Non convince il senile “Nabucco” della Scala

VERDI Nabucco L. Nucci, S. La Colla, M. Petrenko, A. Pirozzi, A. Stroppa, O. Cosimo, E. Tracz, G. Furlanetto; Orchestra e Coro del Teatro alla Scala, direttore Nello Santi regia Daniele Abbado scene e costumi Alison Chitty

Di questo Nabucco con la regia di Daniele Abbado aveva già parlato piuttosto severamente, nelle pagine di MUSICA (n. 244), Stephen Hastings quando debuttò alla Scala nel febbraio 2013: rivedendolo ora, devo dire di condividere molte delle sue critiche. Abbado sposta la vicenda al periodo della Shoah, ma senza storicizzare in maniera precisa, anzi non distinguendo chiaramente fra ebrei e babilonesi e puntando su alcuni temi centrali, quali la memoria e il dolore: dall’apertura in una scena che ricorda fortemente il “Memoriale per gli ebrei assassinati d’Europa” di Berlino, alla ricreazione dell’“idolo” Belo (Baal) con una figura a metà tra il Moloch del cinema espressionista tedesco (Metropolis) le statue metafisiche di De Chirico. Costumi grigi, slavati, proiezioni sul fondo della scena che riprendono il palcoscenico (o scene evocative) dall’alto, ed effetti realizzati senza una chiara idea di fondo: quel fuoco sempre più grande in scena durante l’aria di Abigaille, in effetti, non si capisce proprio (la fiamma della vendetta che si alimenta progressivamente? Chissà!). E poi — colpa maggiore di Abbado — se, come afferma giustamente nel programma di sala, l’opera vive di una drammaturgia “in cui si contrappongono solo due veri protagonisti, il Popolo e Nabucco”, totalmente mancata è la caratterizzazione del re di Babilonia, privato di un ruolo centrale nei movimenti scenici e spogliato di ogni carisma (e anche la cancellazione della discesa del fulmine, resa come evento psicologico, è una comoda furbata). Uno spettacolo, quindi, grigio non solo cromaticamente, poco emozionante e ancor meno funzionale ad un’opera che è “il trionfo del tutto sulle parti” (Budden).

Simile grigiore saliva dalla buca: non è (solo) questione di tempi lenti, come tanti hanno scritto e detto a proposito della direzione di Nello Santi, ma il problema è che ormai il controllo dell’orchestra latita, gli scollamenti sono evidenti, quasi incredibili gli improvvisi scarti agogici (nella coda della cabaletta di Abigaille, per esempio) e, nella penultima recita cui ho ascoltato, si avvertiva palese un senso di mesta routine. Né ci si salvava con le prove dei cantanti: quanto usciva dalla bocca di Mikhail Petrenko (Zaccaria) dovrebbe spingere chi l’ha scritturato a un serio esame di coscienza, mentre Stefano La Colla (Ismaele) riusciva ad essere inadeguato anche al suo modesto ruolo. Molto meglio Anna Pirozzi, Abigaille intensa e sfumata, cui difetta volume nei centri ma che sa controllare con cura gli acuti, anche in pianissimo: peccato solo che la coloratura sia così imprecisa. Annalisa Stroppa, infine, conferma il noto detto secondo cui non esistono piccole parti ma solo piccoli artisti: e la delicatezza di fraseggio che profondeva in ogni nota lo dimostrava palesemente. Rimane, ovviamente Leo Nucci, cui tutti dobbiamo stima e rispetto, ma a 75 anni, semplicemente, non regge più la parte di Nabucco; le note sono prese tutte da sotto, l’intonazione oscilla, i fiati sono corti (una continua lotta con Santi per stringere i tempi) e il carisma del suo personaggio del tutto assente. Rimangono gli acuti, Sol e La bemolle ancora squillanti: ma basta? Al pubblico, al pubblico di quella sera evidentemente sì.

Nicola Cattò

 

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