La grandezza dell’Antonacci in uno strano dittico a Como

POULENC La voix humaine A.C. Antonacci MASCAGNI Cavalleria rusticana T. Romano, A. Villari, M. Kim, G. Lanza, F. Di Sauro; Orchestra I Pomeriggi Musicali, Coro OperaLombardia, direttore Francesco Cilluffo regia Emma Dante scene Carmine Maringola costumi Vanessa Sannino

Como, Teatro Sociale, 23 novembre 2018

 

La grandezza, quella vera, sta nei dettagli: il modo in cui Anna Caterina Antonacci canta (o parla? o sussurra?) «À Marseille» verso la fine della Voix humaine, con quel misto indefinito di rabbia, tristezza, delusione, dolore, incredulità, è qualcosa che non si può insegnare, e neppure spiegare: è il mistero dell’arte, e il segno autentico che può lasciare un’artista gigantesca come lei. Non importa che la voce non sia più quella di un tempo, non importa che il Do acuto («je devenais folle») manchi all’appello: è tale la statura artistica della Antonacci che neppure si capisce, in molti momenti, se canti o parli, con quella diabolica giustezza della pronuncia (i francesi — dico, i francesi! — l’hanno eletta parigina ad honorem), che sa quando indugiare su una sillaba, quando essere ironica, quando sentimentale, quando la grande tragédienne. Ho scritto più volte quanto, secondo me, il testo di Cocteau e la musica di Poulenc mi sembrino invecchiati davvero male: ma quando la grandezza dell’interprete è tale (lo stesso miracolo lo compie, in modo diversissimo, Barbara Hannigan), tutto passa in second’ordine. Anche perché lo spettacolo di Emma Dante, spogliato dalle consuete «apparizioni» di quelle figure che il testo evoca, e che dovrebbero rimanere invisibili, è molto intelligente nel trasmutare progressivamente quella che appare una camera d’albergo in una stanza di ospedale (psichiatrico?), con il filo del telefono che sembra tenere legata alla realtà la protagonista che si stacca dal muro, rendendo evidente come la conversazione con il supposto ex amante non sia altro che un delirio paranoico. E anche le bellissime luci di Cristian Zucaro rendono evidente questa “caduta”, nel loro passare da rosa confetto a un grigio ghiaccio, quasi da camera mortuaria. Ciliegina sulla torta, la direzione di Francesco Cilluffo (il quale mi ha riferito di avere ritoccato leggermente l’orchestrazione), che evita come la peste il flou e il manierismo, esasperando accenti e “brutalità” strumentali, sottolineando le modernità della scrittura, non permettendo mai alla protagonista manierismi o eccessivi indugi (ma ACA non sarebbe comunque cascata nel tranello…). La direzione, insomma, di un musicista (e compositore) di talento, che ben conosce la tradizione esecutiva e la rapporta agli “umori” odierni, in un dialogo intelligente e proficuo con una grandissima diva: lo stesso atteggiamento che si è riscontrato nella successiva Cavalleria rusticana (curioso accoppiamento, va detto: e, nonostante le belle, colte e convincenti parole che Cilluffo e la Dante affidano al programma di sala, la sensazione ineludibile è che il motivo sia ben più terra terra, ossia l’accostamento di un titolo “di cassetta” ad uno più raro, forse troppo per la pigrizia di certo pubblico).

Nell’opera di Mascagni Cilluffo riparte dall’analisi di prima mano della lettera della partitura, facendo piazza pulita di tanti arbitri ma senza rinnegare in toto una tradizione che è comunque nota a tutti: ma un Intermezzo tenuto in piano fino quasi alla fine, o una “Mala Pasqua” così incisiva nella sua assenza di volgarità sono solo due esempi di un atteggiamento davvero lodevole. Peccato solo per alcuni problemi di coordinamento con il palcoscenico, come nell’inizio del Coro pasquale. La regia della Dante limita al massimo gli elementi di sicilianità dell’opera, insistendo sulla figura cristologica della mater dolorosa, che si rispecchia in Mamma Lucia: una grande croce domina i momenti salienti dell’opera, ma molti momenti sembrano girare a vuoto, dal bozzettismo dell’entrata di Alfio a molte scene di massa. È probabile che per una regista siciliana come Emma Dante mettere in scena un’opera così iconica sia scabroso: ma il risultato mi è parso, per ora, interlocutorio. Di livello complessivamente soddisfacente il cast: Angelo Villari — habitué di ruoli massacranti, dal Ratcliff alla Campana sommersa — ha uno squillo luminoso, che contrasta efficacemente con la voce velata e sofferente di Teresa Romano (Santuzza), mentre Mansoo Kim sa rendere con bravura l’acuta tessitura del ruolo di Alfio. Alla fine, applausi ecumenici per tutti.

Nicola Cattò

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