Guerra e pace alla Sagra Musicale Umbra

DEBUSSY Le tre Sonate flauto Mario Ancillotti violino Ekaterina Valiulina viola Yuval Gotlibovich violoncello Erica Piccotti pianoforte Matteo Fossi voce recitante Maddalena Crippa

Montefalco, Museo di San Francesco, 16 Settembre 2018

SEVDALINKA Ferite d’amore nella canzone di Sarajevo tambur (liuto) Damir Imamović violino Ivana Đurić

Perugia, Chiesa di San Bevignate, 16 Settembre 2018

BRITTEN Canticles: Abraham and Isaac op. 51; Still falls the Rain op. 55; Journey of the Magi op. 86 DEBUSSY Noël des enfants qui n’ont plus de maison POULENC Bleuet; C; Le disparu MCMILLAN The Children BARBER Three Songs op. 10 tenore Marc Milhofer controtenore Antonio Giovannini baritono Mauro Borgioni corno Jonathan Williams pianoforte Filippo Farinelli

Perugia, Chiesa di San Filippo Neri, 17 Settembre 2018

MOZART Quartetto in do maggiore K. 285b VIOTTI Quartetto op. 22 n. 3 in do minore MOZART Don Giovanni (Ouverture ed arie scelte) Quartetto Viotti (violino Francesco Parrino flauto Stefano Parrino viola Luca Ranieri violoncello Maria Cecilia Berioli)

Perugia, Palazzo della Penna, 18 Settembre 2018

 

La Sagra Musicale Umbra è, con il Maggio Musicale Fiorentino, uno dei più antichi festival italiani con obiettivi specifici. Quando furono creati, il Maggio Fiorentino aveva lo scopo di riscoprire grandi capolavori del passato che erano stati dimenticati, mentre la Sagra – una denominazione che connota una festa campestre – aveva la finalità di diffondere la musica dello spirito, ossia la musica che guardasse e facesse guardare all’Alto. Non necessariamente nel senso di musica sacra cristiana o cattolica, ma in quello di musica spirituale. Nel 2014 ho dedicato alla Sagra un breve saggio sulla rivista “Nuova Antologia”. Alla Sagra è abbinato, con cadenza biennale, un concorso internazionale di musica sacra corale; scorrendo le partiture (circa 500) presentate agli ultimi concorsi si ha un panorama molto vasto delle tendenze, non solo nel ‘sacro’, della musica contemporanea. È probabilmente il campione più completo al mondo: una vera e propria miniera per gli studiosi di musicologia contemporanea.

Rivedendo il percorso della Sagra dalla sua creazione, appare chiaro come la manifestazione non solo sia sempre rimasta fedele al suo obiettivo ma come abbia portato in Italia numerose prime esecuzioni, nel nostro Paese, di capolavori stranieri ma anche musiche di culti non cristiani. Inoltre, nel breve ma intenso periodo della manifestazione, le esecuzioni hanno luogo non sono solo a Perugia ma in varie città dell’Umbria. Quindi è un festival partecipato dall’intera regione dove nacque, visse e predicò San Francesco. Da diversi anni, inoltre, la direzione artistica della Sagra, affidata ad Alberto Batisti, focalizza il tema di ciascuna edizione in modo che tutti i concerti convergano su un argomento. Dal tema sono esclusi i concerti di mezzogiorno affidati a giovani solisti od ensemble di musica da camera e tenuti in un palazzo nobiliare, Palazzo Della Penna, trasformato in Museo Civico.

Quest’anno la Sagra Musicale Umbra, giunta alla 73sima edizione – 22 concerti in vari luoghi dell’Umbria dal 13 al 22 settembre –  ha come tema ‘guerra e pace’. In effetti, i singoli concerti riguardano più gli orrori della guerra (la coincidenza con il centenario dalla fine della Prima Guerra Mondiale non è fortuita) che le gioie della pace. La Sagra è iniziata con una grande esecuzione della Missa in tempore belli di Haydn (orchestra da camera di Perugia, diretta da Gary Graden, e St. Jacobs Chamber Choir) ed è terminata con l’esecuzione della Nona Sinfonia di Beethoven (con l’orchestra Haydn di Bolzano e Trento diretta da Maxime Pascal, il coro dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia e quattro solisti di rilievo internazionale), passando per il War Requiem di Britten (orchestra giovanile italiana e orchestra da camera di Perugia, dirette da Jonathan Webb, coro dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, e tre solisti di grande fama). Meritano un elogio la direzione ed il personale tutto, che con un budget ridotto all’osso (circa 200.000 euro) riescono a produrre uno dei festival a tema di maggior spessore in Europa, come testimoniato anche dalla stampa straniera che per l’occasione si reca in Umbria.

I concerti da me seguiti si sono svolti rispettivamente nel Museo di San Francesco a Montefalco (il pomeriggio del 16 settembre), nella Chiesa templare di San Bevignate (la sera del 16 settembre) e nella Chiesa di San Filippo Neri a Perugia (la sera del 17 settembre); in più, uno di quelli di mezzogiorno, il 18 settembre.

