Le due Lucie di Venezia e Cagliari

 

 

DONIZETTI Lucia di Lammermoor M. Werba, N. Sierra, F. Demuro, F. Marsiglia, S. Lim, A. Nicoli, M. Nardis; Orchestra e coro del Teatro La Fenice di Venezia, direttore Riccardo Frizza regia Francesco Micheli scene Nicolas Bovey costumi Alessio Rosati light designer Fabio Barettin

Venezia, Teatro La Fenice, 23 aprile 2017

 

Una Lucia che si ricorderà a lungo, quella messa in scena da Francesco Micheli per il Teatro La Fenice di Venezia. Era tanto che non ci capitava di scorgere tanta ricchezza di idee, giustezza di intenti e coerenza generale nel leggere il capolavoro donizettiano.

Micheli legge il “dramma tragico” di Salvatore Cammarano come un lungo flash back durante il quale Lord Enrico Ashton rivive la parabola che ha condotto alla morte la sorella Lucia e sconvolto tutta la sua famiglia, di cui assiste alla progressiva e inesorabile decadenza. Perennemente in scena, spesso sul proscenio, appare infragilito e sconvolto da quanto è piombato sulle sue deboli spalle, incapace di dare un senso al suo presente, ossessionato dall’incombenza dei genitori raffigurati in un quadro che ha la forza di un incubo. Tutto in scena evoca disfacimento, a cominciare dalle cataste di mobili di sobria eleganza che arredavano il palazzo avito, ora accumulati come macerie di una dinastia erosa dalla base.

Al contrario, l’eroina protagonista vuole con tutta se stessa ridare un senso alla sua vita e si getta nell’amore impossibile per Edgardo con la passione di una giovane volitiva e sensuale (sensuale Lucia? Ebbene sì: qui la vediamo, attraverso semplici ma pregnanti gesti, donna innamorata e desiderosa e non la solita eterea giovinetta persa in un amore idealizzato). E assume, la figura di Lucia, una drammaticità ancor maggiore e una determinazione che sconvolge il più fragile fratello, anticipando certe figure del melodramma verdiano. Nadine Serra è una protagonista che incarna alla perfezione quest’idea registica: nel duello verbale, che è anche fisico, tra i due fratelli seduti al tavolo di famiglia, batte i pugni con determinazione mostrando una maturità raggiunta grazie proprio all’amore. Sullo stesso tavolo si svolgerà poi l’impressionante scena della pazzia, cantata con totale immedesimazione vocale – pressoché perfetta, ma soprattuto “vera” – muovendosi come un’acrobata tra i bicchieri poggiati sul tavolo dagli invitati alla festa di nozze. E sfiorando i calici, pieni di vino rossastro, evoca il suono della Glassarmonica suonata in orchestra con sconvolgente effetto. Prenderà in mano poi, al culmine del delirio, quegli stessi bicchieri gettandoli contro gli invitati e versandoli sul sua immacolata veste che si macchia di rosso sangue: quello dello sposo Arturo, ucciso nel sonno. Da brivido. Un fremito di tensione si sentiva circolare nella platea, come quando si ha l’impressione di assistere ad una scena di sconvolgente verità.

Lo stesso tavolo, infine, diventerà il letto funebre su cui sarà trasportato il cadavere esanime di Lucia. L’innamorato Enrico, che non si rassegna alla guerra che mette una contro l’altra la famiglia dei Ravenswood e quella degli Ashton, senza che si possa trovare una via di uscita, è un giovane irruente e appassionato, che non teme di mettere a rischio la propria vita per unirsi alla sua donna. Pur profondamente consapevole che la decadenza della famiglia rivale è anche quella dei suoi: ne è esplicita, e quasi macabra, rappresentazione la distesa di corpi che coprono il palco quando Edgardo intona “Tombe degli avi miei”. Niente romanticismo di maniera, evocato con stridente contrasto dal diorama dipinto che incorniciava la scena. Tutti gli interpreti hanno fatto proprie le scelte registiche, recitando e cantando con forte immedesimazione. Oltre all’eccellente protagonista, si sono distinti Markus Werba nel corrusco e introverso ritratto di Enrico: pienamente padrone della scena, ha scontato semmai dei limiti in talune forzature vocali. Ottimo anche l’Edgardo di Francesco Demuro, che è sembrato aver risolto certi limiti di intonazione di un tempo. Con voce un filo leggera, ha risolto con buoni risultati le non poche difficoltà della parte, lasciandosi perdonare certi limiti in virtù di un totale immedesimazione nel personaggio.

