Le sorelle Labèque incantano Stresa

 

 

cr. Umberto Nicoletti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

RAVEL Ma mère l’Oye; Rapsodie espagnole STRAVINSKI Le Sacre du Printemps pianoforte Katia e Marielle Labèque

Stresa, Stresa Festival, Palazzo dei Congressi, 23 agosto 2016

 

Sul palcoscenico sono semplicemente le sorelle Labèque. Katia e Marielle. Provate a cercare qualcuno, tra il pubblico, in grado di distinguerle. Sarà difficile trovarlo. Katia e Marielle nell’immaginario comune formano infatti una sola entità. Certo, si assomigliano molto. E poi sembrano anche eternamente giovani, quasi immuni, nei volti e nella passione che mettono nel fare musica, dai guasti dello scorrere del tempo. L’incertezza sulla loro identità è comunque rivelatrice di un fatto: nella coscienza del pubblico non esistono come individualità, ma soltanto come un duo. Per capirne il motivo basta ascoltarle e vederle sul palcoscenico.

A concerto inaugurale dello Stresa Festival erano un solo respiro. Suonavano il loro repertorio, l’amatissimo Ravel ed il magmatico Stravinski della Sagra. È difficile immaginare, dopo aver ascoltato le Labèque, un modo diverso di rendere le sottili trame timbriche di Ma mére l’Oye (pianoforte a quattro mani) ed il fuoco – elegantissimo – della Rapsodia spagnola (due pianoforti). Ravel è infatti eleganza e passione insieme, abbandono al sogno e gioco di incastri sonori. Così dalle mani di Katia e Marielle escono sonorità vellutate e sottili, soprattutto nei distillati onirici di Ma mère l’Oye, dove ogni suono è soppesato con cura, con un pedale usato magistralmente a creare aloni che pure non turbano la chiarezza di fondo dell’insieme. Colpisce soprattutto il tocco, un tocco leggero ma sempre morbido, con tutti i passaggi perfettamente sgranati senza però alcuna asprezza (la tecnica non ha alcun senso se non è pensata in relazione alla sonorità), mentre i glissandi conclusivi dell’ultimo brano del ciclo, «Le jardin féerique», hanno la parvenza di un soffio sonoro. Nella Rapsodia spagnola cambiano le prospettive, con il passaggio da uno a due pianoforti e dal mondo privato e familiare delle fiabe all’aria aperta del folklore, però non cambiano le linee interpretative, perché anche il folklore, in Ravel, viene sempre sublimato in perfette geometrie sonore: l’interpretazione delle Labéque è più raffinata che pittoresca, nel segno, ancora una volta, di una leggerezza sognante ed insinuante.

A moltiplicare le suggestioni della versione per due pianoforti della Sagra stravinskiana, nella seconda parte della serata, ci sono le animazioni visive della compagnia di danza Sanpapié, con la coreografia di Lara Guidetti e la regia di Stefano Monti. Figure geometriche animate da danzatori invisibili posti dietro un velo nero, cerchi e quadrati, ombrelli e ombrellini dalle vaghe forme orientali (a richiamare le scale pentatoniche presenti un po’ ovunque nella partitura), misteriose teste che sembrano i Moai dell’Isola di Pasqua ed infine una danzatrice per evocare, solo con la parte superiore del corpo, le convulsioni della «Danza sacrificale dell’eletta». Musica ed immagini si corrispondono. Dai due pianoforti magie sonore, timbri cangianti, un vigore tecnico invidiabile, un incidere ritmico robusto ed inflessibile, una violenza percussiva da lasciare senza respiro. Come bis, l’ultimo dei Quattro movimenti per due pianoforti di Philip Glass, pagina del 2008 derivata dai cascami della vecchia produzione del compositore americano, del tutto inutile sul piano estetico.

Luca Segalla

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