Orlando furioso, apoteosi del Barocco

VIVALDI Orlando Furioso S. Prina, F. Aspromonte, L. Cirillo, C. Vistoli, R. Novaro, L. Castellano, R. Pe; Orchestra e Coro del Teatro La Fenice, direttore Diego Fasolis regia Fabio Ceresa scene Massimo Cecchetto costumi Giuseppe Palella

Venezia, Teatro Malibran, 17 aprile 2018

 

Come si legge nelle note di regia, non esiste un’opera settecentesca che riassuma in sé tutta la poetica della meraviglia barocca meglio dell’Orlando furioso di Antonio Vivaldi. Isole fatate, animali volanti, donne guerriere, cavalieri invincibili; e ancora maghe crudeli, filtri d’amore, urne magiche, grotte segrete: non manca nulla nel caleidoscopico libretto di Grazio Braccioli. Condensare in tre atti soltanto l’inesauribile miniera di trame del poema di Ludovico Ariosto non dev’essere stata un’impresa facile. L’episodio della maga Alcina, che nel Furioso occupa appena due canti (il sesto e il settimo) viene dilatato dal librettista in un’arcata che abbraccia tre ore di musica, e che comprende personaggi e sottotrame di altri canti: la fuga di Angelica e il suo amore per Medoro, la parabola di Astolfo, le relazioni complicate di Ruggiero e Bradamante, la follia e il rinsavimento di Orlando.

E partendo da questa dilatazione e centralità della figura di Alcina, il regista Fabio Ceresa imposta tutta la sua visione registica. La reggia di Alcina diventa il luogo ideale in cui ambientare tutte le peripezie del funambolico libretto vivaldiano. Luogo di soggiogante e incantatorio fascino, viene costruito dallo scenografo Massimo Cecchetto come una enorme valva di conchiglia aperta, dipinta dei caldi colori dell’oro, che ruotando mostra invece le fattezze del suolo lunare. Quella luna sulla quale si arrampicherà Orlando in preda alla sua follia d’amore. Ai lati del palcoscenico due simmetriche strutture a volute delimitano lo spazio. Davanti e dietro si sviluppano gli intrecci, qui – secondo le tecniche sceniche del teatro Settecentesco — si rappresenta la tempesta marina che mette a rischio la vita di Ruggiero; qui si aggirano i giovani schiavi d’amore — la cui identità sessuale non è ben definita, uguali essendo i costumi per entrambi i sessi – pronti a soddisfare ogni voglia della maga il cui motto è chiaramente espresso nel libretto: “se avessi un solo amante / fra le donne sarei donna volgare”.

Non manca il regista, giustamente, di enfatizzare gli aspetti ironici, così connaturati al Barocco, attraverso i movimenti dei cantanti e l’accentuata mimica scenica, specie di Alcina. Ne esce così un’umanità priva di inibizioni, dedita senza scrupolo — e senza remore morali — ai piaceri della carne. Solo Orlando, nella sua “ossessione” amorosa alla fine finisce per essere la figura più statica e meno moderna di tutto il dramma vivaldiano: l’eroe puro che aspira al vero amore, ma che perde in verità drammatica. La straordinaria perizia del light designer Fabio Berrettin, infine, ha contribuito a rendere ancor più “magico” il regno di Alcina.

Musicalmente l’opera, rappresentata per la prima volta nel Teatro Sant’Angelo di Venezia nell’autunno del 1727, è una macchina complessa e di proporzioni tipicamente barocche: quasi quattro ore di musica, che qui vene scorciata di quasi un’ora, sottraendo un’aria a ciascun personaggio. Così quello che si perde in completezza, si guadagna in scorrevolezza. Anche così sono tre ore di musica, con momenti di vertiginosa altezza — le celebri e ipervirtuosistiche arie di Orlando, l’aria con flauto traverso obbligato di Ruggiero, molti inediti impasti strumentali — che fanno di questo melodramma uno dei vertici della produzione teatrale vivaldiana.

La Fenice, in trasferta al Teatro Malibran, ha messo assieme il meglio che il panorama degli artisti specializzati nella musica antica offra attualmente. Diretta da uno specialista come Diego Fasolis, l’Orchestra del Teatro a ranghi ridotti ha fatto leva sulla pienezza del suono e sulla ricchezza della tavolozza sonora, che talvolta gli ensemble con strumenti antichi non possiedono, oltre che sulla frenata gioia e lo scatto quasi agonistico che sprigiona la musica del Prete Rosso. La compagnia di canto, tutta italiana, era ben assortita e in grado di restituire al meglio le virtuosistiche arie inanellate una dietro l’altra secondo lo schema del teatro barocco, preso a bersaglio in quegli anni da Benedetto Marcello nel suo Teatro alla moda. Lucia Cirillo, nelle vesti della maga Alcina, ha saputo rendere credibile questa figura così centrale giocando spesso con l’autoironia ed enfatizzando i tic della maga, consapevole di essere la vera tessitrice degli intrighi. Vocalmente ha retto onorevolmente la parte. Francesca Aspromonte era Angelica, un tantino asprigna, ma vivacissima in scena. Una conferma la bravura di Carlo Vistoli come Ruggero, una delle più belle voci di controtenore italiane di oggi: voce di grande morbidezza, di bel timbro e di ottimo legato come ha dimostrato nell’aria “Sol da te mio dolce amore”. Di pari livello anche il controtenore Raffaele Pe come Medoro, una parte non altrettanto felice come quella di Ruggiero, ma altrettanto ben cantata. Eccellente l’Astolfo del baritono Riccardo Novaro e la Bradamante combattiva di Loriana Castellano. Nel ruolo del titolo Sonia Prina è apparsa, nella recita cui abbiamo assistito, non in piena forma: la voce è sembrata un po’ logorata e talvolta le agilità delle due temibili arie non pienamente a fuoco. Eccedendo negli affetti, ha più di una volta compromesso la linea vocale, trovando invece nella scena della pazzia una resa più coinvolgente.

Stefano Pagliantini

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