Gli incanti timbrici del mago Pletnev

Mikhail Pletnev

CIAIKOVSKI Concerto per pianoforte e orchestra n. 1 in si bemolle minore op. 23 RIMSKI-KORSAKOV Shéhérazade pianoforte Mikhail Pletnev Russian National Orchestra, direttore Kirill Karabits

Torino, Auditorium Giovanni Agnelli, 24 novembre 2019

La stagione dei Concerti del Lingotto, apertasi nel segno innovativo del Grieg prosciugato e teso, lucido e tagliente come un cristallo, di uno smagliante Leif-Ove Andsnes, è proseguita con un altro fuoriclasse della tastiera, Mikhail Pletnev. Un autentico evento, sia perché il musicista russo fino ad ora era apparso nelle stagioni di Lingotto Musica più volte ma solo come direttore, sia per la qualità dell’interpretazione data del Concerto di Ciaikovski, assolutamente straordinaria e memorabile. A differenza d’un tempo, Pletnev ora si cimenta in quello che continua ad essere un suo cavallo di battaglia non nella stesura tradizionale rimaneggiata da Aleksandr Siloti, ma neppure seguendo rigorosamente, a quanto è parso, la molto reclamizzata (e discussa) revisione “critica” incisa alcuni anni fa da Kirill Gerstein, che la propose in questa stessa sede nel marzo 2016, senza sollevare grandi entusiasmi. Vale la pena di dire che, a fronte di esplicita domanda, il direttore Karabits ha confidato in modo informale, forse un po’ maliziosamente, che quella ascoltata era la “versione di Pletnev”. Indiscutibilmente, è stato così, a prescindere dagli aspetti testuali. Non c’è dubbio che l’arpeggiatura degli accordi, prevista negli originali del 1875 e 1879 e qui eseguita con un misto di souplesse e distaccata, insuperabile eleganza, di suo muti non di poco la fisionomia della composizione, nonché la disposizione di chi ascolta. Se poi alla tastiera c’è un alchimista del suono quale Mikhail Pletnev, lo spiazzamento può essere davvero forte, come accade di fronte a un sovvertimento delle regole o a un viaggio in terre ignote e sempre sorprendenti. Depurata dall’enfasi e dalla retorica, la mirabolante scrittura pianistica di questo concerto diventa il terreno ideale per la sua inesauribile fantasia di fraseggio, che trova nella flessibilità e nella timbrica ovattata, morbida, nitidissima del prediletto Shigeru Kawai lo strumento perfetto. Se si ha la fortuna di trovarsi in una posizione non lontana, sarà impossibile staccare gli occhi dalle sue mani, potendo vedere come a ogni posizione, a ogni caduta digitale corrisponda un risultato che è esattamente ciò che ci si può attendere, con una sintonia tra l’idea e la sua traduzione concreta che ha del miracoloso. A tratti, è vero, si può avere l’impressione che faccia capolino il compiacimento per la propria bravura. Ma non è così, non è solo questione di controllo assoluto frutto di una tecnica infallibile, perché la grandezza di questa interpretazione sta proprio nella capacità di dimostrare che un approccio per molti aspetti minimale, saldamente concepito e realizzato con coerenza assoluta ma anche con lucidità e passione, non compromette la potenza espressiva di quest’opera ma, semmai, la scava fino alle radici, mettendola a nudo in modo spietato, senza veli, quasi intollerabile.  Un alleggerimento percepibile in modo diffuso, quello voluto dal pianista, che sarebbe riduttivo ricondurre alla categoria del lirismo, alla solita banale visione di un tardoromanticismo sognante. Lo impedisce la cadenza, personalizzata fin dall’attacco e quindi tenuta tutta in sospeso, con una vaghezza quasi improvvisatoria. Oppure l’Andantino, reso con una discrezione assoluta, capace di andare ancora più in là della semplicità prevista, in un’intimità di dialogo con lo strumentale che è segno di alta musicalità. Il che non ha impedito a Pletnev, nei momenti in cui è richiesto smalto, brillantezza e vigore, di rispondere con un virtuosismo degno dei suoi anni giovanili (le doppie ottave del terzo tempo non sono più quelle cataclismatiche del ventenne vincitore del Ciaikovski, ma risultano ancora perfette, impressionanti). È però soprattutto la dolcezza di Pletnev che può essere indicibilmente crudele e senza risposte, come ad esempio, in questa esecuzione, quegli approdi alla zona grave talmente neri da parere sguardi sull’abisso, immediatamente seguiti da rapinosi sfavillii destinati subito a frantumarsi, a evaporare nel nulla. Enigmatico, doloroso, instabile come la fragile emotività dell’autore, che Pletnev, con l’originalità creativa degli interpreti autentici, ha saputo restituirci con rara efficacia. Scontato dire che in occasioni come questa le orchestre possano trovare arduo tenere il passo con il solista. O, ancora di più, rispecchiarne la concezione.

Kirill Karabits

La Russian National Orchestra, nonostante la familiarità con Pletnev, il suo fondatore, è parsa riuscirvi solo a tratti, probabilmente perché la naturale esuberanza pareva spingere Kirill Karabits in altra direzione. Meno mercuriale del consueto, Pletnev ha offerto ancora, con altrettanta immaginifica profondità e purezza di tocco, due pagine, Giugno dalle ciaikovksiane Stagioni e una Mazurka di Chopin, facendo desiderare un suo ritorno a Torino anche nella dimensione ideale del recital. Generosa di suono ma fin troppo plasmata nel segno di una scontata narratività ad effetto, oltre che supportata in modo non ottimale da una “spalla” spesso incerta, Shéhérazade ha chiuso la serata, applauditissima, forse più ancora dei prodigi del suo eccelso protagonista. 

Giorgio Rampone            

© Pasquale Juzzolino

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