Il fragile fascino di “Sì” a Livorno

MASCAGNI B. Zhegu, D. Hoxka, V. Torcigliani, S. Tanzillo, M. Loi, A. Biagiotti; Orchestra della Toscana, Coro Sì, direttore Valerio Galli regia, costumi e luci Vivien Hewitt scene Giacomo Callari

Livorno, Teatro Goldoni, 25 novembre 2018

 

“L’idea bislacca”, definizione dello stesso Pietro Mascagni autore dell’operetta , s’è riproposta al Teatro Goldoni di Livorno in questi giorni di venerdì 23 e domenica 25 novembre 2018, ridimostrandosi tale.
Lavoro che vide la luce nel dicembre del ‘19 al Teatro Quirino di Roma e che rappresentava per Mascagni la volontà di divertire senza impegno, ha confermato la sua natura semplice e pure poco elaborata sviluppata su tre temi, uno per atto, intervallati e ripresi più volte con sviluppi prevedibili e talvolta inconsistenti, separati da lunghi dialoghi cui solo la bravura degli interpreti sa dare ironia e sagacia tali da far sorridere il pubblico.
Il testo, elaborato da Mario Pasquale Costa, pure lui compositore di numerose romanze, canzoni e opere comiche e operette, narra una vicenda buffa in cui sono protagonisti il Duca di Chablis che, costretto a prender rapidamente moglie per entrare in possesso di un’eredità, si mette d’accordo con il direttore della Folies Bergère per sposarsi con Sì, ballerina principale del locale, divenuta famosa per non avere mai pronunciato la parola “no”. Attraverso uno stratagemma, il matrimonio si sarebbe dunque sciolto con un divorzio, restituendo al conte la libertà assoluta di cui sempre aveva potuto disporre.
Durante il breve periodo del matrimonio accadono però i colpi di scena che danno alla commedia l’aspetto ironico-sentimentale cui Mascagni aspirava: il duca si innamora di sua cugina Vera, Principessa di Chablis e, ricambiato, si dice pronto a rinunciare alla sua libertà sentimentale. Ma Sì nel frattempo si è innamorata perdutamente di lui e, pronunciando il suo primo “no”,  gli dà filo da torcere, prima di rispettare il patto di divorzio concordato e permettere al Duca di andarsene felicemente a vivere con la sua Principessa.
La trama elementare e con alcuni momenti di divertimento, mai esilaranti, consente a Mascagni di costruire una partitura ricca di elementi popolari (fino all’uso, finanche eccessivo, di ritmi di danza) che comunicano piacevolezza al pubblico e sonore colorature all’orchestra. Attraverso anche qualche sperimentazione timbrica Mascagni inserisce una sorta di sberleffo all’esterofilia, di moda al tempo, contrastando l’amore per il fox-trot con belle melodie sviluppate a tempo di minuetto, di valzer e col (Grottesco, così definito nel libretto) Duetto Americano dell’atto secondo: «Nuova York ci lancia sempre danze nuove, il Ragtime, il Two-Step ed il Senegal…», «Ma le danze che ci dànno miglior prove le ha ispirate quasi sempre un animal!». Un testo non raffinatissimo, che avrebbe potuto però fornire spunti forti per una regia che avesse tenuto conto degli elementi nazionalistici e parodistici nei confronti dell’esterofilia condivisi da Costa e da Mascagni.
Così però non è stato nello spettacolo livornese, ideato e realizzato da Vivien Hewitt alla regia e Giacomo Callari alle scene, che scelgono leggerezza e disimpegno, togliendo di mezzo ogni occasione critica dal ventaglio delle ipotesi, guidando il pubblico verso una, poco sensata a parer mio, operetta dall’esclusivo carattere ludico e d’intrattenimento. Luci e costumi ben congegnati dalla stessa Hewitt, in perfetta coerenza con l’impostazione registica da lei stessa scelta, e la consueta sapienza dei tecnici del Goldoni, così come le essenziali coreografie disegnate da Eva Kosa.


Il cast, che aveva alla prima il supporto autorevole di Fabio Armiliato nel ruolo di Luciano, Duca di Chablis, ha beneficiato per questa seconda recita delle ottime doti attoriali e vocali di Matteo Loi, Clèo de Mérode, e dell’altrettanto ottima presenza e voce di Blerta Zhegu, soprano non ancora trentenne con una bella carriera davanti. Nel resto del cast s’è superbamente distinto il basso Veio Torcigliani, Romal, che ha saputo proporre al palcoscenico quel tempo teatrale così indispensabile al successo dello spettacolo. Bravo nelle frasi cantate e nei numerosi interventi dialogici, Torcigliani si conferma un ottimo caratterista, in grado di ambire a palcoscenici prestigiosi senza aspettare oltre.
Vera, Principessa di Chablis è stata interpretata da una brava Dioklea Hoxha che ha però dimostrato eccessiva debolezza nei centri e una tendenza a stringere nelle note più acute della tessitura, mentre Valeria Filippi ha indossato con l’indispensabile disinvoltura i panni di Palmira.
Stefano Tanzillo, tenore impegnato nel ruolo di Luciano, è incline al canto modulato, tende sempre a definire al meglio l’intenzione e ad accentare correttamente la frase. Ma il suo mezzo non è altrettanto generoso e quando nella tessitura acuta tende a perdere smalto, disperdendo un po’ i colori, pure pregevoli, della sua voce. Se avrà modo di irrobustirsi potrà affrontare ruoli con successo ruoli tendenzialmente più lirici di questo.
Dal podio del Goldoni, Valerio Galli ha diretto l’Orchestra della Toscana con autorevolezza, puntando sulla timbrica e cercando di esaltare l’afflato dei momenti più lirici come il preludio al terzo atto o Il valzer triste o la romanza delle lettere. Le variazioni dinamiche ridotte e una certa omogeneità dei tempi hanno reso il sostegno orchestrale pienamente coerente alle esigenze di uno spettacolo basato su colori netti, sfolgoranti, in grado di bastare a se stessi. Luca Stornello ha diretto un ben ridotto Coro Sì, intervenuto sempre con grazia e pertinenza. Il pubblico livornese, non particolarmente numeroso, ha applaudito con entusiasmo il risultato, confermando l’amore incondizionato per il proprio concittadino.

Davide Toschi

(Foto: Augusto Bizzi)

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