusto, l’energia, la gioiosa forza espressiva d’una filologia militante sul campo più che indaffarata sui trattati, storicamente ‘disinformata’ e vitalissima. Un eterno presente vivacizzato innalzando la sua innamorata serenata ad un satellite. Oltre le macchine: altro che fonderie d’acciaio o locomotive, qui siamo alla conquista delle sfere celesti. La divinità espugnata da un laico, col suo sentimento pànico d’infinito… non monocratico.

Ma Maderna era coincidenza d’opposti anche nella sua gioia fitta di malinconia. Guardi gli occhi – bellissime e struggenti, anche per questo, le immagini video proiettate con la musica – e vedi nella loro sprizzante fondità l’incommensurabile tragico, la decomposizione avanzata convivere col plaisir gourmand di chi assapora ad ogni momento il gusto sublime del vivere.

Le Sette canzoni per Bruno ascoltate a Reggio Emilia, avevano ricevuto il loro battesimo pochi giorni innanzi alla Biennale Musica di Venezia (dopo un’anteprima alle Torri dell’Acqua, a Budrio), nell’esecuzione sempre mirabile del FontanaMix Ensemble guidato da Francesco La Licata. Sono opera del Collettivo In.Nova Fert, giovanissimi musicisti formatisi alla nuova scuola bolognese, e frutto di un lungo laboratorio presso l’Archivio Maderna. Alcuni presenti, dotti pratici di musica, appassionati e competentissimi ‘maderniani’ di lungo corso lamentarono esservi, nella musica, poche note e mal distinguibili del musicista veneziano (“D’accordo, un po’ di Satyricon, ma Widmung, lo struggente solo per violino era nominato, ma che fine ha fatto?”, dicevano). E avevano certo ragione; anche perché la drammaturgia apparecchiata da Luca Scarlini aveva in mente un pubblico meno… qualificato di quello presente generalmente a simili manifestazioni (e di sicuro a Reggio Emilia, dove ancora rimane qualche non arresa reliquia dell’âge d’or gentilucciana), e tirava verso il ‘basso’ della divulgazione, in contrasto con gli obbiettivi ‘altissimi’ del progetto globale, ribadendo concetti piuttosto scontati che non aiutavano a scardinare il complesso meccanismo per comprenderne il funzionamento dall’interno. Di Maderna restituivano, senza banalità ma superficialmente, la facciata affabile, non curando di metterla in frizione per indagarne i profondi misteri.

Ma, mi sia permesso esprimere (nel senso degli antichi libretti d’opera: “s’esprime”, valeva ‘prorompe’) a dottissimi che in materia hanno da insegnare a chiunque, me per primo, avevano anche torto. Le intenzioni esposte nelle “Sette canzoni” erano ben chiarite nelle scarne ma eloquenti note di sala: “frammenti, schizzi, quadrati magici dell’opera di Maderna, tratti anche dalle trascrizioni di autori del passato e della produzione più leggera, rappresentano le fonti per libere elaborazioni compositive”. Si potrà forse dire che di Maderna c’erano poche note (ma forse è un dato che attiene più alle attese di alcuni, perché a ben guardare così poche non erano, anche se, all’occorrenza, mimetizzate o addirittura stravolte) ma c’era tutto il resto, e soprattutto c’era – splendidamente còlto e rimesso in gioco — lo spirito di Maderna, quel senso di libertà incondizionata, rappresentabile dalla vita celeste dei satelliti (Maderna fu anche uno stupendo ed originalissimo direttore mahleriano), che Maderna sprizzava: sempre, che egli componesse, dirigesse o divulgasse col suo alto insegnamento; e che anche permeava il sentimento di una musica senza confini, senza barriere, senz’altra qualifica che quella d’essere musica.

