L’affinità elettiva del Nabucco a Caracalla

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

VERDI Nabucco L. Salsi, C. Boross, V. Kowaljow, A. Corianò, A. Kolosova, A. Cacciamani, P. Picone, S. Büyükedes; Orchestra e Coro del Teatro dell’Opera di Roma, direttore John Fiore regia Federico Grazzini

Roma, Terme di Caracalla 11 luglio 2016

 

Nabucco s’addice alle Terme di Caracalla. La sua coralità imponente, l’incalzante sequenza d’eventi, l’eloquenza grandiosa anche dei momenti solistici, fan sì che gli spazi aperti recepiscano il primo capolavoro verdiano con assoluta, spontanea felicità. Tanto più che l’edizione inaugurale della Stagione estiva del Teatro dell’Opera di Roma alle Terme di Caracalla, ne proponeva una versione di notevole spicco qualitativo. Diremmo soprattutto sul piano musicale. Certo, della direzione di John Fiore en plein air non giungevano tutti i propositi di finezza, ma s’intuiva un approccio non convenzionale nel bypassare i luoghi comuni qui sempre in agguato, a favore d’una lettura non priva di eleganza e attenta alle dinamiche più sfumate e pregevoli, a costo di rinunciar talora (e sin troppo) all’ energia e allo scatto travolgenti del giovane Verdi. Atout della serata era il Nabucodonosor di Luca Salsi. Che ha maturato e consolidato una voce, se non eccezionale, certo per colore e per estensione naturalmente portata verso gran parte del repertorio verdiano: e lo ha fatto “all’antica”, con un appoggio sul fiato ed una proiezione in maschera esemplari. Il ruolo è fra i più tremendi scritti dal Bussetano e forse l’unico che ne sia venuto a capo non di misura risponde al nome di Cornell MacNeil. Salsi ha evitato l’attrattiva insidiosa di certe pagine a carattere declamatorio, per concentrarsi in un canto strumentale ed espressivo insieme, di volta in volta con una signorilità d’eloquio e una percussione drammatica ragguardevoli. Sì che l’arroganza e la superbia del condottiero davano spazio con pari agio ai ripiegamenti patetici, ai deliri shakespeariani, al cantare e piangere insieme della paternità ferita. “Dio di Giuda” è stato un apice qual non s’ascoltava da tempo da un nostro baritono. Csilla Boross va detta soprano drammatico, ma il timbro è asperrimo e lo scatenato virtuosismo d’Abigaille è stato da lei affrontato e risolto in modo spesso disordinato: meglio le pagine di pieghevolezza cantabile (“Anch’io dischiuso un giorno” e il finale), ove anche i registri e i colori ritrovavano una qualche loro omogeneità. Vitalij Kowaljow ha dato a Zaccaria una discreta voce di basso, ma dopo un buon inizio, è parso soccombere alle istanze d’una parte – non si dimentichi – fra le massime del repertorio verdiano per la corda grave. Non ha demeritato, pur con qualche insicurezza, l’Ismaele di Antonio Corianò e decisamente ottimi il Sacerdote di Alessio Cacciamani o l’Abdallo di Pietro Picone, così come la Fenena di Alisa Kolosova o l’Anna di Simge Büyükedes. In gran forma il coro di Roberto Gabbiani, in specie nelle sezioni maschili.

Al giovane Federico Grazzini l’incarico d’una regia che, appunto, partiva già favorita dallo scenario naturale delle Terme: ove s’è voluto collocare una sorta di campo profughi d’un Medio Oriente che potrebbe essere Bagdad come Mosul come Aleppo, con ricoveri in bandone metallico, cancelli elettrosaldati, proiezioni filmate d’incendi e crolli sulle due torri. In verità, nulla da eccepire: lo strazio dei popoli, la prevaricazione, la violenza che emargina e imprigiona son gli stessi in ogni epoca. Solo che tutto questo domandava a gran voce una recitazione di alto profilo attoriale, meglio dolorosamente lenta o addirittura immobile, piuttosto che continuamente agitata da una quantità inutile di movimenti, di gesti, di corse, di accenni danzanti, di soldatini sfilanti come una colonia estiva, di lance e di armi, di costumi e di divise d’epoche varie, dall’antico al marziano. Sì che tal generale confusione aveva per esito di compromettere il pur buono che nell’assunto complessivo senz’altro non mancava. Molto ben date, per contro, le luci, il cui ruolo in ogni regia teatrale – Visconti, Samaritani e oggi la Dante, fanno testo – è a dir poco fondamentale. Pubblico tale da riempir quasi ogni ordine di posti e gran successo, con ovazioni per Luca Salsi.

Maurizio Modugno

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