Martina Franca 2016: rarità e riscoperte

STEFFANI Baccanali N. Donini, R. A. Strano, B. Massaro, V. Magnarello, P. Leoci, E. Caccamo, C. Manese, Y. Watanabe; Ensemble «Cremona Antiqua», direttore Antonio Greco regia Cecilia Ligorio scene Alessia Colosso, costumi Manuel Pedretti

MERCADANTE Francesca da Rimini L. Bonilla, A. Wakizono, M. Süngü, A. Di Matteo, L. Martinez, I. Ayon Rivas; Coro della Filarmonica di Stato «Transilvania» di Cluj-Napoca, Orchestra Internazionale d’Italia, direttore Fabio Luisi regia, scene e costumi Pier Luigi Pizzi

PAISIELLO La grotta di Trofonio B. Mazzucato, C. Di Tonno, M. Mezzaro, D. Colaianni, A. Nisi, D. Mazzucato, R. Scandiuzzi, G. Caoduro; Orchestra Internazionale d’Italia, direttore Giuseppe Grazioli regia Alfonso Antoniozzi scene Dario Gessati costumi Gianluca Falaschi

Martina Franca, Chiostro di San Domenico e Palazzo Ducale, 29-30-31 luglio 2016

 

Già l’edizione 2015 del Festival della Valle d’Itria aveva ospitato una prima assoluta, con la rappresentazione di Le braci di Marco Tutino. Ma ben diversa è stata la prima mondiale del 30 luglio 2016, perché ad andare in scena non era un’opera contemporanea, bensì Francesca da Rimini di Saverio Mercadante, che giaceva ineseguita dall’epoca della composizione (1830-31), quando varie vicissitudini ne avevano ostacolato il debutto, prima a Madrid e poi a Milano. Tuttavia, se il compositore non s’adoperò in seguito per far rappresentare un’opera la cui partitura era perfettamente compiuta, fu probabilmente perché egli stesso ne percepiva il linguaggio come superato dai tempi. Non v’è dubbio, infatti, che Francesca da Rimini – a cominciare dalla ripartizione dei ruoli vocali, con Paolo contralto en travesti e Lanciotto tenore antagonista – guardi più al passato che al futuro, inserendosi nel solco del melodramma serio rossiniano (cui rimanda in specie la scrittura dei personaggi maschili), e lasciando agli interventi di Francesca e ai duetti degli amanti il compito di far presagire qualche brivido di romanticismo; di un romanticismo, in ogni caso, d’impronta elegiaca e non privo d’una sua compostezza classica, che ricorda le «lunghe» melodie belliniane del finale dei Capuleti. Il coraggio del festival di Martina Franca ha permesso a questa partitura – che in tempi recenti ha suscitato l’interesse di diversi studiosi, tanto che ne esiste più di un’edizione critica – di rivelarsi: è un insieme imponente di pagine di squisita fattura musicale e di immane difficoltà esecutiva, nelle quali l’azione si sviluppa attraverso il dipanarsi degli affetti, sviscerati nei numeri musicali dalla struttura formale rigida ma assai fecondi per invenzione melodica; non è, viceversa, il titolo in cui cercare le innovazioni drammaturgiche e la violenza dei drammi del teatro mercadantiano degli anni successivi. Il coraggio è stato ancor maggiore nell’affidare un’opera di tale portata a giovani cantanti che si stanno affacciando alla carriera: una scelta premiata dai risultati, poiché quasi tutti si sono rivelati promettenti professionisti. Certo, si tratta di voci perfettibili e di volume contenuto, e un’inevitabile tensione aleggiava sul palcoscenico, favorendo una performance accademica laddove un maggiore slancio interpretativo avrebbe giovato a vivificare la partitura; ma la raffinatezza del belcanto è stata restituita con fedeltà. Il soprano Leonor Bonilla è una protagonista sognante, ideale, fin dal registro acuto chiaro, per incarnare una Francesca che di Dante coglie il lato elegiaco e non quello tragico. Il tenore Mert Süngü, nella tessitura estesa del ruolo di Lanciotto, mostra più agio in area baritenorile che nelle agili colorature rossiniane, ove il timbro vira sul nasale. Interprete fra tutti più solida è stata, nel ruolo di Paolo, il mezzosoprano Aya Wakizono, delicata nel fraseggio, provetta nella coloratura sgranata e al contempo legata che si è apprezzata nella prima cabaletta. Una piacevole sorpresa è la voce del secondo tenore, Ivan Ayon Rivas, che piacerebbe riascoltare in un ruolo più significativo di quello di Guelfo. Mani di sicura esperienza sono invece quelle che hanno firmato direzione e regia: Fabio Luisi ha concertato con attenzione, dominando un’orchestra che ha lasciato trasparire qualche defaillance negli ottoni, per valorizzare le voci; pare che sia giunto dal regista il suggerimento di praticare alcuni tagli alla partitura, cosa che, in occasione di una prima mondiale, sarebbe stato quanto mai opportuno evitare. Pier Luigi Pizzi ha ideato uno spettacolo di taglio coreografico, nel quale il vento (forse aiutato da qualche ventilatore?) si è reso protagonista provocando suggestivi svolazzi agli abbondanti veli che adornavano scene e costumi. La prima assoluta è stata preparata da alcuni concerti sul tema di Francesca da Rimini, fra i quali grande importanza culturale ha avuto, nel pomeriggio dello stesso 30 luglio, il recital che ha permesso di confrontare come, nel corso dell’Ottocento, compositori più e meno noti (da Rossini a Ponchielli e Mancinelli) si siano accostati al personaggio dantesco, con arie e duetti tra teatro e canto da camera. Nell’occasione si sono potuti apprezzare l’espressività e il legato del soprano Giulia De Blasis (cover di Francesca per l’opera di Mercadante) e il timbro pavarottiano del tenore Nico Franchini.

