Le “Lezioni di suono” di Nicola Sani

Nicola Sani

NICOLA SANI Gimme Scelsi GIACINTO SCELSI Quattro pezzi per orchestra (ciascuno su una nota sola) Orchestra di Padova e del Veneto, direttore Marco Angius

Sala dei Giganti al Liviano, Padova, 3 maggio 2019

Per Marco Angius, direttore dell’Orchestra di Padova e del Veneto, si sono chiuse due rassegne: la stagione 2018-2019 dell’orchestra, il 9 maggio, e la serie di tre lezioni-concerto intitolata “Lezioni di suono”, il 3 maggio, giunta alla quarta edizione, «nata per declinare le ragioni della musica contemporanea rispetto al repertorio classico», come ha spiegato Angius.

Attraverso la presenza fisica di un compositore “in residenza”, che funge da cicerone e da deus ex-machina nell’illustrare i passaggi complessi del pensiero musicale nella storia e nella contemporaneità, i programmi di “Lezioni di suono” – riprese anche su Rai 5 – affiancano il repertorio storico a quello contemporaneo, giustapposti o intersecati in riletture e orchestrazioni. In realtà è stata realizzata anche una quinta edizione, nata espressamente per Rai5 e con una formula diversa, affidata a critici e studiosi (Guido Barbieri, Sandro Cappelletto) che commentano alcune orchestrazioni di Luciano Berio (Sonata op. 120 n.1 di Brahms, otto romanze di Verdi, cinque Lieder di Mahler).

Se ad Angius piace ripercorrere anche il Novecento in una prospettiva storica, presentando in chiusura di stagione l’Offerta musicale di Bach nella rara trascrizione di Igor Markevitch insieme al Concerto per violino di Berg con Carolin Widmann, quest’anno la presenza di Nicola Sani per “Lezioni di suono” ne valorizza l’esperienza in ambito elettroacustico e la conoscenza della musica di Giacinto Scelsi a cui è stato dedicato l’ultimo appuntamento delle “lezioni”. Sani, già presidente della Fondazione Scelsi, è un profondo conoscitore della sua musica, che in Gimme Scelsi omaggia da un lato gli anni in cui i Rolling Stones cantavano “Gimme Shelter”, ispirata alla guerra in Vietnam, dall’altro lo stesso Scelsi, sorta di nume ispiratore. A partire dal 27 marzo, le “Lezioni di suono” hanno presentato tre brani di Sani in prima esecuzione italiana: oltre a Gimme Scelsi (2013), Seascapes IX “Münster” (2016), dove «l’orchestra fluttua nello spazio-tempo – spiega Angius – come aggregato di masse sonore che suggeriscono e realizzano l’idea liquida del suono», e Deux, le contraire de “un” (2012), «titolo enigmatico derivato da un concetto filosofico applicato ovvero esteso e sviluppato in una struttura musicale apparentemente astratta». Accanto, le recenti orchestrazioni di Richard Dünser di tre brani pianistici «estremi» di Schubert (i primi due Klavierstücke D 946 e l’Allegro finale dalla Sonata in fa minore D 625) e i Lieder eines fahrenden Gesellen di Mahler nell’elaborazione di Arnold Schönberg per ensemble, anello di congiunzione tra Ottocento e Novecento, includendo parte dei materiali della Prima Sinfonia. «Per Mahler – commenta Angius – voci e strumenti, testo e suono, fanno parte di un’unica gamma percettiva e sono assimilabili nella loro natura acustica oltre che nei significati più intrinseci».

La figura di Scelsi è singolare, il compositore contemporaneo più inciso su disco, “il Charles Ives italiano” secondo Feldman, autore che a Ligeti “ha dato moltissimo”, portavoce di una ricerca sul suono davvero unica, offrendo a Sani l’opportunità di discutere la qualità del suono stesso, visto che «oggi si compone il suono, non col suono»: è questa la dimensione più contemporanea della musica. Sani evidenzia quindi come con Scelsi ci si immerga in un suono unico, dove la musica non è più un concetto di concatenazioni orizzontali, ma eminentemente verticali, come una sfera dal nucleo centrale di energia che sprigiona un proprio preciso suono. Ogni nota diventa un cosmo, un immenso territorio dove apprezzare la ricchezza del colore del suono e tutte le sue altezze. Nei Quattro pezzi per orchestra Angius ne indaga gli spettralismi per microintervalli, evocandone sacralità e ritualità. In Gimme Scelsi le onde di suono, frammentate, agitano una continua mobilità interiore.

INTERVISTA A MARCO ANGIUS

Maestro Angius, che evoluzione ha notato in questi appuntamenti padovani?

«L’idea di fondo è innovativa e rara, perché si basa sulla musica contemporanea, e non solo con fine didattico-divulgativo, sulle sue funzioni, come nelle famose lezioni di Leonard Bernstein, ma legando trasversalmente un brano alla musica contemporanea secondo la logica del pensiero compositivo. Inoltre, il compositore parla di sé attraverso la musica degli altri. Da qui soprattutto il consenso a livello nazionale in TV, con circa 80000 spettatori per la recente puntata con Battistelli, tanto che verrà replicata. Si è creata così una formula molto riconoscibile. Ci aiuta una programmazione molto libera e indipendente che predispone a un’adesione favorevole del pubblico».

La musica è finita? È stato detto tutto?

«Direi che è finita la storia della musica come storia dell’innovazione del linguaggio. Se guardiamo le avanguardie del Novecento – da Schönberg a Nono, Stockhausen, Berio – vediamo progetti al limite dell’utopistico, mentre negli anni 2000 manca una linea come all’inizio del secolo scorso. Sembrerebbe di no, apparentemente, in realtà lo vedo a livello di creatività, invenzione e flusso storico. Nella musica contemporanea c’è attualmente un processo fortemente involutivo, dove prevale facilmente una sorta di “banalità del comporre”, e non si può sostituire al linguaggio dell’avanguardia un linguaggio banale. Un certo “neosuono” non porta arricchimento, ma solo un nuovo percorso del linguaggio tonale con riutilizzo di forme preesistenti. Quale sarebbe lo stile libero e come si pone rispetto alla storia? Voglio dire che non c’è la carica innovativa delle opere degli anni ’20 e ’30, non un allargamento interiore, bensì un cambiamento di funzioni e di consumo della musica. La creatività ristagna, i due filoni tonale e sperimentale si sono arenati. Troviamo forse qualche chance in più nel teatro musicale per la forza musicale stessa, anche se i modelli del passato sono schiaccianti. Tanto che riscoprire il passato, l’archeologia musicale, sta diventando più interessante ed entusiasmante».

 A quali autori si sente più legato?

«Luigi Nono. Lo studio, lo ascolto, ne parlo, da 35 anni, uno dei giganti del Novecento, insieme a Stockhausen, Berio, Boulez, grandi figure che hanno lasciato ancora pagine da riscoprire. Forse solo il 10% della musica di Stockhausen è eseguita. Prima ancora, Debussy, Janaček, Schönberg, Berg. La musica moderna e contemporanea mi portano a leggere in modo più lucido il passato».

Mirko Schipilliti

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