Molto buoni il basso Simon Lin nel ruolo del severo Raimondo e Francesco Marsiglia come Lord Arturo, giustamente goffo e invecchiato in scena. Riccardo Frizza ha concertato con tempi scattanti e sempre appropriati e con attenzione a far risaltare le nono poche preziosità della scrittura donizettiana. Orchestra e coro hanno risposto al loro meglio.

Stefano Pagliantini

 

DONIZETTI Lucia di Lammermoor G. Fiume, M. Desole, L. Grassi, G. Sagona; Orchestra e Coro del Teatro Lirico di Cagliari, direttore Salvatore Percacciolo regia, scene e costrumi Denis Krief

Cagliari, 5 maggio 2017

 

Lucia di Lammermoor è un’opera sempre capace di attirare un pubblico folto e prodigo di applausi, come quello che ha accolto venerdì scorso il capolavoro donizettiano in cartellone fino al 14 maggio per la Fondazione del Teatro Lirico di Cagliari, proposto ancora una volta in quell’allestimento del 2000, curato dal regista Denis Krief, già insignito del premio “Franco Abbiati” per la miglior regia. La passione a tinte forti, unico motore dell’azione e dei sentimenti: Lucia è un’opera molto intensa per tutti i personaggi coinvolti nella vicenda e l’ormai storica regia di Krief tenta di sterilizzarne il lato struggente, incapsulandola in uno spazio vuoto, schiarito da luci livide. Ma non ci riesce: nonostante la lettura modernizzata, nonostante il minimalismo esasperato delle scene e la concentrazione sul perbenismo borghese, la Lucia è una pagina della storia dell’opera tuttora esplosiva e tormentosa, in cui l’eccitazione è sempre deflagrante.

Compiendo una precisa scelta stilistica, volta a rafforzare l’astrattezza della regia, il direttore d’orchestra Salvatore Percacciolo ha abbondato nei tagli di tradizione e ha staccato un tempo lentissimo, talvolta esasperante, certo straniante per chi conosce e frequenta il capolavoro donizettiano e probabilmente anche per il cast. All’interno del quale spicca certamente la giovane soprano Gilda Fiume, allieva di Devia, che ha sfoderato un ampio bagaglio di virtuosismo e di coloritura ed ha centrato l’impervia scena della pazzia, ben supportata dal primo flauto dell’Orchestra del Lirico, Riccardo Ghiani. All’altezza della prova anche il tenore sassarese Matteo Desole (sostituto dell’indisposto Roberto Debiasio) che, nel corso della recita, ha mostrato sempre più corpo e vigore, reggendo egregiamente il confronto con la sua Lucia. Più appannata la prova del baritono Luca Grassi, un Enrico crudele e rigido, che ha esibito un fraseggio alquanto generico.

Raimondo ha il bel timbro e i gravi sicuri di Gabriele Sagona e Lara Rotili è un’Alisa puntuale ed espressiva. Buona nel complesso la prova del coro (diretto dal Gaetano Matroiaco) e dell’Orchestra, in cui hanno ovviamente primeggiato le parti solistiche, il già citato Ghiani e l’arpista Maria Vittoria De Camillo. Molti applausi del pubblico, accorso numerosissimo.

Myriam Quaquero

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