Un progetto di così grande rilevanza ha finito inevitabilmente per lasciare in ombra le altre, pur importanti, produzioni del festival. Baccanali di Agostino Steffani si inserisce nel programma di affidare un’opera barocca alle voci degli allievi dell’Accademia del belcanto «Rodolfo Celletti». Si tratta di un divertissement drammaturgicamente inconsistente che mescola mitologia, ironia e satira creando occasioni ai cantanti per esibirsi in raffinati assoli e qualche numero d’assieme che varia l’alternanza di recitativi e arie. L’esecuzione – la prima, a quanto risulta, dopo il debutto assoluto del 1695 – è stata affidata al direttore Antonio Greco, che dal cembalo si destreggia con scioltezza, dispone di un ensemble strumentale “filologico” e sa estrarre il meglio dai giovani solisti. È una conferma il contraltista Riccardo Angelo Strano (già protagonista nel 2014, quando era in scena La lotta d’Ercole con Acheloo dello stesso Steffani) con la sua curata tornitura del recitativo, nel doppio ruolo di Bacco e di Tirsi. Tra gli allievi di quest’anno si è distinto il soprano Barbara Massaro (Driade), che potrà spiacere ad alcuni puristi del barocco per il suono tutt’altro che fisso, ma proprio grazie alla duttilità dello strumento e alla variegata tavolozza cromatica, oltre che all’agilità sicura e all’ottima pronuncia, ha saputo restituire la contorta personalità della ninfa. La regista Cecilia Ligorio ha creato uno spettacolo fluido e avvincente, anche se talune sue scelte, quali la soppressione di diverse pagine nelle ultime scene per rendere più serrata la conclusione, o l’esplicitazione della componente erotica cui l’opera barocca si limitava ad alludere, possono non essere condivise.

Per nulla mitologica, a dispetto del titolo, è La grotta di Trofonio (1785) di Paisiello, che volge in salsa napoletana una vicenda più nota nell’intonazione di Salieri; e, mentre deride la superficiale infatuazione per la Grecia classica di moda alla sua epoca, fa sentire quanto la Scuola Napoletana abbia tracciato la strada a Mozart e a Rossini. È lo spettacolo dalla locandina più blasonata: schiera Roberto Scandiuzzi (Trofonio), che con l’espressività delle sue note gravi incarna l’aprirsi della porta verso un mondo “altro”, colmando la discontinuità drammaturgica generata dall’ingresso di un mago in una commedia di costume; Daniela Mazzucato e Caterina Di Tonno, che forgiano con brillante esperienza i caratteri pungenti di Bartolina e Rubinetta; Angela Nisi, di cui s’apprezza, nell’aria del II atto, l’abilità ad usare un linguaggio tragico senza nascondere la natura buffa del personaggio di Eufelia; e l’immancabile Domenico Colaianni, che trova pane per i suoi denti nel ruolo buffo dialettale. È anche l’unico spettacolo il cui allestimento, curato da Alfonso Antoniozzi, operi precise scelte di ambientazione (posponendola al primo Novecento) e di lettura (calcando la mano sulla metateatralità); aiutato, forse, dalla coproduzione col Teatro di San Carlo, che permette di arginare il problema, sempre più sentito nel mondo italiano della musica, che Gasperone/Colaianni, nella sua aria, ricorda agli spettatori: «pecunia non ce n’è».

Marco Leo

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