La scommessa vinta di “Wally” a Piacenza

CATALANI La Wally S. Hernandez, G.B. Parodi, C. Vichi, S. Gamberoni, Z. Todorovich, C. Sgura, M. Denti; Orchestra Regionale dell’Emilia Romagna, Coro del Teatro Municipale di Piacenza, direttore Francesco Ivan Ciampa regia Nicola Berloffa scene Fabio Cherstich costumi Valeria Donata Bettella

Piacenza, Teatro Municipale, 19 febbraio 2017

Gianandrea Gavazzeni distingueva le opere fra quelle provviste di «spirito vitale», e quelle invece prive, al di là dei meriti strettamente musicali delle partiture: e, a mio avviso, anche La Wally di Catalani è uno di quei titoli che col passaggio dal mero ascolto discografico, o dalla lettura dello spartito, ad una rappresentazione teatrale, molto guadagnano. Frutto estremo della poetica di un autore che, come tutti i compositori italiani di quel periodo, dovette fare i conti con la crisi del modello operistico ottocentesco e con la spinta potente e ineludibile del wagnerismo, Wally ha il fascino delle partiture imperfette ma ricche di stimoli: una scrittura orchestrale curata e di rara densità, una vocalità che cerca — talvolta pure riuscendoci — un compromesso fra impossibili declamati para-veristi (il ruolo tenorile, quasi sadico per difficoltà) e retaggi belcantistici (ovviamente non in senso storicistico), una drammaturgia ben costruita, ancorché a volte un po’ divagante. Ma Wally non è Manon Lescaut, per stare al titolo immediatamente successivo (1892 l’opera di Catalani, 1893 quella di Puccini) dell’invidiato concittadino, il quale, ammesso e non concesso che avrebbe mai scritto un pezzo così inutile come il Quartetto del secondo atto, non avrebbe impiegato un minuto ad alleggerire l’opera di troppi cascami. Come che sia, Wally è oggi del tutto assente sui palcoscenici italiani e mondiali: dopo la Kabaivanska, nessuna primadonna ha mai avuto la forza o la volontà di farsene interprete. Hanno fatto benissimo, quindi, i teatri emiliani — dopo Piacenza, la produzione andrà a Reggio e Modena — ad allestirne una nuova produzione, scegliendo un cast del tutto all’altezza e, soprattutto, investendo evidenti energie nel progetto: lo spettacolo di Nicola Berloffa, che si immagina realizzato con un budget modesto, è semplice ma efficace nel suo postdatare la vicenda agli anni ’40-’50 del Novecento, in un’atmosfera cupa e notturna, in cui la natura è elemento sublime e terribile (citare Kant o Burke è quasi d’obbligo), e anche l’audace drammaturgia del terzo atto, che ricorda lo split screen cinematografico, è resa con compiutezza. Come Wally era prevista Anna Pirozzi, che ha rinunciato per un avanzato stato di gravidanza: al suo posto, la spagnola Saioa Hernandez, che — specie in un teatro di dimensioni medie come il Municipale di Piacenza — ha la perfetta caratura vocale per il ruolo, una vocalità di lirico spinto sana e sicura nelle due ottave della tessitura, e una sensibilità naturale per la parte, con un fraseggio vivo, partecipe, reattivo. Senza eccessi veristici, la Hernandez ha coinvolto il pubblico a partire dalla celebre «Ebben? Ne andrò lontana» che però, anche per l’eccessiva lentezza staccata dal direttore, mi è sembrato il momento meno riuscito. Al suo livello si ponevano anche Serena Gamberoni, Walter benissimo cantato senza mai cadere in accenti zuccherosi o patetici, e Claudio Sgura, imponente (anche in senso fisico) Gellner che rinuncia ai tratti ferini per puntare ad un ritratto in bell’equilibrio fra lascivia e passione. A Zoran Todorovich, Hagenbach, siamo grati per avere risolto in ogni nota una parte così infame: e se è lecito criticarne l’intonazione non perfetta e una musicalità — diciamo così — «all’antica», sarebbe pure ingiusto tacere la non comune potenza degli estremi acuti. Tacendo dei ruoli secondari maschili (bene, invece, Carlotta Vichi come Afra), rimane da dire della direzione di Francesco Ivan Ciampa che ha garantito un’ottima tenuta narrativa ma che, secondo me, poteva lavorare maggiormente di fino nel delineare certi preziosismi di scrittura così tipici di Catalani: e i preludi agli ultimi due atti ne hanno scapitato. Teatro gremito e successo giustamente entusiastico.

Nicola Cattò

 

(Foto di Alessia Santambrogio)

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