L’inutilità di Katharina (Wagner)

WAGNER Tristan und Isolde S. Gould, E. Herlitzius, G. Zeppenfeld, I Paterson, Ch. Meyer, R. Nolte; Chor der Bayreuther Festspiele, Orchester der Bayreuther Festspiele, direttore Christian Thielemann regia Katharina Wagner.

DG 004400735251

249:00 + 16:00 (extra)

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Una nuova registrazione di Tristan und Isolde di Richard Wagner non è avvenimento quotidiano e pur se foriera di dubbi e censure, da noi in particolare è accolta talora con l’ambiziosa speranza d’integrar in modo significativo la discografia pubblicata su MUSICA alcuni anni fa, talaltra con la mera curiosità d’un riscontro personale della lunga coda di commenti e recensioni affluenti dalla stampa internazionale. Questa della DG è documento della produzione del dramma wagneriano andata in scena sulla sacra collina nell’estate del 2015 (e quest’anno ripresa), con la direzione di Christian Thielemann (già in CD da Vienna, sempre per DG) e la regia di Katharina Wagner. Del direttore berlinese si parla e si scrive molto in questi giorni, per motivi che non interessa rievocare, anche perché la provocazione sembra stia diventando un suo personale metodo di guadagnar comunque in notorietà. Interessa verificarne invece i presupposti di musicista e d’interprete, tanto più a confronto con una partitura impervia come nessuna sotto entrambi i versanti. Crediamo esatto ribadire che il suo approccio a Beethoven o a Brahms, a Bruckner o a Wagner, sia da ricollegare alla maggior tradizione tedesca di matrice classico-romantica tra Nikisch e Bӧhm, passando beninteso per Furtwӓngler e Carlos Kleiber; e non alla lezione peculiare di Karajan, del quale sì egli fu assistente, ma qui (altra cosa è il repertorio italiano) non certo erede di stile. Da quella leggendaria scuola gli vengono l’eloquenza vasta e appena solenne dei fraseggi, le austere e possenti calibrature sonore, un senso della forma e un magistero tecnico inattaccabili. Assieme ad una serie di modelli da far propri o meglio… «di cui appropriarsi». Sì, perché quando egli venne, ormai molti anni fa a Santa Cecilia per il ciclo completo delle Sinfonie di Beethoven, non era chi non vedesse alle sue spalle l’ombra di Carlos Kleiber: solo che a quel suono appunto sempre vivo, teso, ebbro d’energia nei tempi veloci, non faceva riscontro negli andanti, negli adagi, nelle dialettiche interne, nulla dei sublimi incanti poetici del figlio di Erich. Così, più di recente, nella sua maestosa Terza di Brahms ritroviamo molto di Klemperer, ma senza quelle inimitabili, catturanti onde di pathos. Così la sua Settima di Bruckner ricalca le dinamiche e le agogiche di Jochum, ma senza la profonda spiritualità del bavarese. Per venire all’incombenza attuale, in questo Tristan und Isolde non può sfuggire il riferimento alla lettura di Furtwӓngler, ben più che a quella di Karajan. Tra questi e Thielemann esiste invero un abisso concettuale: Karajan, sulla scia di De Sabata e insieme a Celibidache, appartiene ad una temperie di Decadentismo lirico ed estetizzante che con la tradizione classico-romantica ruppe clamorosamente i ponti attorno ai primi anni Sessanta del Novecento. Sì che il suo secondo Tristan, quello in studio, fu pura delibazione di sublimi sensi sonori ed erotici, destituiti d’ogni eroismo e d’ogni epicità. Thielemann, facendo della versione Furtwӓngler il proprio immenso cartone preparatorio, è al contrario latore inflessibile d’un approccio apertamente drammatico, ove lirismo, colore, sensualità sono assai a margine, ove i rapporti interumani, disperati perché prigionieri d’una determinazione superiore ineluttabile, si svolgono sotto un cielo ostile e maledicente. Solo che per Furtwӓngler lo schiudersi finale alla speranza era poi la luce che inattesa illuminava a ritroso l’intero percorso speculativo; per Thielemann tutto rimane nel buio e conosce diverse cadute di tensione. Conseguenza d’un lavoro di grande maniera, di riproduzione non originale dall’originale di un genio che supera di mille leghe il pur abilissimo copista. Ciò chiarito e sulla base del principio che è meglio una buona copia che un cattivo originale, deve pur aggiungersi che il Tristan di Thielemann è, rapportato all’oggi ben più che alla storia, un prodotto comunque di livello considerevole e tale da non temer, fra le molte, la plurima concorrenza d’un Barenboim (almeno sette edizioni fra CD e DVD), ma solo quella del miglior Mehta. Anche perché può fruire d’un cast di qualche rispetto. Ove spicca soprattutto il Tristan di Stephen Gould: il cui registro acuto è ormai logoro e indurito, ma che nei centri (ovvero nella maggior parte del ruolo) lavora con sovrana arte dell’accento, stagliando un’umanità sofferta, lacerata, allucinata, né eroica, né realmente appassionata, ma tesa sino allo spasimo in una sorta di continua auto-psicanalisi. Evelyn Herlitzius è assai favorita dai tecnici del suono, mostra vuoti paurosi tra i registri, ma la sua Isolde sta su, in fondo grandiosa ed esaltata. «Mild und leise»” tuttavia non lascia molta traccia. La Brangӓne di Christa Meyer ha voce di colore e volume importanti e, nonostante un certo vibrato largo, è fervida e autorevole. Iain Paterson è un Kurwenal piuttosto anonimo e Georg Zeppenfeld un Re Marke con lo splendido timbro che gli conosciamo, ma senza un briciolo di partecipazione emotiva.

Non vorremmo diffonderci troppo sulla regia di Katharina Wagner: sulla quantità industriale di lucida ferraglia in scena, su un’azione che da semplice è stata resa inintelligibile (e le note di costei nel booklet fanno ancor peggio), sulle compulsività gestuali da manicomio da cui nessuno è esente, sui troppi deliri onirici, dei quali fa parte una testa d’Isolde con naturalezza porta dalla stessa all’orripilato Tristan, sul voyeurismo furioso d’un Marke cattivissimo e dei suoi scherani durante il duetto del secondo atto, tutto agito in una prigione; o sul lungo sballottio finale del cadavere dell’eroe, composto e scomposto con fiori e spada non si sa quante volte. Sarebbe risibile nel suo snobismo e nella sua falsa cultura, se tutto non fosse brutto, noioso e corredato di costumi orrendi. Non sempre eccezionali le riprese video e invece ottima la registrazione sonora.

Maurizio Modugno

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