I ragazzi di In.Nova Fert hanno, con queste loro Sette canzoni, mostrato di avere perfettamente compreso l’insegnamento fondamentale che si può trarre dall’esperienza maderniana e di averlo rilanciato per i tempi avvenire con il loro lavoro straordinariamente intelligente, originale e già maturo. E lo hanno fatto già con la scelta del titolo che non sarà forse inutile richiamare alla memoria del lettore era un titolo malipieriano e rimanda alla ‘canzona’ rinascimentale, a fondere ancora una volta, madernianamente e malipierescamente antico e novissimo. Ma non solo, ché la struttura stessa delle Sette Canzoni per Bruno è ricalcata su quella dell’opera del maestro di lui Gian Francesco, sette brevi scene che si seguono senza soluzione di continuità, diverse per carattere e imperniate ognuna su di una canzone che ne costituisce il nucleo musicale e stabilisce, spesso per via di contrasti, il significato.

Una così profonda e compiuta comprensione di una personalità difficilmente sintetizzabile quale fu Maderna, mi ha richiamato alla memoria la mise en espace degli spiriti multiformi di un altro musicista dalla quasi inestricabile complessità, Franco Donatoni, genialmente disposta or son quasi vent’anni, nello stesso spazio della Cavallerizza reggiana, da Roberto Neulichedl. Anche in quel caso la penetrazione dell’essenza più profonda del musicista e la sua personalissima reinterpretazione (da parte, in quell’occasione, soprattutto del regista) andavano ben al dilà della appassionata dedizione all’opera e alla competente restituzione del dettato musicale. Fu quello, come lo è ora questo, il “vero omaggio”: non mera riproduzione di suoni, ma svisceramento e riproposizione dei pensieri — d’arte, di poetica, di drammi interiori, di dubbî e certezze, di sogno forse — di una personalità artistica il cui segno – l’invito, cioè, pur fatto con caratteri e forme diversissime dall’uno e dall’altro ad una meno condizionata corrispondenza d’amorosi sensi con la musica — è più radicale di quanto ancora non si veda.

E dunque mi si lasci concludere parafrasando l’esortazione donalfonsesca nella Scòla degli amanti, a mo’ di sentenza pronunziata da questa bellissima serata: “Sien le musiche belle o grette – ripetete con me: al diavolo le etichette!” Così volse il Bruno, e volse il Franco.

Mi sia concessa una nota amara, a margine (e che, sia ben inteso, non riguarda specificamente i Teatri reggiani, ma inquadra una situazione generalizzata e mortificante, a pare mio insostenibile). Al termine dello spettacolo, indugiare a salutare Adriano Guarnieri e una collega musicologa, insomma non gli ultimi coi quali soffermarsi a parlare di musica, in un’occasione tanto stimolante, fu tutt’uno col sentirsi piombare addosso ululante scagnozzo in livrea: “via!… assembramento!…”. Tre persone tre erano considerate assembramento solo nel Ventennio di Quell’uomo! Lui lo rigirarono felicemente a gambe ritte, ma i suoi tempi e i loro modi coercitorî, non illudiamoci, son già tornati: e il virus pestilente è solo la scusa manifesta, lo specchio per le imbecilli allòdole. Inutile ripetere l’inno alla libertà di Maderna, se questa è poi ovunque negata. Che cento persone possano stare senza pericolo due ore ammassate in una stanza di pochi metri quadri ma non pochi minuti un gruppuscolo in un foyer, è una di quelle ipocrisie da preti che da sempre affliggono l’Italia. Impedire di vivere il teatro, tenerlo aperto solo come atto burocratico acché qualcuno possa sciacquarsene la bocca in sede mediatica, rende inutile l’andarci (a me, finché non cambia il vento, non mi ci ripigliano): se nei teatri si deve entrarci per star scomodi e in stato di semi-soffocazione, sùbito espulsi appena terminata la consumazione, allora meglio chiuderli. I dadi, la storia insegna, arriva il momento che è giocoforza trarli.

Bernardo Pieri

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