Come detto, i tre concerti riguardano il tema della guerra più che quello della pace. Il primo è un omaggio a Debussy nel centenario della morte: le tre Sonate composte tra il 1915 e il 1917 e la breve ma intensa composizione pianistica Les soirs illuminés par l’ardeur du charbon, tutte composizioni in cui echeggiano, da un lato, la Prima Guerra Mondiale e da un altro la Parigi dei salotti borghesi negli anni in cui i tamburi si preparavano a rullare. L’esecuzione musicale era affidata a Mario Ancillotti al flauto, Ekaterina Valiulina al violino, Yuval Gotlibovich alla viola, Erica Piccotti al violoncello, Matteo Fossi al pianoforte e, tra un brano e l’altro, Maddalena Crippa ha letto pagine dello stesso Debussy e di Proust. I brani recitati illustrano con efficacia il significato della parte musicale che comunque è prevalente, L’atmosfera è perfetta anche a ragione del luogo, il Museo di San Francesco a Montefalco dove gli affreschi trecenteschi ricordano la morte. Nell’ensemble strumentale spicca la giovane violoncellista, Erica Piccotti, già ben nota ai lettori di MUSICA: a mio avviso diventerà internazionalmente famosa.

A Perugia, a San Bevignate (antica Chiesa dell’ordine dei Templari, utilizzata per secoli come magazzino e restituita non al culto, ma alla severa bellezza dei primi decenni del secondo millennio), la guerra è declinata in un quadro speciale: la Sarajevo degli Anni Novanta del secolo scorso. Il tema palpita tramite canzoni tradizionali bosniache tramandate attraverso la tradizione orale, chiamata sevdalinca: Damir Imamovic è al liuto e Ivana Duric al violino. È raro che musica bosniaca venga ascoltata in Italia. Ha un impianto simile a quello della musica arabo-turca, intrisa però di richiami alla musica ebreo-sefardita e alla musica greca. Ricorda, per i non specialisti, il fado portoghese. Il pubblico (molti appassionati di musica etnica) è rimasto entusiasta. I due artisti hanno già una discografia nutrita.

Il 17 settembre, nella suggestiva Chiesa di San Filippo Neri, il tenore Mark Milhofer, il controtenore Antonio Giovannini, e il baritono Mauro Borgioni, con Jonathan Williams al corno e Filippo Farinelli al pianoforte, hanno ricordato la guerra e la pace tramite tre cantiche di Benjamin Britten, due brani di Claude Debussy e di Francis Poulenc , due romanze di Samuel Barber e di James MacMillan ed un’elegia per corno e piano ancora di Poulenc. In breve, una rassegna di come la guerra, più che la pace, sia declinata nella vocalità del Novecento. E anche nella poesia, dato che i testi – tranne uno di quelli di Britten (tratta da un Miracle Play del tardo Trecento) – sono firmati da autori come Edith Sitwell, James Joyce, T.S. Elliot, Guillaume Apollinaire, Louis Aragon, Charles d’Orléans e simili. In breve, un concerto raffinatissimo in cui vengono mostrati, con eleganza, gli orrori delle due guerre mondiali (e di tutte le altre). Si pensi non solo alla accurata fusione tra parola e musica in ciascun dei brani ma anche alla acuta (e struggente) raffinatezza di giustapporre (nell’arco di pochi giorni) due differenti letture offerte da Britten dell’episodio biblico di Abramo ed Isacco: nella Canticle su testo trecentesco segue la Bibbia (con il salvataggio di Isacco da parte di Dio ed il sacrificio di un caprone in sua vece) mentre nel War Requiem (eseguito pochi giorni dopo), su testo di Wilfred Owen, il giovane viene ucciso ad indicazione che la guerra è più forte dello stesso Altissimo. Altra preziosità il canto di Poulenc sull’amico ‘sparito’ (perché portato via dalla Gestapo) in quella Rue Saint Martin dove usavano incontrarsi. Oppure il triste Natale – ricordato da Debussy – dei bambini a cui la guerra ha portato via casa, giochi, suppellettili, affetti. O le dolenti canzoni di Barber su testi di Joyce.

Mark Millhofer, spesso in Italia e di cui alla Sagra si ricorda la magnifica interpretazione di Curlew River nel 2013, è forse oggi uno dei migliori tenori per il repertorio britteniano; la sua voce ascende facilmente agli acuti e scende sotto il rigo con colori quasi baritonali, proprio come era in grado di fare Peter Pears, per il quale molte di queste cantate sono state scritte. Antonio Giovannini è un controtenore affermato soprattutto nel repertorio barocco; ha dato prova di affrontare egregiamente quello novecentesco.Mario Borgioni è un baritono avvezzo anche lui al barocco; ha dato una buona prova con il Novecento.Jonathan Williams viene dalla London Symphony Orchestra; Filippo Farinelli è specializzato come accompagnatore di Lieder.

In una piovosa serata di settembre, il concerto era affollato e il pubblico ha applaudito per dieci minuti gli interpreti, i quali hanno ringraziato offrendo un loro adattamento per tre voci della elaborazione di Britten di un duetto di Purcell.

Come detto in apertura, il programma della Sagra include concerti di mezzogiorno. Ho ascoltato quello del 18 settembre. La sala ospita una sessantina di spettatori ma la richiesta era tale che alcuni sono rimasti in piedi ed altri accomodati in sale adiacenti. Il Quartetto Viotti – Stefano Parrino (flauto), Francesco Parrino (violino), Luca Ranieri (viola), e Maria Cecilia Berioli (violoncello) – ha presentato un programma di musica del Settecento; il Quartetto in mi bemolle maggiore op. 22 di Viotti, il Quartetto in do maggiore K 285b di Mozart e, sempre di Mozart, un’elaborazione per quartetto dell’ouverture e di arie del Don Giovanni. Pubblico entusiasta: la richiesta di bis ha fruttato un altro quartetto di Mozart! Si tratta di una formazione giovane, ma già affermata con al suo attivo incisioni con la Brilliant Classics. Parafrasando il titolo di una commedia musicale americana, saranno presto famosi: vale la pena seguirli!

Giuseppe Pennisi

 

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